LNDFK, in Kuni declina l'arte senza confini che nasce nel futuro ma vive il presente

Musica

Fabrizio Basso

Credit Mattia Giordano
LNDFK _ ph Mattia Giordano

Tra Mirò e Sanguineti, tra Eros e Thanatos questa artista senza confini ha portato al Viva! Festival di Locorotondo un mondo dove l'arte è un gioco di specchi che non finirà mai di moltiplicarsi. L'INTERVISTA

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Se c'è una idea artistica che si presta a essere contaminata si chiama Jazz. Ma per "sporcarla" con l'elettronica, con la poesia e con il cinema serve vivere il futuro come se fosse il presente. Ed è quello che sta facendo LNDFK, all'anagrafe Linda Feki, una producer e songwriter, figlia di due diverse culture, madre italiana e padre

arabo, cresciuta a Napoli. La sua musica abbraccia il jazz e lo filtra col suo bagaglio di esperienze e la sua sensibilità. Il suo album Kuni è un viaggio circolare tra Eros e Thanatos, è un ascolto terapeutico che coinvolge più sensi. E la conferma la ho avuta in occasione del concerto di LNDFK a Locorotondo, ospite del Viva! Festival. Dove ci siamo incontrati per una chiacchierata a bordo piscina.

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Linda partiamo dalla tua presenza al Viva Festival!
E’ stata una serata in quartetto, il progetto avendo radici jazz con influenze elettroniche mi permette varie declinazioni del live e di suonare strumenti diversi. In più ho ottime possibilità di improvvisazione.
Perché hai cancellato le vocali dal nome, da Linda Feki sei diventata LNDFK.
Mi piaceva da un punto di vista estetico, la forma è importante. Inoltre mi piacciono molto il suono e il senso di appartenenza. E' anche un richiamo a Mndsgn, il produttore di Los Angeles. Ti confesso però che tornando indietro mi chiamerei Kuni, come l’album.
Kuni ha cambiato la percezione che la gente si era fatta di te ascoltando i precedenti lavori culminati nell’Ep Lust Blue: c’è un momento esatto che segna la svolta, la tua presa di consapevolezza di volere essere identitaria?
La svolta è nel 2019. In quel periodo si ipotizzavano varie direzioni. Molti mi incoraggiavano a scrivere in italiano. Prima forse ero troppo di nicchia; dopo varie valutazioni ho detto che se anche la mia musica la ascoltano in tre io mi sento più rappresentativa di quello che sono. In Kuni ci sono influenze di cinema, letteratura, arti visive: è più semplice verbalizzare le esperienze della mia vita con opere d’arte esistenti.
So che Kuni si è sviluppato contemporaneamente a una tua crescita personale: cosa è successo?
Non riuscivo a identificarmi con modelli musicali solidi e avevo difficoltà a espormi. Mi sono identificata in Joan Mirò, grazie anche a un percorso di terapia, e sono maturata sul piano umano ed esistenziale.
Kuni se non erro ha un significato che si avvicina a radici: è per questo che lo hai scelto?
E’ un nome inventato da una persona per me, ancora oggi mi chiamano così gli amici più cari. Per me segna una parte luminosa, solo poi ho scoperto che significa terra e ci aggiungo che LND richiama l’inglese land, terra. Comunque nasce fondamentalmente per il suono.
Apri l’album con Hana-Bi: cosa c’è in te di Nishi e cosa di Horibe?
Penso che sono due facce della stessa medaglia. Una mia evoluzione è avvenuta quando ho smesso di dividere la vita tra bene e male, ho risolto la dicotomia (parola che è anche un tatuaggio sul braccio, ndr) e lo ho espresso anche graficamente e con un vinile di due colori.
Perché hai sentito l’esigenza, ma forse anche l’urgenza, di mettere due versioni del brano?
Per sottolineare la fine della dicotomia perché è chiaro che eros e thanatos fossero le due facce della medaglia. Quindi l’ascoltatore ha una prima versione più vulnerabile mentre la seconda riparte con più forza.
