Daniele Silvestri si racconta: il nuovo album “La terra sotto i piedi”

Daniele Silvestri , cinquant’anni, e una lunga e solida carriera alle spalle. Sono passati 25 anni dal suo debutto nel panorama musicale italiano, ed esce oggi, venerdì 3 maggio il suo nono album da solista, La terra sotto i piedi . Tra i brani presenti anche Argentivivo , presentato allo scorso Festival di Sanremo.

La terra sotto i piedi è il nuovo album di Daniele Silvestri, che festeggia quest’anno 25 anni di carriera. Dopo il successo di Acrobati, uscito nel 2016, il cantautore romano ha deciso di cambiare direzione, entrando in terreni nuovi e inesplorati, impresa di certo non facile, ma brillantemente riuscita. La terra sotto i piedi è un album umano, terreno, saturo di passioni e di vita, in grado di raccontare le più interessanti e contradditorie sfumature della società di oggi.  

La terra sotto i piedi conta 14 canzoni-racconti, che mantengono la fascinazione per le storie, tipica peculiarità di Silvestri, che qui si riscopre di una inedita natura evocativa in grado di assumere una fisionomia e un’atmosfera cinematografica. Tra i brani presenti si denota la presenza di Argentovivo, nato con Rancore e Manuel Agnelli, vincitore del Premio della Critica Mia Martini, del Premio della Sala Stampa Radio-Tv-Web Lucio Dalla e del Premio per il Miglior Testo Sergio Bardotti all’ultimo Festiva di Sanremo.

Abbiamo incontrato Daniele Silvestri alla vigilia dell’uscita del suo nuovo album, e ci ha raccontato com’è stato lavorare a La Terra sotto i piedi.

L’isola di Favignana è il posto in cui è nato il disco, un luogo a cui sei molto legato: com’è andata? E perché hai scelto proprio quel posto?

Non è nato proprio li, nel senso che ha una gestazione lunga. Il posto, sì, non casuale, è un luogo che amo. Abbiamo trasformato una casa in uno studio e non è stato facilissimo, ma ne è valsa la pena perché ci sono dei luoghi e ognuno ha il suo: è un posto in cui si sente che c’è qualcosa di diverso. Io cerco di fare in modo che le condizioni esterne siano stimolanti, giuste per il mio team: probabilmente, dentro, sentivo che il mio nuovo album dovesse avere un suolo particolare sotto i piedi. Favignana è un’isola con un mare meraviglioso e mi rendo conto che quando arrivi da lontano la vedi come una specie di farfalla con un’ala, tutta piatta e bianca ma, in realtà, basta salire sull’isola per scoprire che nasconde un mondo sotterraneo, i Giardini Ipogei, che sono il risultato di un’infinità di piccole cave. Su Favignana potrei parlare per ore!

Cosa ti ha ipnotizzato?


C’è qualcosa di potente, è un posto che comunica un’energia diversa. Proprio questo mi fa amare quel posto, ha quell’energia di cui avevamo bisogno. Mi piace pensare sia una scelta fatta col cuore e non con il cervello. Quei giorni non sono stati tanti, di registrazione sono stati 6, per un totale di 9 o 10 giorni di permanenza, indimenticabili per tutti noi. E poi questa band, la Magical Mistery Band (è il nome della chat in cui ci scrivevamo prima di andare a registrare) ha vissuto con me questa esperienza che è qualcosa di profondo, di forte. Siamo venuti via con un sacco di materiale registrato, che poi potevano diventare canzoni vere e proprie. Alcune canzoni come Argentovivo erano un’esplosione musicale che ancora non aveva un senso preciso, ma c’era veramente tanta forza nelle cose che sono venute fuori e spero sia quello che si sente ascoltando l’album.

Il titolo, che è stato inventato dopo in realtà, è un po’ l’opposto di Acrobati, dal cielo si passa alla terra. Che significato ha per te?

In parte in contrasto con Acrobati, ma questo più pensando al mio percorso personale. In Acrobati avevo in qualche modo dichiarato di voler cambiare il punto di vista. Per questioni anagrafiche mi sembrava il momento di cambiare prospettiva e di guardare le cose più dall’alto, diventare meno poetici e più politici, perché la vita mi ha ripreso con forza in tanti modi. È stato un periodo complesso, particolare, sentivo il bisogno di cercare qualcosa di concreto, per cui avevo voglia di sporcarmi le mani di nuovo. Dall’altra parte, credo che queste due pulsioni coesistano dentro ognuno di noi: il desiderio di spaziare, di approfittare di quello che questo mondo ci mette tecnologicamente a disposizione: tutto è molto più vicino e raggiungibile, virtualmente lo è, ma è tutto anche molto più veloce, rapido, effimero, ogni cosa sembra valere per il suo esatto contrario. L’opposto, invece, è l’avere qualcosa di concreto, di fermo, e diviene un'esigenza frustrata perchè la solidità manca più facilmente di prima. La società non è arrivata preparata in questo mondo nuovo, non c’erano istruzioni per l’uso, non c’era un pensiero dietro. Bisogna ritrovare banalmente la sensazione di sapere più o meno cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Ma questa è un’esigenza che anche le nuove generazioni avvertono o c’è un po’ un gap in questo senso?

