Se domani non torno, la regista Paola Randi: "Raccontare l'assenza, non l'assassino"

Cinema

Uscito nelle sale italiane il 5 novembre, Se domani non torno è il film diretto da Paola Randi che racconta la storia di Giulia Cecchettin attraverso lo sguardo della sua famiglia. il film sceglie di allontanarsi dalla ricostruzione della cronaca nera per concentrarsi sul vuoto lasciato dalla giovane donna e sul percorso compiuto dai suoi familiari per trasformare il dolore in un impegno civile contro la violenza sulle donne

In Se domani non torno, Paola Randi sceglie di raccontare la storia di Giulia Cecchettin attraverso la quotidianità e lo sguardo della sua famiglia (GUARDA IL VIDEO). Il film, diretto dalla regista e scritto insieme a Lisa Nur Sultan, è ispirato al libro Cara Giulia, scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, ed è arrivato nelle sale il 5 novembre, distribuito da Notorious Pictures. "Nel libro di Gino l'omicida non viene mai nominato e su questo punto eravamo perfettamente in sintonia": così Paola Randi, durante la conferenza stampa di presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma, chiarisce che la scelta di non dare spazio a chi ha ucciso Giulia è stata condivisa fin dall'inizio. "Questo film racconta la storia dell'assenza di Giulia e della sua famiglia, il percorso che i suoi cari hanno fatto per riuscire a trasformare un dolore privato così grande in impegno civile. Era questo, innanzitutto, che ci interessava raccontare". Al centro non c'è dunque la figura del colpevole, né il tentativo di ricostruire il delitto, ma ciò che resta dopo la perdita: una famiglia chiamata a trovare un modo per convivere con un'assenza e, allo stesso tempo, a trasformare la propria esperienza in una battaglia pubblica.

"La responsabilità non riguarda soltanto il colpevole"

La riflessione della regista si allarga poi al significato collettivo della storia di Giulia e alla necessità di non considerare la violenza contro le donne come un problema che riguarda soltanto chi la commette. "Nel momento in cui individuiamo un colpevole, in qualche modo solleviamo tutti gli altri: il colpevole è lui, cosa c'entro io? E invece no. C'è qualcosa di comune di cui dobbiamo prenderci cura e di cui dobbiamo assumerci la responsabilità". Randi riconosce nell'impegno di Gino e nella lucidità di Elena Cecchettin un passaggio importante per il dibattito pubblico: la possibilità di chiamare il problema con il suo nome e di superare una rappresentazione della violenza come gesto imprevedibile di individui eccezionali, isolati e lontani dalla quotidianità.

Oltre il colpevole, la responsabilità collettiva

"Per molto tempo i femminicidi sono stati raccontati come se fossimo dentro un giallo, come se fossero commessi da individui misteriosi, maniaci, cattivi, pazzi provenienti da chissà dove", osserva Paola Randi. La realtà, sottolinea, è molto più vicina e per questo ancora più difficile da riconoscere: "Chi uccide le donne sono molto spesso quelli che dovrebbero amarle, cioè i compagni, i mariti. Sono le persone che ci stanno intorno". È qui che il film trova una delle sue ragioni più profonde: sottrarre la vicenda di Giulia alla dimensione del caso di cronaca e riportarla dentro una riflessione che coinvolge tutti. Non basta individuare e condannare un responsabile: occorre interrogarsi sulla cultura, sui comportamenti e sulle dinamiche relazionali che rendono possibile la violenza. Per Randi, ricordare Giulia significa anche non delegare ad altri questa responsabilità.

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