Disperanza: storia di una parola desueta che sembra incredibilmente contemporanea

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Giulio Cavalli firma una breve riflessione in cui indaga il nostro diritto di essere fragili a partire da un termine vecchio secoli e che oggi andrebbe riscoperto in tutta la sua attualità

Questo libro nasce da una parola, asciutta e antica secoli: disperanza. Attenzione, disperanza non vuol dire disperazione anche se è stato a lungo un suo sinonimo. Ha un significato più tenue ma cronico, qualcosa che, “insopportabilmente,  diventa sopportabile per lunghi periodi, uno status che può rimanere appiccicato anche per vite intere”. La descrive così Giulio Cavalli in un libro appunto uscito qualche settimana fa per i tipi di Fandango e intitolato appunto "Disperanza"  (pp.116, euro 12): “Là dove la disperazione sgorga in strepiti e lacrime, la disperanza rimane sottesa, a mezz’aria, fissata in una bocca socchiusa; là dove la disperazione mostra drammatiche risoluzioni, la disperanza ha già deciso di restare in quella sensazione diffusa che fa più male, flebilmente ma più a lungo, di qualsiasi gesto estremo”. Ed è attorno a questa parola che Cavalli scrive centosedici pagine dense in cui parla della speranza e della sua perdita, di depressione e di vergogna, di ferite e di fragilità. 

 

Dentro il cofano delle emozioni

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Sono pagine molto intense e al contempo molto misurate, che si interrogano su temi universali, chiamando a raccolta le storie di tutti noi. Storie drammatiche, singolari e forse anche molto ordinarie, perlopiù liquidate nella quotidianità da una scrollata di spalle. 

“Non so cosa darei per avere i cacciaviti del cofano sopra agli ingranaggi delle emozioni”, scrive a un certo punto Cavalli, e questo libro in effetti fa questo: prova a entrare in quel cofano e ad auscultarne i rumori. 

Fandango lo presenta come “una cassetta degli attrezzi per continuare a sperare”. Vero, ma il meglio di questo libro è tutto racchiuso nella fase di ascolto e di descrizione e in un registro che non scivola mai nel retorico e nello stereotipato. Semplicemente, rivendica il diritto di essere fragili e, nel farlo, palpita e si scopre.

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