Così il calamaro cinese finisce sulle tavole italiane: cosa nasconde la filiera

Cronaca
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La quasi totalità del prodotto è congelato o decongelato, e il fresco potrebbe presentare problemi di tracciabilità. Ma in generale la filiera del calamaro passa sempre più nelle mani della Cina: non solo direttamente per la pesca, ma anche per la trasformazione. E crescono le preoccupazioni per le condizioni dei lavoratori

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Il calamaro che arriva sulle tavole italiane potrebbe aver percorso migliaia di chilometri prima di finire nel piatto. E il consumatore, nella maggior parte dei casi, non ha strumenti per sapere con precisione da dove provenga, quale specie stia acquistando e quali passaggi abbia attraversato lungo la filiera. È quanto emerge da un'inchiesta del Corriere della Sera, che ha approfondito il mercato globale del calamaro e il ruolo crescente della Cina, primo produttore mondiale, da anni al centro di denunce internazionali per presunte violazioni dei diritti dei lavoratori e pratiche di pesca illegale.

Il problema della trasparenza

La quasi totalità del calamaro commercializzato in Italia, secondo quanto emerge, viene venduta congelata o decongelata: oltre il 90%, forse perfino il 98%. E quindi Valentina Tepedino, esperta di prodotti ittici e direttrice di Eurofishmarket, si domanda, dato che il prodotto realmente fresco rappresenta una quota minima del mercato, da dove arrivi il prodotto esposto nei banchi delle pescherie e della grande distribuzione. E solleva questioni di tracciabilità

 

La questione non riguarda soltanto la freschezza del prodotto. La Tepedino sottolinea infatti che chi acquista calamari spesso non è in grado di distinguere tra le numerose specie commercializzate, che possono avere origini geografiche, valori di mercato e caratteristiche differenti. Un elemento che rende più difficile una scelta consapevole, anche rispetto alle modalità di pesca, alle condizioni di lavoro degli equipaggi e alla sostenibilità della filiera.

La crescita della flotta cinese

La domanda, quindi, inevitabilmente investe la flotta cinese. La Cina è oggi il principale Paese al mondo per la pesca del calamaro: nel 2023, secondo il reportage, le catture hanno raggiunto 1,1 milioni di tonnellate, pari a circa un terzo della produzione globale. E negli ultimi anni la flotta cinese impegnata nelle acque internazionali ha continuato ad espandersi. Secondo i numeri del governo cinese, ci sono 2.500 navi di Pechino che pescano fuori dalle acque territoriali, e di queste il 30% è dedita alla pesca del calamaro. Ma stando a uno studio inglese, la flotta cinese in acque internazionali nel 2020 ammontava già a 16.966 navi. Una crescita che, secondo l'inchiesta, è stata accompagnata da un numero sempre maggiore di segnalazioni e indagini internazionali.

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Le denunce di sfruttamento

Tra il 2025 e il 2026 l'Environmental Justice Foundation (EJF) ha pubblicato diversi report dedicati alle principali aree mondiali di pesca del calamaro. Le indagini hanno raccolto centinaia di testimonianze di lavoratori impiegati a bordo delle navi, documentando episodi di violenza, sfruttamento, condizioni di lavoro estreme e presunte attività di pesca illegale.

 

L’ultimo rapporto, spiega al Corriere Jesús Urios Culiañez, direttore per la Spagna di Environmental Justice Foundation, "riepiloga gli abusi nelle tre aree: sovrapesca, pesca distruttiva, episodi frequenti di taglio delle pinne agli squali, cattura deliberata di altre specie tutelate, abusi e violenze contro i lavoratori, quasi sempre provenienti dall’Indonesia o dalle Filippine".

Le morti in mare

Uno degli aspetti più gravi emersi dalle indagini della Ong spagnola riguarda il numero di decessi avvenuti sulle navi monitorate. Secondo i report dell'EJF sono state documentate 25 morti su 20 diverse imbarcazioni battenti bandiera cinese. Le cause comprenderebbero incidenti, casi di malnutrizione legati, malattie non curate tempestivamente, suicidi e un presunto omicidio. Sempre secondo quanto riferito da Urios Culiañez, alcuni dei corpi non sarebbero stati rimpatriati immediatamente e in alcuni casi sarebbero stati conservati nei congelatori di bordo o dispersi in mare.

Il calamaro cinese in Italia

Grazie alla sua flotta enorme, nel 2025 la Cina è stata il principale esportatore mondiale di prodotti legati al calamaro, con un valore complessivo delle esportazioni pari a 1,4 miliardi di euro. L'Italia, secondo il reportage, rappresenta uno dei mercati europei di destinazione, con una quota di 41,9 miloni di euro. E Massimo Siccardi, grossista ed esperto del settore ittico, evidenzia come il 95% del venduto sia congelato o decongelato, e che in questo momento "gira molto il calamaro cinese". Ma a quanto pare, la maggior parte del calamaro che si vende a ristoranti, supermercati e pescherie arriva dalla Spagna.

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Il passaggio attraverso la Spagna

La Spagna, infatti, continua a essere il principale esportatore di calamaro congelato verso l'Italia. Ma questo non significa necessariamente che il prodotto sia stato pescato da flotte spagnole. Secondo Valentina Tepedino, infatti, una parte significativa dei calamari che arrivano dalla Spagna proviene a sua volta da altri Paesi, tra cui India, Marocco e Cina. Tanto che nel 2025 le importazioni spagnole di calamari congelati dalla Cina hanno superato le 41mila tonnellate, in forte crescita rispetto agli anni precedenti. Ricostruire la provenienza del prodotto diventa quindi più difficile.

La lavorazione in Cina

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il sistema globale di trasformazione del prodotto. Una parte del calamaro pescato da flotte europee viene infatti spedita in Cina per essere pulita, lavorata e confezionata prima di tornare sui mercati occidentali. Una pratica che coinvolge aziende di diversi Paesi e che rende ancora più articolata la tracciabilità della filiera.

Il lavoro forzato

In questo contesto si inseriscono le inchieste del progetto giornalistico The Outlaw Ocean Project, che negli ultimi anni ha denunciato programmi statali di lavoro forzato nell'industria della trasformazione ittica in Cina. Il fondatore del progetto, Ian Urbina, sostiene che vengano impiegati operai nordcoreani e uiguri. E al Corriere Urbina spiega che "nel caso dell’industria cinese del calamaro lavorano non solo prodotti dalle navi cinesi, ma anche quelli provenienti da navi spagnole, italiane o francesi. Sono catturati, congelati, spediti in Cina, decongelati, lavorati, puliti, eccetera, riconfezionati, congelati di nuovo, rispediti in Europa e poi messi nel tuo piatto".

Le violazioni nel piatto

Nonostante le violazioni, i prodotti ittici cinesi arrivano infatti in Europa dove, secondo l'inchiesta, non ci sono normative per bloccarli. Perché il regolamento UE contro il lavoro forzato entrerà in vigore solo a dicembre 2027: potrebbe portare a sanzioni contro singole aziende, ma non si occupa specificamente del settore ittico. Mentre il regolamento contro la pesca illegale e non regolamentata è già in vigore dal 2008, ma sanziona solo le pratiche di pesca illegale, e non si occupa delle condizioni dei lavoratori della filiera.

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