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Cos'è il rapporto deficit-Pil e che cosa significa la soglia del 2,4%

3' di lettura

Il deficit rappresenta la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato quando le seconde superano le prime. Secondo i parametri europei, il tetto massimo del rapporto di questo disavanzo con il Prodotto interno lordo è del 3%

È uno dei paletti cruciali di ogni politica economica: dopo lunghe trattative - dove non sono mancate divergenze tra governo e ministero dell’Economia - è stata stabilita nel Def una quota deficit-pil pari al 2,4%. Dietro a questi numeri e a queste percentuali, si trova l'obiettivo che un esecutivo si pone al momento dell'approvazione della manovra finanziaria, sia per restare all'interno dei parametri decisi dall'Unione Europea, sia per capire di quali margini di spesa avrà.

Cos’è il rapporto deficit-Pil?

Il deficit è la differenza tra le entrate e le uscite, quando queste superano le prime: un disavanzo, insomma (se fosse il contrario, si parlerebbe di avanzo). Il deficit è dunque quella quota di spesa statale (ad esempio, i costi della Pubblica amministrazione o i soldi per pagare le pensioni) che non è coperta dalle entrate (ossia le tasse, dirette e indirette). Questo deficit viene messo in relazione al Pil per capire lo stato di salute delle finanze pubbliche.

Il limite imposto da Bruxelles

L’Unione europea, nel tentativo di far tenere i conti sotto controllo ai suoi stati membri, stabilisce nei suoi trattati un tetto massimo di deficit, calcolato non in termini assoluti, ma in rapporto al prodotto interno lordo, alla ricchezza del paese: il 3% del Pil. Ad esempio, se ho 100 miliardi di Pil, il deficit non potrà superare i 103 miliardi. I vari stati membri, poi, nel corso degli anni, hanno stabilito in accordo con Bruxelles un percorso graduale di riduzione dei deficit (aumentati molto durante gli anni della crisi, quando i Pil diminuivano anziché crescere), con lo scopo di arrivare alla fine al cosiddetto pareggio di bilancio. Obiettivo che l’Italia ha inserito anche nella sua Costituzione. Anche l’Italia ha siglato con l’Unione un accordo di questo tipo, che prevede una serie di riduzioni del deficit, anno dopo anno, secondo obiettivi prestabiliti. Se il nostro paese non dovesse rispettare questo impegno, scatterebbero sanzioni da parte di Bruxelles.

Perché a Bruxelles non piace l’intesa M5s-Lega

Aumentare tale percentuale è decisivo perché determina quanto lo Stato riuscirà a spendere: significa cioè che lo Stato accetterà di spendere più di quanto entra nelle sue casse. Naturalmente, la quota di spesa che non viene coperta con le entrate porterà lo Stato a dover chiedere i soldi mancanti in prestito al mercato, aumentando così il debito pubblico. Questo è il motivo principale per cui la Commissione europea potrebbe non dare il suo ok (il testo della manovra finanziaria deve essere inviato a Bruxelles entro il 15 ottobre): perché l’Italia ha già un debito pubblico altissimo, superiore al 130% del Pil. Proprio l’Ue ha chiesto negli ultimi anni a tutti gli Stati membri di far scendere la percentuale del proprio debito pubblico in relazione al Pil. L’obiettivo è farlo arrivare intorno al 60%. Politiche economiche che vadano nella direzione opposta troveranno probabilmente l’opposizione dell’Unione europea.

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