Ragazza morta in Pakistan: anche la madre e la zia sarebbero indagate

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La notizia di un coinvolgimento delle due donne nell’inchiesta per l'omicidio di Sana Cheema è riportata dal "Giornale di Brescia". Intanto il padre nega di aver confessato l’uccisione della figlia, come confermato invece dalle forze dell’ordine locali

Per l'omicidio di Sana Cheema, la giovane italo-pakistana morta in Pakistan prima di rientrare a Brescia, dove viveva, sarebbero indagate anche la madre e la zia. A riportare la notizia è il "Giornale di Brescia", citando il capo della polizia locale. Il presunto coinvolgimento delle due donne, scrive ancora il quotidiano, avrebbe portato gli inquirenti a chiedere una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della ragazza. Per la morte di Sana, suo padre Mustafa e suo fratello Adnan, sono già in carcere con l’accusa di aver strangolato la ragazza perché, si presume, si sarebbe sottratta ad un matrimonio combinato.

Il padre nega la confessione dell’omicidio

Proprio il papà di Sana, che si trova in cella a Kunjah, intervistato da Repubblica, ha negato di aver confessato l'omicidio. La polizia locale invece lo conferma. La notizia di una sua presunta confessione si era diffusa nella giornata di ieri, 10 maggio. "Non è vero che abbiamo confessato. Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto - ha detto - è perché deve aver battuto la testa contro il bordo del letto o il divano". Secondo il padre della ragazza, "se le cose sono andate così è per il volere di Allah". "E' vero - ha ammesso nell'intervista - Sana era più italiana che pachistana, aveva ormai una mentalità diversa dalla nostra". "Ma - ha aggiunto - nessuno le voleva imporre nulla, solo farle capire che il ragazzo che diceva di amare era già promesso sposo di un'altra donna e che non voleva saperne di lei. Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio". Questo anche perché, secondo il padre, a Brescia cercavano di "boicottare" i suoi affari, dato che la sua scuola di lingue e la scuola guida andavano troppo bene, riuscendo a farla chiudere.

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