Amazzonia, come gli antichi Indios hanno contribuito alla biodiversità

Secondo i ricercatori, le popolazioni precolombiane hanno cominciato a coltivare specifiche piante da frutto a ridosso della foresta già ottomila anni fa (Getty Images)
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Uno studio pubblicato sulla rivista "Science" sostiene che alcune specie di alberi domestici come il noce del Brasile e le piante di cacao siano cinque volte più presenti rispetto ad altre specie selvatiche simili. Sarebbe questa l'eredità delle primitive coltivazioni dell'uomo nell'area

Un team di studiosi composto da ricercatori dell'Università olandese di Wageningen e del Naturalis biodiversity center di Leiden, sempre nei Paesi Bassi, ha scoperto che la vegetazione della Foresta Amazzonica, in Sud America, è stata profondamente influenzata dalle popolazioni precolombiane. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica "Science", alcune specie di alberi come l’açai (Euterpe oleracea), l’albero della gomma (Hevea brasiliensis), il cacao (Theobroma cacao) e il noce del Brasile (Bertholletia excelsa), sono cinque volte più presenti rispetto a specie selvatiche simili. Secondo i ricercatori la causa sarebbe la capacità delle popolazioni di questa zona, già ottomila anni fa, di coltivare specifiche piante da frutto a ridosso della foresta.

 

La mano dell'uomo – Il team guidato da Carolina Levis, ricercatrice di paleoecologia dell'Università di Wageningen e autrice principale dello studio, per giungere a queste conclusioni ha analizzato la biodiversità all’interno della foresta pluviale. Utilizzando i dati dell’Amazon tree diversity network - un’organizzazione di botanici, ecologi e tassonomi che raccoglie dati sulla vegetazione dell’Amazzonia - ha scoperto che delle 4962 specie censite, 20 sulle circa 85 considerate domestiche, sono “sovrarappresentate”. Tra queste spiccano in particolare il noce del Brasile (Bertholletia excelsa) e le piante di cacao (Theobroma cacao). Nello specifico, i ricercatori hanno registrato un’alta diffusione delle specie domestiche nelle vicinanze degli oltre tremila siti archeologici precolombiani conosciuti. Un dato che li ha fatti giungere alla conclusione che circa il 20% della distribuzione di questi alberi in tutta l’Amazzonia sia legato all'influenza umana, a fronte di un 30%  legato a fattori ambientali come la composizione del terreno.

 

Una foresta “contaminata” – Il fatto che questo tipo di vegetazione tenda a svilupparsi intorno ai resti degli insediamenti precolombiani, secondo gli studiosi, rappresenta non solo una grande scoperta per l’ecologia ma apre nuovi orizzonti anche per la ricerca archeologica. Per il team guidato da Carolina Levis, infatti, il modello che hanno utilizzato per censire le diverse specie potrebbe essere utile per scoprire siti all’interno della foresta pluviale ancora sconosciuti. E che dimostrerebbero ulteriormente come, secondo Levis, “l'Amazzonia non sia una giungla selvaggia e incontaminata, ma un ecosistema che nei secoli gli esseri umani con il loro intervento hanno contribuito a creare”.

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