I Muse colorano San Siro con le sfumature della gioia

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Muse (foto di Elena Di Vincenzo)

I Muse ipnotizzano San Siro , in una notte calda le note e la poetica della band inglese scrivono una delle pagine più bella dell'estate musicale 2019. Il racconto questa sera speciale

(@BassoFabrizio)

Mentre su Milano calavano le prime ombre della sera, come avrebbe detto Nick Carter, uno stadio, San Siro, si trasforma in un Algorithm, e quello che fino a pochi secondi era un muro nero diventa un caleidoscopio di luci e suoni. I Muse sono arrivati. I video sono da Oscar subito e la folla anche. Dopo Algorithm arriva Pressure e la folla è con le gambe in levare. Matthew Bellamy ha occhiali che sembrano quelli di the Fly, la Mosca, alla batteria Dominic Howard alza il ritmo e poi c'è Chris Wolstenholme che fa scivolare le dita sul basso con un misto di sensualità e violenza. Bellamy vuole il contatto con i fan e arriva a...centrocampo. Arriva Psycho, siamo alla terza canzone e non solo le immagini ma anche chi è dentro lo stadio naviga nello spazio. Bellamy chiede un supporto vocale per Break it to Me e l'eco quasi lo sovrasta. E' pazzesca la girandola di immagini sulla band, alternata con flash sulla gente e puntini rossi che scaldano l'anima. Il rosso è il colore dominante, almeno in questa prima parte. Certo che quando Howard fa vorticare le braccia su Uprising sembra di avere nel taschino della camicia tutta Mamma Africa. Eccoli sull'isola nel cuore dello stadio per Propaganda. Vicino a loro dei ghostbuster. Bellamy canta in falsetto e il brano è ancora più potente.

Plug In Bay viene cantata all'unisono come fosse l'Inno di Mameli. Lo schermo si colora di macchie informi, sembra un dripping, manca solo Pollock perché il grande muro dietro la band diventi una tela degna del Moma. E ancora un sontuoso Dominic chiude il brano. Dolce la ripartenza di Pray, con quelle immagini da Interstellar e i gong elettronici fanno vibrare le emozioni. I robot, le sirene e il rock alza il volume e quegli artigli burtoniani non bloccano la voglia di scivolare nel The Dark Side, quello che ha ognuno di noi e che non bisogna rinunciare ad esplorare. Sembrano sabbie mobili le immagini frenetiche dei Muse ma contrariamente alle trappole liquide della savana qui nessuno vuole fuggire. Le atmosfere ore sono più punkeggianti, siamo tra Supermassive, Thought Contagion e Hysteria.

Matthew, Dominic e Chris finalmente si fermano un attimo. Si guardano, si dicono qualcosa, sorridono. E' orgoglio. Come è orgoglio per me potere scrivere di una serata che resterà nella storia di San Siro, anche quando, come si mormora spegneranno le sue luci. La chitarra di Bellamy in The 2nd Law: Unsustainable oscilla come il turibolo la domenica delle palme e lui, (in)conscio di essere il vescovo di una messa laica chiude gli occhi in cerca di un Dio, credo quello della musica. Perché con la musica ci si ama e ci si lascia. E' una questione di fede. A essere onesti sul finale sembra più eretico, ma ci sta, serve a compensare l'atmosfera sincopata (per quello che si può dire dei Muse usando questo termine) di Dig Down, al termine della quale vengono inghiottiti dal palco per ricomparire in un nano secondo (abbondante) sul palco e decollare con STT Interstitial 1.

Ora coriandoli, colori lievi e sulle nostre teste scendono Madness, Mercy e Time Is Running Out in un clima da torcida. Lo scherno diventa un girotondo ipnotico, le atmosfere si fanno rarefatte. Ma che spettacolo gli onnipresenti occhiali di Bellamy che ricordano il gioco dei puntini, quando ancora la creatività arriva dalla realtà e non dal virtuale. Stavolta, e vi assicuro è inusuale, i laser rossi (e poi multicolori) arrivano dagli spalti. E' uno spazio bianco che introduce a Take a Bow. Dopodiché è una esplosione di suoni e di luci, un tripudio di vita psichedelica ed è emblematica la parola che si compone sul videowall: burn. Bruciare. San Giovanni è passato da un po' ma ogni giorno servirebbe un piccolo falò per ridurre in cenere qualcosa. Il gilet a led di Bellamy è affascinante ma già visto (forse Jovanotti?). Roberto Vecchioni a San Siro ha portato le luci, i Muse portano le luci delle stelle, portano Starlight. La voce porta il suo corpo sul palco a braccia larghe, come un guru. E un po' lo è.

Le luci si spengono ma non i laser. I Ragazzi rifiatano poi, dopo un attimo di nero, come direbbero in televisione, si riparte con Matthew Bellamy che viene sputato fuori dalla pancia della passerella. Alle sue spalle di materializzano due terminator e dei samurai dotati di (simil)katane luminescenti. Torna sul palco, davanti a la scritta simulation e stacca la corrente. Ora è buio vero, un raro momento gotico in una notte molto colorata. Il ritmo si alza. Il mostro che appare sul videowall pare un erede di Starship Troopers o forse è figlio degli Iron Maiden. E' il momento metal. Il finale ci copre come un sudario e non poteva che essere Knights of Cydonia. San Siro si inchina davanti ai suoi cavalieri!


LA SCALETTA
Algorithm (Alternate Reality version)
Pressure
[Drill Sergeant]
Psycho
Break It to Me
Uprising
Propaganda
Plug In Baby
Pray
The Dark Side
Supermassive 
Thought Contagion
Hysteria
Bliss
The 2nd Law: Unsustainable
Dig Down (Acoustic Gospel Version)
STT Interstitial 1
Madness
Mercy
Time Is Running Out
D&B Instrumental
Take a Bow
Prelude
Starlight

Encore:
STT Interstitial 2
Algorithm
STT Interstitial 3
Guitar Noise
Metal Medley: Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born
Knights of Cydonia