Hate Moss, l'album A Hot Mess: "Meglio una vita popolana che quella borghese infelice"
Musica
Il duo composto da Ian Carvalho e Tina Galassi affronta tematiche sociali di forte impatto, esplorando una pluralità linguistica che abbraccia portoghese, inglese, spagnolo, italiano e perfino un brano in dialetto toscano. Tra i temi ricorrenti emergono la precarietà delle nuove generazioni, le morti sul lavoro, le disuguaglianze sociali e una politica schiacciata dagli interessi del mercato. L'INTERVISTA
S’intitola A Hot Mess il nuovo album di Hate Moss, coppia che continua a sfuggire a ogni etichetta, trasformando la contaminazione in una cifra stilistica. E' uscito per
la storica etichetta bolognese Trovarobato e prodotto in collaborazione con Pour Atom Oil. È un viaggio sonoro che attraversa generi diversi, dal trip hop all’electroclash, con influenze world e industrial, ed è stato scritto, registrato e mixato dal gruppo stesso, che ha potuto così mantenere il pieno controllo creativo in ogni fase del suo processo produttivo. Nato durante un lungo tour che ha toccato Sud America, Europa, Regno Unito e parte del Medio Oriente, il disco riflette le esperienze vissute da Ian Carvalho e Tina Galassi nella scena culturale alternativa, frutto di una dimensione musicale radicata nei centri sociali autogestiti e nella cultura DIY. I testi affrontano tematiche sociali di forte impatto, esplorando una pluralità linguistica che abbraccia portoghese, inglese, spagnolo, italiano e perfino un brano in dialetto
toscano. Tra i temi ricorrenti emergono la precarietà delle nuove generazioni, le morti sul lavoro, le disuguaglianze sociali e una politica schiacciata dagli interessi del mercato. Attraverso una fusione di percussioni organiche, elettronica e voci intense, arricchite dal contributo di amici e colleghi musicisti, gli Hate Moss danno vita a un disco che non si limita alla denuncia, ma invita l’ascoltatore a riflettere e a credere nel possibile cambiamento.
Tina e Ian partiamo dalla storia di A Hot Mess ovvero disastro totale: come è nato e la scelta del titolo che è onomatopeica col vostro nome d’arte. Sapete che in Italia può essere interpretata in maniera più letterale?
Più che onomatopeico è l’anagramma del nostro nome, per altro scelto ben prima di scrivere l’album. A Hot Mess è un album a progetto e il titolo ha influenzato la scrittura. Lavoriamo in inglese per descrivere una situazione particolare in generale e nei contenuti la decliniamo.
Esplorare e praticare tanti idiomi nell’epoca dei muri e del ritorno del sovranismo vi fa sentire mosche bianche oppure insieme a tanti altri artisti siete la nuova Resistenza?
Speriamo la nuova resistenza, più si va avanti più si sdogana il fatto che non scrivere solo nella lingua di origine si può. Negli ultimi due anni viaggiando tra le altre situazioni abbiamo incontrato una band portoghese che cantava in portoghese in Inghilterra.
Mi raccontante i simbolismi della cover realizzata dall’artista Vhro alias Sara Vaccaro? In cosa rappresenta l’anima di A Hot Mess?
La cover nasce dal volere riprendere tanti concetti, tante suggestioni, abbiamo raccolto magazine, giornali, brossure dei testimoni di Geova ma anche immagini bibliche, anime giapponesi e manga tutto con uno spirito che ricordasse un giudizio universale; abbiamo usato anche l’intelligenza artificiale per fare questo lavoro, abbiamo masticato il tutto finché abbiamo trovato quello che era un non senso a prima vista ma stratificato. Poi è stato rifatto poi in acrilico, nelle dimensioni di 60 per 60, e a osservare bene si vedono le pennellate.
Nel brano A Hot Mess dite “I can’t stop I can’t rest Time is not friend I’m a mess”: sono parole che trasmettono inquietudine, che testimoniano un disordine interiore. E’ il ritratto di una umanità smarrita? Anche se poi dite che c’è qualcosa da dire e da tentare?
La canzone nasce dall’idea di perdere una persona, che sia una relazione e che si tratti di perdere un legame: la vita quotidiana continua e nei momenti di calma pensi che non puoi rilassarti. La frenesia dei giorni nostri non fa riflettere sulle cose che succedono: il tempo non ti fa vivere né il lutto né la festa.
Chi è Bianca cui hanno rubato i sogni e fin da bambina e ha dovuto pensare a lavorare? E’ una canzone dall’afflato tragico.
Questa ragazza riassume le storie che leggiamo sui giornali, parla di morti sul lavoro. Parla di morti bianche che sono costruite sul suo personaggio. I suoi sogni svaniscono.
L’ignoranza è un cane che non vede dite in Mentiras: il brano sembra un racconto distopico, quasi orwelliano. E’ così? E’ tutto così drammaticamente reale?
I giorni nostri ne sono la prova, noi ci siamo ispirati al Punk sudamericano, abbiamo fatto un tour in Cile, Argentia e Uruguay, tutte zone che subiscono le influenze dell’America del Nord che li ha resi ciechi. L’idea è che la condivisione comunitaria aiuta chi non riesce a riposarsi poi il lavoro non è giusto e la società che ci vuole ignoranti e poco formati. Siamo influenzati dal combattere capitalismo che ci aliena.
In Amor Sincreto citate gli orisha che sono gli spiriti e le divinità della religione Yoruba che dovrebbero proteggere il mondo: quale è il vostro rapporto con la Fede?
Con la musica colmiamo la mancanza spirituale e i riferimenti religiosi sono sincretismi. C’è molto simbolismo, simboli e immagini ci servono per creare un immaginario.
Nella stagione dei social e delle app per incontri cosa è un Amor Sincreto, un amore segreto?
Il concetto si appoggio al significato reale di di sincretico e non alla sua traduzione. La abbiamo sempre trovata un po’ imbarazzante e distopica quella come situazione. Meglio andare al bar e conoscere le persone parlando. E’ l’evoluzione dei social.
Sette nonostante le rime quasi da filastrocca è un brano secondo molto politico: quale è l’arcano che svelato fa scegliere il lampredotto?
E’ rendersi conto che si è stati maneggiati. Sette sta anche per setta, è lo sviluppo di un personaggio che da lavorare per una setta va a fare il macellaio e questo personaggio tra “sogno e sugna” capisce che il lampredotto è meglio del caviale nel senso che è meglio una vita popolana che borghese nella quale stai male dentro.
Prendo spunto da Just Another Dream per chiedervi chi è, nel 2026, un dreamer?
Noi lo siamo, siamo in punto in cui le distopie hanno preso il sopravvento, chi riesce a fare cose per la comunità, anche quella piccola di quartiere, a dare parte della sua vita per il bene comune è un dreamer. Ma c’è anche l’egoismo del sognatore che nei sogni cerca la sua realizzazione.
Infine che accadrà nelle prossime settimane della vostra vita artistica?
Ora siamo in Giappone, poi ci prendiamo qualche day off di riposo, quindi andremo in Portogallo, poi ancora Italia dopodiché rivoliamo in Sudamerica da novembre fino alla fine di gennaio.