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Chi era Harold Bloom, il critico che non faceva sconti

i titoli delle 13 del 15/10

4' di lettura

Innamorato della letteratura (Shakespeare su tutti) e spietato nelle critiche. Dal Bronx alla cattedra di Yale, non risparmiò né il femminismo né il marxismo. Definì il premio Nobel Dario Fo "Ridicolo"

Adorato e discusso, si è spento a 89 anni dopo una lunga carriera a Yale e oltre venti saggi. Stroncò premi Nobel e scrittori osannati, pose Shakespeare al centro della cultura occidentale ed ebbe un'unica grande passione: la letteratura. Per un critico letterario la cosa più difficile da fare è anche la più ovvia: distinguere il bello dal brutto, le cose importanti da quelle che non lo sono. Harold Bloom s'è imbarcato in questa missione con l'energia un po' sbruffona di Falstaff e la gravità ossessionata di Amleto. L'ha fatto senza timori reverenziali, senza preoccuparsi di essere frainteso, senza la paura di finire in minoranza. Obbediva ad altre leggi, Bloom, non a quella del consenso. Non faceva sconti a nessuno, soprattutto a chi reputava colpevole di inquinare la purezza della letteratura piegandola a scopi diversi dal perseguimento del sublime. Ce l'aveva con il femminismo, con il marxismo, con lo strutturalismo, e non necessariamente perché ne contestasse i fondamenti, ma perché considerava sacrilego contaminare l'estetica con la morale. "Scuola del risentimento", la chiamava, dove il risentimento è il vizio fatale che corrompe il giudizio.

Gli inizi, dal Bronx all’università di Yale

"Leggere bene è uno dei grandi piaceri che la solitudine può concederci", diceva. Un piacere che Harold Bloom cominciò a coltivare da bambino, a New York. Nato nel prolifico Bronx che diede i natali, tra gli altri, allo scrittore Don De Lillo, arrivò alla prestigiosa cattedra di letteratura di Yale, dove per oltre sessant'anni ha condiviso sapere e genio con i suoi fortunati studenti. A Yale Bloom è stato insignito del massimo titolo accademico, Sterling Professor of Humanities; a Yale ha insegnato fino al 10 ottobre scorso. I suoi oltre venti saggi sono stati tradotti in più di quaranta lingue, a partire da quell'"Angoscia dell'influenza" (1973) che gli regalò notorietà e polemiche.

“Dario Fo? Ridicolo”

Autorevole e controverso, Bloom lanciava i suoi strali dall'alto di un ruolo che ampliava l'eco delle stroncature. Non c'è Nobel che tenga: Doris Lessing scrive fantascienza femminista, Toni Morisson romanzetti da supermercato, Le Clézio è illeggibile, Dario Fo ridicolo. Per non parlare di Stephen King e J.K. Rowling. Tra gli scrittori contemporanei si salvano in pochi. Cormac McCarthy, per esempio, ma anche Philip Roth, che Bloom ha inserito senza incertezze nel "Canone Occidentale". Il Canone, appunto. Pubblicato nel 1994, è il saggio che consacra Harold Bloom. Scritto a difesa di un animale in via d'estinzione - il lettore devoto - parte dal presupposto che il tempo a nostra disposizione sia troppo breve per sprecarlo leggendo qualcosa che non sia un capolavoro: bisogna scegliere, che ci piaccia o no. E Bloom lo fa con tutto lo sprezzante coraggio di cui dispone.

L’amore per Shakespeare

Al centro del Canone c'è Shakespeare, lo scrittore che ha inventato l'uomo moderno per come lo conosciamo. "Shakespeare è Dio", nel senso che, secondo Bloom, contiene tutto e non è contenuto da nulla. La sua originalità è irraggiungibile. Anche chi non abbia letto mai nulla del Bardo ne è comunque influenzato, inevitabilmente e inconsapevolmente. Impossibile dare un'interpretazione freudiana di Shakespeare, piuttosto si può tentare un'interpretazione shakespeariana di Freud. Ognuno di noi è Amleto, l'eroe troppo umano che "origlia sé stesso".

“Leggiamo per sentirci meno soli, ma leggendo ci isoliamo”

Bloom era un saggista dal credo robusto e dalle sentenze lapidarie.  Prendete questa: "Leggiamo per porre rimedio alla nostra solitudine, anche se poi, di fatto, la nostra solitudine cresce parallelamente all'aumentare e all'approfondirsi delle nostre letture". Leggeva in oltre dieci lingue, tra cui ebraico antico e latino, e non lo faceva per migliorarsi, visto che sottoscriveva in pieno l'affermazione di Oscar Wilde secondo cui l'arte è completamente inutile. Sembra che la letteratura sia soprattutto una lotta contro il tempo e contro l'oblio. "Oggi il partito della memoria è il partito della Speranza - ha scritto Bloom - benché la Speranza si sia affievolita". Difficile immaginare un'epoca più distante da Harold Bloom della nostra, digitalizzata e distratta. Ma finché ci sarà chi apprezza il piacere profondo della lettura avrà senso ripetere la massima che il professore ci ha insegnato: se ami leggere lo farai sempre con i minuti contati. Impossibile dargli torto.

 

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