Suore sfruttate e umiliate: la denuncia dell'Osservatore romano

La denuncia sulla condizione delle suore nel mondo arriva dal mensile "Donna chiesa mondo" (GettyImages)
5' di lettura

L'inchiesta del mensile "Donne chiesa mondo" svela le difficili condizioni di lavoro cui sono sottoposte molte religiose

Suore sottopagate, non pagate affatto, sfruttate, costrette a lavori umilianti, in alcuni casi talmente frustrate da essere costrette ad assumere ansiolitici. L'Osservatore Romano, in un servizio-denuncia sul mensile "Donne chiesa mondo", svela la quotidianità umiliante di tante religiose. A squarciare il velo del silenzio, una religiosa arrivata dall'Africa una ventina di anni fa che accoglie religiose da tutto il mondo. "Ricevo spesso suore in situazione di servizio domestico decisamente poco riconosciuto. Alcune di loro - ha raccontato Marie-Lucile Kubacki al quotidiano della Santa Sede - servono nelle abitazioni di vescovi o cardinali, altre lavorano in cucina in strutture di Chiesa o svolgono  compiti di catechesi e d'insegnamento. Alcune di loro, impiegate al servizio di uomini di Chiesa, si alzano all'alba per preparare la colazione e vanno a dormire una volta che la cena è stata servita, la  casa riordinata, la biancheria lavata e stirata. In questo tipo di  'servizio' le suore non hanno un orario preciso e regolamentato, come  i laici, e la loro retribuzione è aleatoria, spesso molto modesta".

Condizioni umilianti

Ci sono addirittura suore che non vengono nemmeno ammesse alla tavola a mangiare con il prete per cui lavorano: "A rattristare di più suor Marie è che quelle suore raramente sono invitate a sedere alla tavola che servono. Allora chiede: 'Un ecclesiastico pensa di farsi servire un pasto dalla sua suora e poi di lasciarla mangiare sola in cucina  una volta che è stato servito? È normale per un consacrato essere  servito in questo modo da un'altra consacrata? E sapendo che le persone consacrate destinate ai lavori domestici sono quasi sempre  donne, religiose? La nostra consacrazione non è uguale alla loro? Un giornalista che si occupa d'informazione religiosa le ha addirittura  soprannominate 'suore pizza', riferendosi proprio al lavoro che viene  assegnato loro".

Ansiolitici per alleviare le frustrazioni

La difficile situazione che sono costrette a vivere, suscita in molte suore una ribellione interiore molto forte: spesso provano una profonda frustrazione, ma hanno paura di parlare a causa delle storie sullo sfondo anche molto complesse. Nel caso di suore straniere venute dall'Africa, dall'Asia e dall'America latina, ci sono a volte una madre malata le cui cure sono state pagate dalla congregazione della figlia religiosa o un fratello maggiore che ha potuto compiere i suoi studi in Europa grazie alla superiora: sentendosi in debito, decidono di tacere. In alcuni casi, riferisce suor Marie, sono costrette ad assumere ansiolitici per sopportare questa situazione di frustrazione.

Trattate come oggetti "intercambiabili"

Un'altra religiosa, suor Paule, che ricopre incarichi importanti nella Chiesa, racconta di sorelle che avevano servito per trent'anni in un'istituzione religiosa, ma che una volta ammalate, si sono trovate sole ed abbandonate dalle stesse persone che servivano. Dall'oggi al domani, continua la religiosa, venivano mandate via come se fossero "intercambiabili": "Ho conosciuto delle suore in possesso di una dottorato in teologia che dall'oggi all'indomani sono state mandate a cucinare o a lavare i piatti, missione priva di qualsiasi nesso con la loro formazione intellettuale e senza una vera spiegazione. Ho conosciuto una suora che aveva insegnato per molti anni a Roma e da un giorno all'altro, a cinquant'anni, si è sentita dire che da quel momento in poi la sua missione era di aprire e chiudere la chiesa della parrocchia, senza altra spiegazione" aggiunge suor Paule.    

Nessun compenso per i lavori svolti

Nell'articolo-denuncia spicca anche la testimonianza di suor Cecile, insegnante che lavora in un centro senza alcun contratto: "Dieci anni fa, nel quadro di una mia collaborazione con i media, mi è stato chiesto se volevo davvero essere pagata. Una mia consorella anima i canti nella parrocchia accanto e dà conferenze di quaresima senza ricevere un centesimo. Quando un prete viene a dire la messa da noi, ci chiede 15euro". Suor Cecile ritiene anche che le religiose debbano prendere la parola: "Da parte mia, quando vengo invitata a fare una conferenza, non esito più a dire che desidero essere pagata e qual è il compenso che mi aspetto. Le mie sorelle e io viviamo molto poveramente e non miriamo alla ricchezza, ma solo a vivere semplicemente in condizioni decorose e giuste. E' una questione di sopravvivenza per le nostre comunità". Infine alcune religiose ritengono che le loro esperienze di povertà e di sottomissione, a volte subite e a volte scelte, potrebbero trasformarsi in una ricchezza per tutta la Chiesa, se le gerarchie maschili le considerassero un'occasione per una vera riflessione sul potere.

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