Il fascismo, la guerra, le furberie: rileggere Berto significa scoprire il nostro passato

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Filippo Maria Battaglia

I CONSIGLI DI LETTURA La casa editrice Neri Pozza riporta in libreria il romanzo di una delle grandi voci del Novecento italiano. Il suo curatore Domenico Scarpa a Sky TG24: "Coi suoi romanzi ha scontato a lungo l'etichetta di autore reazionario e politicamente scorretto, ma è un autore da riscoprire"

“In Guerra in camicia nera ho raccontato come uno come me, che in fondo non era proprio nato per essere fascista, potesse ad un certo punto trovarsi attivamente inserito nel fascismo”. Così Giuseppe Berto presentava uno dei suoi romanzi più significativi, uscito molti anni prima del suo capolavoro, "Il Male oscuro". Quel libro, "Guerra in camicia nera" appunto, ambientato durante la disfatta della campagna italiana in Africa, è ora stato riproposto dalla casa editrice Neri Pozza in una nuova edizione curata da Domenico Scarpa.

Un romanzo e al contempo un libro di fatti veri, vissuti dall'autore tra il 1942 e il 1943. "Berto - ricorda Scarpa durante i Consigli di lettura (qui le puntate precedenti) - aveva annotato quegli eventi durante la disfatta italiana in Africa, prima di smarrire gli appunti. Dieci anni dopo, per rievocarli, deve così fare affidamento sulla memoria e sulle fonti. E vuole fortissimamente che questo libro abbia forma narrativa  per poter raccontare al meglio cosa abbia significato per un uomo della sua generazione crescere dentro il fascismo".

 

"Un'autobiografia della nazione, ma contemplata da lontano"

In questo senso, spiega ancora Scarpa a Sky TG24, Guerra in camicia nera "si può considerare un'autobiografia della nazione, ma contemplata da lontano. In Africa quei coloni avevano costruito un microcosmo che, per quanto fosse a migliaia di chilometri dall'Italia, aveva tutti i difetti della vita quotidiana del fascismo e dei suoi uomini. Penso, in particolare, a quel clima di formalismi superficiali e di complicità incistate, di furberie piccine in mezzo a cose troppo grandi, di ottusità corporativa, di ordini e contrordini insensati, ma soprattutto di ladruncoleria e di burocratismo imbrillantinato e cialtrone". 

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È questa la realtà che Berto vive e che anni dopo deciderà di raccontare in forma narrativa ma sempre, per così dire, dal di dentro.  Ed è su questo che dovrà confrontarsi negli anni avvenire: "Io non ho mai voluto essere antifascista - dirà lo scrittore dopo l'uscita del libro - prima di tutto perché non mi riconosco il diritto di esserlo (soffro, come ho già detto, d’un eccessivo senso di colpa) e poi perché avrei paura ad essere antifascista: vedo troppi antifascisti che si tirano dietro i difetti del fascismo". 

Prima di aggiungere: "Il mio impegno, dal 1944 ad oggi, è sempre stato di essere non fascista, cosa che ritengo assai piú difficile e completa che non essere antifascista (nella mia condizione, si capisce, non nella condizione di Parri o di Terracini). Essere non-fascisti significa liberarsi dai difetti propri del fascismo: intolleranza, violenza, prepotenza, retorica nazionalista e non nazionalista. Io mi sento abbastanza soddisfatto dei risultati che ho ottenuto fino ad oggi e intendo andare avanti per questa strada".

 

L'etichetta di autore reazionario

Attenzione, però: come ricorda Scarpa, "questo atteggiamento non ha nulla di qualunquistico: per Berto, a differenza di molti altri intellettuali cresciuti durante il regime, essere non fascista significa avere ben presenti i tragici difetti che il regime portava con sé, dalla violenza alla tirannia fino alla negazione della giustizia". 

Coi suoi romanzi, conclude lo studioso, "Berto è riuscito a raccontare anche questo, scontando a lungo un'etichetta di autore reazionario e politicamente scorretto, che ha fatto anche del suo meglio a procurarsi. E tuttavia ciò che gli è rimasto addosso è molto più del dovuto. Per questo, è un scrittore da riscoprire o, se vogliamo, da scartavetrare".

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