L’Aquila 10 anni dopo, il terremoto dell’anima: il reportage di Sky Tg24. VIDEO

Cronaca

Tonia Cartolano

Un convegno nazionale promosso dall’Arcidiocesi dell’Aquila in occasione del decimo anniversario del sisma che, il 6 aprile 2009, distrusse il capoluogo d’Abruzzo. Obiettivo l’approfondimento dei risvolti di natura spirituale e psicologica prodotti da queste catastrofi

È passato già un decennio da quelle 3.32 che sventrarono la città dell’Aquila. 10 anni eppure il terremoto non è mai finito. Sono finite le scosse ma non il terremoto dell’anima. Lo dice bene Giustino Parisse, che ha perso i due figli e l'anziano papà il 6 aprile del 2009. “La mia paternità è stata piegata quella notte alle 3.32. E lo è stata in maniera devastante: l'ultima parola sulla bocca di mio figlio Domenico, prima del silenzio carico di polvere e disperazione, è stata Papà, ripetuta una, due, tre volte” racconta Parisse intervenendo al convegno nazionale promosso dalla Chiesa de L’Aquila insieme con la Caritas italiana. “Quel grido fiducioso, nella notte che non avrebbe visto alba, è la spada ancora infilzata in un cuore che da dieci anni non smette di sanguinare”, dice Parisse. È questo il terremoto dell’anima di cui parla il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila: il volto sociale non meno devastato rispetto alle case lesionate, che racconta le fratture spirituali e psicologiche ancora più gravi in confronto alle “rovine” materiali.

Le "faglie interiori" del terremoto

Non si può parlare solo di ‘terremoto’, insomma, ma di ‘terremoti’. “I sussulti geologici, che hanno fatto violentemente tremare il nostro territorio – ha detto il cardinale Petrocchi - non solo hanno demolito case e cose, ma hanno attivato anche ‘sciami problematici’ profondi, che si sono propagati nella mente, nei sentimenti e nelle relazioni della nostra popolazione, producendo fratture e lasciando rovine: nelle persone e tra le persone. E queste ‘faglie’ interiori, che caratterizzano il terremoto ‘dentro’, sono più dannose e durano più a lungo delle onde sismiche che determinano il terremoto fuori”. Da qui l’appello affinché la Chiesa italiana si doti di una sorta di task force in grado di intervenire in tutte le calamità naturali del Paese.

Mons. Molinari: "Come Beirut"

E poi i ricordi, che raccontano le emozioni di allora e quelle di oggi. “Un giorno, l’allora capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, chiese di poter salire sulla mia auto, per recarci insieme ad un appuntamento al Consiglio Regionale - ha ricordato Mons. Molinari, arcivescovo emerito de L’Aquila -. Passavamo per via XX Settembre ed egli guardò a lungo le macerie e le rovine dei palazzi vicino a quello che era stato il palazzo dell’ANAS (anch’esso distrutto) e il Dr. Bertolaso mi disse: "Sembra di essere a Beirut, dopo il bombardamento!". Sì, il terremoto è stato come una guerra improvvisa, di una incredibile potenza devastatrice. Così è stato per me e per molti. Una devastazione che ha distrutto tutto, senza eccezioni”.

Il prof. Rossi: le ingiustizie perpetuano il disagio

L’Aquila, insomma, a 10 anni di distanza dal terremoto fa i conti con le lacerazioni profonde, quelle che marchiano per sempre la carne viva della gente e della città. Come si affronta il mostro? “È di fondamentale importanza attribuire agli eventi traumatici il giusto posto nella sua storia - ha ricordato il prof. Alessandro Rossi che dirige la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università dell’Aquila -. E le ingiustizie e ritardi, purtroppo, attivano il risentimento e perpetuano il disagio”. 

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