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High North 2018, plastica nell'Oceano Artico in zone inesplorate

3' di lettura

Il rilevamento di macroplastiche ai limiti della banchisa artica è uno dei preziosi risultati scientifici ottenuti dalla missione di ricerca della Marina Militare, coordinata da Roberta Ivaldi e da Maurizio Demarte dell’Istituto Idrografico della Marina. VIDEO E FOTO

Sonde, droni e robot per studiare il fondo dell'Oceano Artico e acquisire informazioni su come il cambiamento climatico sta modificando le correnti e i fondali dei nostri mari. Questo l'obiettivo della missione High North 2018, secondo step della campagna di geofisica marina pluriennale della Marina Militare guidata dal'Istituto Idrografico. Tre settimane di studi intensivi che hanno permesso al team italiano - composto da ricercatori di Cnr, Iim, Enea, Ogs, Eri, Cmre, Ids e Uni-Sorbona - di tornare protagonista della ricerca marina nelle fredde acque del Polo Nord.

Plastica tra i ghiacci del Polo Nord

Il viaggio della nave Alliance, di proprietà della Nato, è cominciato da Tromso. Lo scioglimento dei ghiacci ha permesso alla spedizione di studio di spingersi fino al limite della banchisa Artica, a 81° 50.27’ di latitudine nord, in una zona mai esplorata prima dal punto di vista scientifico. Lì il team ha osservato un fenomeno senza precedenti: centinaia di grandi oggetti di plastica, dai copertoni alle confezioni di alimenti, spinti intatti dalle correnti di mezzo mondo fino ai ghiacci dove sono rimasti impigliati. L'equipaggio della Alliance ha così  potuto riprendere in immagini, trasmesse per la prima volta da Sky TG24, le macroplastiche che galleggiano in un'area del Pianeta così distante dalle città. Pacchetti di patatine nel Pack Artico. 

Il campionamento delle plastiche

Delle plastiche studiate nel corso di High North stupisce in particolar modo la dimensione: gli oggetti arrivavano, in certi casi, a diversi metri di grandezza. Fondamentale, per il campionamento, l'utilizzo del "manta trawl", uno strascico utilizzato per raccogliere dalla superficie marina plastiche e microplastiche galleggianti. Utile nella ricerca anche l'impiego di droni, che hanno scattato immagini ad alta risoluzione del ghiaccio artico. 

Sonde e siluri, gli strumenti tecnologici

Una scoperta su cui riflettere, accompagnata da altre importanti rilevazioni ottenute grazie a sofisticati strumenti tecnologici. Le CTD-Rosette hanno permesso di misurare i parametri di ossigeno, fluorescenza, salinità e temperatura in profondità, per ricostruire le dinamiche delle correnti. I quattro Glider, sonde autonome dalla forma di un piccolo siluro, hanno viaggiato lungo la corrente occidentale delle Svalbard per individuare i vortici di acqua fredda. I rilevamenti acustici Multibeam hanno permesso di ricostruire la natura dei fondali di quelle aree inesplorate, contribuendo a completare la mappa ad oggi conosciuta dell'Artico. Con le box corer sono stati raccolti campioni di sedimenti dei fondali in tre differenti aree, per studiarne l'evoluzione nel tempo. Mentre quattro siti osservativi, i "Mooring" composti da catene di strumenti oceanografici, sono stati "ripescati" dopo mesi di permanenza sul fondale dell'Oceano, dove hanno raccolto preziosi dati sull'evoluzione di correnti, temperature e ossigeno. 

Il futuro delle missioni nell'Artico

I cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale rappresentano una importante sfida per il nostro futuro. E l’Artico, come "frigorifero" terrestre, riveste un ruolo fondamentale. Ecco perché la Marina Militare italiana ha deciso di investire e trainare la ricerca scientifica nei mari del Nord. Un'occasione per testare gli strumenti robotici a nuove latitudini e temperature e affinare le performance nel mapping marino. Per prepararsi ad affrontare il progressivo e inesorabile scioglimento dei ghiacci e per ricordare a noi tutti che può esistere un piano, ma non certo un "Pianeta B".

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