Il problema è che c’è poco gap dal punto di vista della vita che facciamo. Questo mi porterebbe subito a entrare nell’argomento di Argentovivo, quindi del rapporto tra ingegnanti e studenti, del rapporto coi figli. Invece, secondo me, il problema è che c’è poca credibilità e autorità, perché in fondo tutti lo viviamo nella stessa maniera, questo mondo nuovo. Il rischio però è che le nuove generazioni non sappiano che quella solidità e concretezza li potrebbe salvare, far star bene. Poi, io penso che per istinto la cercheranno e ne avranno bisogno, perchè ne sentiranno il bisogno. Lo penso sia perchè sono ottimista, sia perché penso che un po’ sia inevitabile. Non si può vivere di sola virtualità, di sola rapidità e di negazione costante di tutto, ci vuole qualcosa che sia costruzione e solidità, fa parte della natura umana. E cominciano a vedersi dei segnali, come Greta Thunberg che passa i suoi venerdì davanti alle sedi istituzionali per una lotta ambientalista che è una concretezza, tra le tante battaglie politiche di un’epoca è tra le più sensate. Ci sono dei segnali che, pur senza aver dietro un pensiero preciso, ci sia qualche istinto che fa muovere nella posizione giusta.

In Complimenti Ignoranti tu demonizzi tutto questo, ne parli con ironia, un po’ ci giochi.

Io non demonizzo, perché ci vivo anch’io, ripeto. Quella canzone, in particolare, tocca un argomento che non è solo "social", ma anche di chi ha il privilegio e la sfortuna di essere un bersaglio, o comunque di essere più esposto. È il contrappasso di diventare bersaglio di cattiverie ingiustificate, in un’epoca in cui le cattiverie viaggiano a una velocità mostruosa e producono risultati immediati, questo può diventare una grande malattia. Io ho la fortuna di essere saldo da questo punto di vista, non racconto un mio disagio, seppur abbia visto colleghi che hanno un rapporto coi social di terrore. Per certi versi io mi sono divertito a parlare di me e a mettere le mani avanti e di auto insultarmi. Nel lato B di quella canzone, che è Tempi Modesti, sono un po’ più cattivello su quell’argomento li, perché si sfiora l’argomento del rapporto delle istituzioni con quei mezzi: chi ci dovrebbe rappresentare dal punto di vista politico e istituzionale, dove forse sarebbe il caso di avere dei buoni esempi. Quello mi sembra preoccupante.

La vera differenza tra questa disattenzione verso la costanza che tu comunque esplichi nell’ultimo album e una canzone come L’uomo col megafono, che cantavi 24 anni fa dove sta? Eravamo disattenti anche all’epoca, mi sembra.

Dal punto di vista storico le differenze sono enormi: allora c’era già una crisi di quelli che si chiamano valori, per non dire ideali. Questo è il racconto degli ultimi 20, 30 anni, dell’emisfero occidentale e L’uomo col megafono era già il racconto di quella perdita di interesse perfino verso gli argomenti importanti, dal mio punto di vista. Quella è una china imboccata all’epoca che oggi, per motivi che c’entrano anche con tecnologie diverse che stanno ridisegnando un po’ la specie, diventano importanti. Però, potenzialmente anche molto più curabili, perché quelle stesse connessioni che rendono il pianeta un posto piccolo piccolo, in cui tutto è raggiungibile, potenzialmente possono creare dei movimenti senza confini, di pensiero, di lotte perfino e di quello L’uomo col megafono non avrebbe mai avuto la possibilità. È una bella differenza!

Vorrei riportare il discorso sul bisogno di sentirsi giusti e sporcarsi le mani. Come vivi la consapevolezza e il processo di parlare in maniera diversa da moltissimi che ora sono sulla cresta dell’onda? A Sanremo hai fatto un taglio netto, ti sei distanziato risultando anche scomodo. Come hai vissuto questo processo nel tempo?

