At Eternity's Gate: la recensione del film di Schnabel su Vincent Van Gogh

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In Concorso al Festival di Venezia 2018, un emozionante viaggio attraverso le opere e la vita del grande pittore Vincent Van Gogh. Scritto da Jean-Claude Carrière e magistralmente interpretato da Daniel Defoe. At Eternity’s Gate  di Julian Schnabel  uscirà al cinema il prossimo 3 gennaio  distribuito daLucky Red .

At Eternity's Gate non è un laccato e accademico biopic su Vincent Van Gogh. Né un presuntuoso e astruso esempio di videoarte. Ma è il film di un artista come Julian Schnabel sulla vita e le opere di un artista, Un pittore che dipinge, attraverso il cinema, un altro pittore. Insomma, il regista indossa le stesse scarpe immortalate da Van Gogh nel famoso dipinto a olio.Si capisce dalla prima sequenza di At Eternitys' Gate. Su fondo nero, una voce fuori campo di un uomo ci confessa che vorrebbe essere come tutti gli altri, fumare tabacco, conversare amabilmente, avere degli amici. Poi la macchina da presa, traballante,  si avvicina al volto di una ragazza che passeggia in un campo. La Giovane guarda in macchina mentre la stessa voce di prima le domanda se può farle il ritratto. Ecco, tutto il film si gioca su un'epifania di aspirazioni e delusioni, di campi lunghi e primi piani. Perché è la stessa macchina da presa a interpretare Van Gogh, a essere l'alter ego del grandissimo pittore. Grazie a questa geniale intuizione registica, il film di Schnabel riesce a restituirci tutta la forza, l'emozione materica delle opere del grande artista olandese. Non a caso in un'altra sequenza chiave del film Paul Gaugain (interpretato da Oscar Isaac) rimprovera con queste parole il suo amico Van Gogh: "Nei tuoi quadri c'è troppo colore, sembrano sculture."E la tridimensionalità emerge anche nel raccontare il dramma, la follia, il genio di un pittore che dipingeva con la rapidità di un fulmine.

Van Gogh non aveva bisogno di inventare ciò che dipingeva perché era già nascosto nella natura, bastava solo liberare la bellezza attraverso il pennello. Per questo Vincent quando guardava un paesaggio vedeva l'eternità. Cosi quando Willem Defoe (magnifica e dolente la sua interpretazione) si stende in un campo e si sporca di terra non ci sembra un pazzo, ma un uomo in comunione con il mondo, un Cristo moderno pronto a salvarci tutti. Allo stesso modo quando all'interno del film si palesano personaggi resi immortali dai quadri di  Van Gogh come il Dottor Paul Ferdinand Gachet o Madam Gineoux non ci pare di osservare delle brutte copie, degli ingannevoli trompe l'oeil, ma veri esseri umani.

Per questo non è particolarmente importante in At Eternitys' Gate separare i fatti realmente accaduti dalle invenzioni registiche o dalle leggende. Non siamo davanti a un freddo elenco di date, nomi e luoghi, ma all'interno di un quadro giallo cromo, il colore che ha ossessionato Van Gogh per tutta la vita. E La vita Vincent l'ha amata con una frenesia nevrile perché era un uomo invaso dalla luce feroce del sole. Un artista "costantemente in guerra per la bellezza dei colori", come disse Gaugain. E il talento e la magia di Julian Schnabell  sono riusciti a restituirci tutto questo complesso universo pittorico e artistico con un film. Così, alla fine allo spettatore sembra di essere stato davvero ad Arles, o al manicomio di Saint-Remy, oppure ad Auvers-Sur-Oise. O di essersi persi in un assolato campo di girasoi, in attesa di attraversare la porta per l’eternità.