Coronavirus, la comunità ebraica si prepara per la Fase 2: “Così in sinagoga in sicurezza”

Cronaca

Manuela Gatti

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Dopo quello della Cei, è pronto il protocollo unitario in base al quale tutte le altre confessioni non cattoliche potranno riprendere le celebrazioni. La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni: “Per noi le norme anti-contagio si sommano alle regole di sicurezza abituali, pregare all’aperto pone rischi”

Riaprire le sinagoghe a partire dal 18 maggio, come per le messe, con spazi più grandi a disposizione dei fedeli e rispettando tutte le norme anti-contagio indicate dal comitato tecnico-scientifico del governo. È così che l’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane, si sta preparando a entrare nella “fase 2” dell’emergenza coronavirus (LO SPECIALE - GRAFICHE), dopo settimane di funzioni interrotte e luoghi di culto sbarrati. Come ha spiegato a SkyTg24.it la presidente, Noemi Di Segni, il dialogo con l’esecutivo ha portato alla definizione di un protocollo unitario, valido per la comunità ebraica ma anche per tutte le altre confessioni non cattoliche presenti in Italia, islam compreso, ormai giunto alla sua versione finale e solo in attesa delle firme ufficiali. Il testo, sulla scorta di quello stilato la scorsa settimana tra l’esecutivo e la Cei, contiene una serie di indicazioni pratiche su come riprendere le liturgie in sicurezza.

Aprire più sinagoghe di sabato

“Abbiamo appena dato il nostro benestare al testo - spiega Di Segni - e abbiamo apprezzato molto il lavoro fatto dal governo per valutare l’apertura anche di tutti gli altri luoghi di culto, oltre alle chiese”. Tre le indicazioni contenute nel protocollo ci sono la raccomandazione ai fedeli di stare a casa se si hanno febbre o sintomi influenzali, la regolamentazione degli accessi, con gli ingressi possibilmente distinti dalle uscite, il rispetto delle distanze interpersonali di sicurezza e la sanificazione degli ambienti dopo le funzioni. Questo porterà le comunità medio-piccole a dover aprire ogni sabato le sinagoghe, che invece di solito vengono utilizzate solo per le festività più importanti. Per esempio a Genova, dove generalmente la preghiera del sabato si svolge in un tempio secondario e più piccolo, si ricorrerà invece alla sinagoga per avere spazi più ampi e garantire il mantenimento delle distanze. “Questo comporterà lavoro e sforzi aggiuntivi - ragiona Di Segni - ma in questo momento è una fortuna avere a disposizione questi edifici per ospitare i fedeli”.

Attenzione alle normali regole di sicurezza

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Nel caso delle comunità ebraiche queste disposizioni anti-contagio devono convivere con le normali regole di sicurezza, con cui i fedeli fanno i conti tutto l’anno a causa della persistenza di fenomeni ed episodi di antisemitismo. L’ipotesi per esempio di pregare all’aperto, contenuta anche nel protocollo della Cei e caldeggiata laddove la chiesa non possa garantire il distanziamento, per la comunità ebraica invece “pone un discorso di sicurezza”, come spiega Di Segni, e sarebbe quindi difficile da applicare. “Dobbiamo fare sempre un ‘check’ in più rispetto agli altri su ogni misura”, sintetizza la portavoce delle circa 30mila persone di fede ebraica presenti in Italia, organizzate in 21 comunità.

Consentire le preghiere collettive

Poter avviare la “fase 2” è in ogni caso per gli ebrei un momento particolarmente importante, perché consente di tornare a svolgere le preghiere collettive - i minian - la cui recitazione richiede la presenza minima di 10 uomini adulti. “La riapertura delle sinagoghe per noi ha senso se sono consentite queste preghiere pubbliche, e qui interviene di nuovo il tema del distanziamento - prosegue la presidente dell’Unione -. Se manca questa condizione allora si tratta di una preghiera individuale”. Che è poi la modalità di preghiera che, in queste settimane di lockdown, i fedeli hanno potuto condividere attraverso le piattaforme di videoconferenze. “Le situazioni che lo consentivano sono state filmate e condivise con gli altri, per esempio la preghiera del mattino con il rabbino, oppure momenti come un lutto o ancora la circoncisione di un figlio - spiega Di Segni -. Tutto nel limite delle norme religiose: di sabato, per esempio, questo non è possibile perché non sono ammesse registrazioni”.

La tecnologia per tenere unita la comunità

Gli strumenti digitali, quando ammessi, hanno dunque aiutato la comunità ebraica italiana a mantenersi unita nonostante le restrizioni e l’impossibilità di riunirsi. “Questi momenti di condivisione ci hanno aiutati a tenere un ritmo, ad avere una guida nelle nostre preghiere, coadiuvate e assistite a distanza”. Anzi, prosegue la presidente dell’Ucei, la tecnologia in alcuni casi ha permesso di superare i confini locali e di organizzare conversazioni, lezioni e approfondimenti con anche centinaia di fedeli collegati contemporaneamente: “Questo riscontro è andato oltre ogni nostra aspettativa. Certo, la gente aveva più tempo a disposizione, ma ha anche mostrato grande interesse a lavorare sulla propria identità ebraica”.

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