La paranza dei bambini, intervista a Claudio Giovannesi

Claudio Giovannesi Festival Berlino
Claudio Giovannesi al Festival di Berlino per la presentazione de La paranza dei bambini
@Getty Images

Presentato al Festival di Berlino, il film tratto dall’omonimo bestseller di Roberto Saviano è nelle sale italiane dal 13 febbraio. Ce ne ha parlato il regista Claudio Giovannesi.

La paranza dei bambini, tutto quel che c'è da sapere sul film

di Marco Agustoni

Dopo il passaggio al Festival di Berlino, La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, film prodotto da Vision Distribution e tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, è nelle sale italiane da mercoledì 13 febbraio. Incentrato su un gruppo di amici che si trasforma in banda armata, il film si rifà al fenomeno delle cosiddette “paranze” di ragazzini che a Napoli vengono arruolate dalla criminalità organizzata. Ce ne ha parlato lo stesso regista in un’intervista.

Da Alì ha gli occhi azzurri a Fiore, hai trattato spesso il tema dell’adolescenza in contesti problematici: come mai?
Mi piace molto raccontare quest’età, in cui si presenta questa condizione di amoralità, che a suo modo è poetica. È un’età in cui devi capire cosa è il bene e cosa è il male, e le scelte che fai ti aiutano a costruirti una visione morale della vita. Questo è tanto più vero per un’adolescenza che non è protetta dai salotti e dal benessere, ma che cresce per la strada.

I ragazzi del film sono interpretati da attori non professionisti: da cosa è stata dettata questa scelta?
Collaborando con i non professionisti – il che se lavori con 15enni è necessario, perché fortunatamente in Italia non abbiamo attori di questa età professionisti – ti trovi ad avere a che fare con dei ragazzi che ti completano il personaggio. Nella scelta cerchi dei ragazzi con un talento innato per la recitazione, che però allo stesso tempo forse conoscono quel tipo di personaggi meglio di te che li hai scritti.

Quindi questo tipo di lavori rimangono per forza di cose aperti fino all’ultimo?
Assolutamente, la scrittura vera e propria si chiude soltanto quando avviene l’incontro con il personaggio.

Non essendo professionisti, difficoltà ce ne sono state?
Ma certo, alle volte per questo film mi sono trovato a ripetere la stessa scena trenta o quaranta volte, prima di essere soddisfatto del risultato. Poi erano sempre scene molto complesse, con otto-dieci persone sul set in contemporanea.

In che cosa invece ti hanno stupito i ragazzi?
Ad esempio mi ha stupito il protagonista, Francesco Di Napoli, nella sua capacità di piangere veramente, che è una cosa molto delicata. Puoi anche usare dei trucchi, per le lacrime, ma c’è questa tecnica attoriale che consiste nell’attingere alla memoria emotiva, per rivivere una sensazione triste o dolorosa e trasporla sul set. Però è una tecnica, da professionisti. Eppure lui c’è riuscito spontaneamente.

Il fatto che l’autore stesso del libro da cui è tratto il film fosse coinvolto nel progetto ti ha tranquillizzato?
Il fatto che Saviano fosse coinvolto mi ha rassicurato enormemente, perché condividevamo il tipo di film e da quel punto era un lavoro di squadra. Poi Roberto sa benissimo che per trasporre un libro è necessario tradirlo, perché la parola ha un’evidenza, l’immagine ne ha una molto più forte. Anche per questo il mio timore maggiore consisteva nel trovare la misura giusta nel mostrare le scene di violenza, per evitare di essere ricattatori o pornografici.