Un hotel di lusso del Lido di Venezia è stato condannato da giudice del lavoro e Corte d'appello a versare la somma a una donna che ha lavorato per cinque giorni presso la struttura. Il motivo? Tre giorni passati in sede a familiarizzare con le mansioni prima dell'avvio effettivo del rapporto di lavoro
Era stata assunta per un lavoro a tempo determinato in un hotel di lusso di Venezia e scartata dopo un breve periodo di prova di cinque giorni, ma il licenziamento è stato dichiarato illegittimo dal giudice del lavoro e dalla Corte d’appello di Venezia, costando complessivamente all’azienda circa 60mila euro: 49mila di risarcimento, 4.500 di contributi e 6mila di spese legali. A pesare in maniera determinante per l’esito della vicenda un periodo di tre giorni precedenti il formale avvio del contratto di lavoro in cui la giovane si era recata in sede per provare le divise e apprendere a usare il gestionale informatico. Tre giorni che, per la giudice Anna Menegazzo, configurano un rapporto di lavoro vero e proprio, in nero. Per questo il tribunale ha fatto decadere le prerogative del datore di lavoro classificando il rapporto di lavoro come un tempo indeterminato, attivando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ordinando un risarcimento pari a 12 mensilità più tredicesima e quattordicesima, oltre ad altre 15 per la rinuncia al reintegro.
La vicenda
La donna era stata assunta come cameriera di sala al cinque stelle lusso Ausonia & Hungaria del Lido di Venezia nella primavera del 2024. Qui aveva passato tre giorni per apprendere i rudimenti del lavoro, poi altri cinque giorni di prova effettiva, prima che le venisse comunicato il licenziamento orale. A essere incaricato della vertenza sono stati il sindacato autonomo Fiadel Csa Cisal e il conciliatore sindacale Marco Parrino, ma il tentativo di conciliazione non è andato a buon fine. A quel punto la donna ha dato incarico agli avvocati Emanuele Carniello e Giulia Zucchini dello studio Avvecom di Padova di citare in giudizio la Dogale Ospitalità e Benessere Srl, difesa dall’avvocato Pierpaolo Favaron dello studio Bianchini & Favaron di Venezia.
Decisive alcune testimonianze
La società ha negato in primo grado che la dipendente avesse mai lavorato in nero, ma alcuni colleghi convocati come testimoni hanno confermato che la donna si era recata in sede nei giorni precedenti l’assunzione per imparare a usare il gestionale. Per il giudice questo elemento è stato sufficiente a ritenere che il rapporto di lavoro fosse di fatto iniziato tre giorni prima dell’avvio formale del contratto e la Corte d’Appello, presieduta dal giudice Gianluca Alessio, ha confermato in una sola seduta la decisione del giudice del lavoro. In attesa che vengano depositata le motivazioni, il datore di lavoro ha annunciato ricorso in Cassazione, ritenendosi vittima di una situazione non voluta.