Poi c’è Takeshi che è una dedica al regista del film, Kitano: quanto il cinema influenza la tua arte? E quando la influenzano le tue radici italo-arabe e avere come base Napoli, città di contaminazioni per antonomasia?
Molto mi influenza Napoli sul piano artistico. E’ una città complicata e creativa anche nelle difficoltà estreme. Poi sai ho sempre difficoltà a stare nelle radici, mi sono sempre sentita parte del mondo. La mia identità personale si è rafforzata grazie a quella artistica.
Smoke – A moon or a botton nonostante le sonorità delicate trasmette un senso di inquietudine: siamo nel lato oscuro della luna?
Appartiene al lato Eros dell’album, è la sola traccia romantica di Kuni. Poi ovviamente chiunque ci vede quello che vuole.
Hai pensato e riflettuto che per il suo sviluppo avresti potuto non nominare le canzoni? Kuni potrebbe essere una sola ipnotica composizione.
E’ in realtà un unico discorso, è una forma di comunicazione sensoriale. Il contenuto si esprime anche attraverso una parte visiva e i titoli hanno accentuato quella parte di messaggio che il testo che non veicola.
Hai a volte la sensazione che una musica come la tua non riceva la giusta attenzione? E che l’Italia sia molto indietro nel considerare la musica arte?
E’ un dato assoluto che qui arte e cultura non hanno peso. Non c’è la considerazione che la cultura merita. Non è al primo posto la cultura qui e ciò rende difficile resistere a chi prova a crearla. Parlando del mio progetto riconosco che non mi aspettavo un riscontro così, la qualità è stata capita. Ci sono persone che con la mia musica hanno scopeto Takeshi Kitano o Edoardo Sanguineti. Mi piace parlare di scambio culturale.
I tuoi incubi da disturbo post traumatico restano fonte di ispirazione, penso a Ku, o vorresti che ti abbandonassero? A proposito perché hai scelto Ku come singolo di lancio? Non è proprio un brano leggerissimo, soprattutto quando inviti a seguire la propria natura…Do it, that's your nature.
E’ una parte del nome di Kuni, Ku, è un modo per esprimermi e presentarmi. Ha tante sfumature, è suonata, ha trame giapponesi dal punto di vista timbrico. Vorrei che mi abbandonassero, vorrei il migliore mondo possibile ma so che ci sarà però sempre un dark side, è il solo modo per espiare. L’arte mi ha salvato, se una sola persona al mondo si ispira a me io sono felice.
Se mi stacco da te mi strappo tutto è una poesia di Edoardo Sanguineti: l’ultimo verso è vivo ancora per te se vivo ancora. Cosa ti fa pensare?
La poesia non va spiegata, la chiave di lettura che ricevo dalla poesia io non è la tessa che ricevi tu.
How do we know we’re alive è per me il brano più contaminato, più strano dell’album. Mi piace chiamarlo l’estraneo. Come nasce e in qualche modo potrebbe essere un segnale della tua direzione musicale nei prossimi mesi?
Nell’artwork c’è una crepa, ci siamo ispirati a un quadro di Mirò. E’ il titolo del libro Il corpo accusa il colpo di Van der Kolk che spiega il disturbo post traumatico in modo scientifico ma comprensibile. Per me è stata una lettura illuminante. Tocco tematiche delicate ma discusse.
Che rapporto hai con i ricordi? Tendi a conservarli tutti oppure sei una selettiva?
Non abbiamo un ruolo attivo, alcune cose le rimuoviamo per difesa. I social sono un diario personale, un collage per immagini che associo a canzoni. E’ il mio modo per ricordare e la modalità di associazione torna nella mia musica. Il ricordo resta fondamentale.
Immagino che ora tu sappia se sei viva o morta: a prescindere continuerai a scavare nella pietra?
Lo farò sempre e ora va un po’ meglio, ho più prove dell’esistenza.
Che accadrà nelle prossime settimane?
Chiudiamo il tour e poi si lavora a un nuovo Ep con una influenza più radicale nel cinema. Kuni è l’inizio di un percorso tra Eros e Thanatos.

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