Roberto Vecchioni, le canzoni più famose

Roberto Vecchioni
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In vista dell'uscita del nuovo disco di Roberto Vecchioni, “L’infinito”, ripercorriamo le canzoni più famose importanti del suo repertorio

Roberto Vecchioni torna con un nuovo disco in uscita il 9 novembre e dal titolo “L’infinito”. Un album di inediti composto da dodici canzoni, un concept album ottimista “di resistenza analogica e culturale” come descritto dallo stesso cantautore. La resistenza analogica si basa alla scelta artistica di pubblicare il nuovo lavoro solo sui supporti cd e vinile. Tra le canzoni presenti anche un duetto con Francesco Guccini in “Ti insegnerò a volare” dedicato ad Alex Zanardi e alla sua storia, "metafora della passione per la vita che è più forte del destino". Sono 43 gli album pubblicati in carriera da Roberto Vecchioni, vincitore del Premio Tenco nel 1983, il Festivalbar nel 1992, il Festival di Sanremo e il Premio Mia Martini della critica nel 2011. Uno dei cantautori italiani più importanti e influenti del nostro Paese che nel corso degli anni è riuscito sempre ad intrecciare la musica con la storia, la letteratura e l’arte. Una carriera straordinaria nella quale è difficile scegliere dieci brani rappresentativi della storia del cantautore. Ne abbiamo selezionati dieci tra tantissime perle presenti. 

  1. La mia ragazza
  2. Luci a San Siro
  3. Voglio una donna
  4. L'ultimo spettacolo
  5. Stranamore
  6. Samarcanda
  7. Sogna, ragazzo, sogna
  8. Mi manchi
  9. Chiamami ancora amore
  10. Le lettere d'amore

La mia ragazza (1985)

Nell’album “Bei Tempi” del 1985, Roberto Vecchioni propone “La Mia Ragazza”, canzone dedicata a Daria Colombo, la sua seconda moglie. La frase “la mia ragazza è il mio mestiere” è l’essenza del brano nel quale Vecchioni paragona la sua donna al suo lavoro. Ci vuole lo stesso impegno per portare avanti un rapporto di coppia e un’attività professionale di successo. 

Luci a San Siro (1971)

Inciso nel 1971 e brano portante del disco d'esordio “Parabola”, “Luci a San Siro” ha una varietà interpretativa unica come sottolineato spesso dallo stesso Vecchioni. Nel testo c’è il ricordo della Milano vissuta da giovane. Francesco Guccini ha più volte dichiarato che avrebbe voluto scrivere lui stesso questa canzone. In “I colori del buio” il brano viene riproposto in duetto con Mina.

Voglio una donna (1992)

Il brano “Voglio una donna” è un inedito presente nel primo album dal vivo pubblicato da Roberto Vecchioni nel 1992. Il successo della canzone permette al cantautore di vincere il Festivalbar di quell’anno, mentre l’album sarà uno dei più grandi successi discografici della sua carriera.  

L’ultimo spettacolo (1977)

Pubblicato nell’album “Samarcanda” del 1977, “L’ultimo spettacolo” è uno dei lavori maggiormente apprezzati di Roberto Vecchioni. Parla dell’addio verso Torino e dei contrasti con la moglie Irene. Nella prima parte contiene paralleli con personaggi della mitologia greca e ricordi personali di separazioni, nel finale Vecchioni rifiuta incoraggiamenti e ammette che se la storia fosse stata scritta da lui, la sua donna non sarebbe mai partita. In tanti hanno individuato “L’ultimo spettacolo” come il capolavoro assoluto della discografia di Vecchioni.

Stranamore (1978)

Il nono album di Vecchioni intitolato “Calabuig, stranamore e altri incidenti” contiene “Stranamore” dove l’autore propone vari modi non ‘canonici’ di esprimere amore. Nella canzone ci sono sei brevi scenari di affetto e amore nelle forme più strane possibili.

Samarcanda (1977)

“Samarcanda” risale al 1977 e contrasta per il suo ritmo travolgente e un testo che parla apertamente di morte e del destino di ogni uomo. La scrittura della canzone è stata ispirata da una favola orientale presente nell'incipit del romanzo “Appuntamento a Samarra” di John Henry O'Hara. Nel brano sono presenti Toni Esposito, alle percussioni, e il cantautore Angelo Branduardi al violino. Il successo della canzone permetterà a Vecchioni di aprire definitivamente le porte verso il grande pubblico.

Sogna ragazzo sogna (1999)

“Sogna ragazzo sogna” è lezione di vita e un appello ai giovani a non arrendersi alle difficoltà che si incontrano durante la vita. Un manifesto per credere in se stessi ispirato da una poesia del compositore turco Nazim Hikmet intitolata “Alla vita”: “La vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere, la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare, la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire”. 

Mi Manchi (1979)

Tra le canzoni più importanti e famose della discografia di Roberto Vecchioni c’è “Mi manchi” pubbilcata nel 1979 nell’album “Robinson, come salvarsi la vita”. Il testo si conclude con una straordinaria dedica d’amore: “ma finché canto ti ho davanti, gli anni sono solo dei momenti, tu sei sempre stata qui davanti”.

Chiamami ancora amore (2011)

“Chiamami ancora amore” è stato il brano vincitore del Festival di Sanremo 2011. Nel corso della quarta serata del Festival, dedicata ai duetti, Vecchioni lo ha interpretato insieme al gruppo PFM. Vecchioni ha spiegato così la canzone: «Mi è arrivato un tipo di brano che io classifico tra quelli all'italiana: grande sentimento, grande forza di inciso che dovrebbe prendere le emozioni di tutti e sotto un messaggio che sia trasversale, ma di valori. Non parlerò di me, o solo larvatamente. È una canzone molto attuale che parla di cose di oggi, di situazioni di oggi e soprattutto di speranza. Questo sì. Speranza»

Le Lettere D’Amore (1995)

Una canzone inserita in “Il Cielo Capovolto” del 1995 e ispirata dalla poesia di Fernando Pessoa. Il cantautore unisce musica e letteratura in uno dei suoi capolavori della sua carriera. “Le Lettere D’Amore” non scritte sono una scommessa persa recita nella canzone. In una vecchia intervista Vecchioni raccontò così la sua canzone: «Sicuramente, per me e soprattutto per Pessoa che, in punto di morte, come si racconta nella canzone, si accorge che “dentro quel negozio di tabaccheria c'era più vita di quanto ce ne fosse in tutta la sua poesia”, perché ha tralasciato la semplicità della vita, quindi dell'amore, per "un delirante universo senza amore", dove era tutto grande, ma non vivibile. Non bisogna avere paura di raccontare i sentimenti prima di tutto a sé stessi»,