In maniera meno consapevole di quello che può sembrare. Io non so fare altro, o meglio, il motivo per cui scrivo canzoni è per parlare di quello che vedo, che mi fa soffrire o gioire, che siano cose personali o uno sguardo sulla società. Mi sembra di notare che certe cose stanno arrivando a un punto di rottura, non è possibile che non si provochi qualche cosa. Faccio un mestiere in cui provi a raccontare le cose che ti stanno a cuore, e io non ci riesco a non dirlo. Io penso che sia un po’ un dovere esprimere in faccia le opinioni.

Infatti, nella traccia di apertura del disco, Qualcosa cambia, parli proprio di questa generazione che sta riscoprendo la fiducia. Questo secondo te è un momento di svolta?

Io credo che se non è questo, ci manca poco, ma quella canzone non apre a caso il disco: ho messo in testa un sentimento che mi appartiene, sono sempre un’ottimista, penso che l’essere umano sia meglio di come sembri. Penso che debba però mostrare il meglio di sé nella collettività, nel disegnare una società. Tendenzialmente mi sembra si stia facendo sempre di più l’opposto, si cerca sempre nell’individualità, nei singoli meriti, nelle capacità dei punti di vista sorprendenti. Io metto nella canzone Qualcosa cambia questo ottimismo, facendo anche le cose in maniera ipocrita, ma volutamente. C’è un elenco alla fine di segnali positivi: alcuni sono minuscoli, ma mettere l’attenzione su quello è già parte della cura, è come una malattia con già pochi anticorpi, e concentrarsi su quello aiuta.

A livello musicale, con che idea eri partito rispetto ad Acrobati per tradurre questo concetto?

Con un’idea molto precisa, ma non l’ho rispettata fino in fondo. Volevo fare un po’ il contrario di Acrobati. In Acrobati, dal punto di vista musicale, intendevo rispettare totalmente la purezza creativa di ogni brano registrato. Qui volevo che tutto fosse artificiosamente processato, per arrivare a un risultato diverso. In alcuni brani c’è molta modificazione a posteriori del suono e in una fase successiva sembra che l’orchestra vi abbia reinserito la purezza. È come se avessi disegnato i personaggi e la trama di un film, e dopo avessi inserito l’ambientazione.

Il tuo disco si configura molto delicato, in alcuni brani, per poi lasciarsi andare a pezzi più energici e ruvidi. Che esperienze hai fatto nell’ultimo periodo, che ti han portato in questo genere di contaminazioni?

Quando ho finito Acrobati ero sicuro che sarei uscito con un disco successivo nel giro di un anno, perché le registrazioni di acrobati sono state ricchissime e avevo un sacco di roba da parte. Poi, la mia vita mi ha preso un po’ a schiaffi due o tre volte, mi ha obbligato a fare altro ed è stato un bene. In poco tempo tutte le cose che avevo da parte mi si sono invecchiate nelle mani, non corrispondevano più a quello che sentivo. Mi sono preso del tempo per capire cosa stava succedendo intorno a me. Se c’è un periodo storico in cui è evidente che il panorama musicale è cambiato è questo, negli ultimi due anni è palese. Cose che non sapevo esistessero sono diventate mainstream, non sono neanche underground, e c’è stato generazionalmente un cambio notevolissimo, anche di cifre stilistiche. Secondo me è un movimento musicale che nasce potendosi permettere il lusso molto rischioso di scindere da quello che lo ha preceduto e tutto questo mi ha affascinato. Mi sono allora messo ad ascoltare un sacco di roba, l’ho sempre fatto, ma negli ultimi anni forse un po’ meno: nell’ultimo anno, invece, mi sono messo ad ascoltare un sacco di roba e ho scritto anche una canzonetta, Blitz Gerontoiatrico, perché mi sono studiato la scena trap. E ho sentito un sacco di roba che mi piaceva, anche se non è difficile riconoscere un piccolo problema dei contenuti verso il basso, al di là della cifra e dello stile, che a me spesso non dispiace. Allora mi sono divertito a fare il nonno che esce dal clichè “mi faccio le canne, guadagno un sacco di soldi e tratto male le femmine”.

Che assetto pensi di avere durante i live?

Adesso sono nella sfera dell’impossibile, in cui posso permettermi di spaziare con la fantasia, ma dovrò fare i conti con la realtà ben presto! Diciamo che la vera ambizione che ho è di occupare lo spazio dei palazzetti in una maniera un po’ anomala. Però è proprio sul modo in cui far vivere lo spettacolo, che vorrei fosse sorprendente, sconvolgente e costringesse a un altro tipo di fruizione dello spettacolo.