Mustang con Kasia Smutniak, viaggio verso la felicità ai confini del mondo. Recensione
Cinema ©WebphotoIntroduzione
Ci sono luoghi capaci di cambiare il significato dei ricordi e di insegnare a guardare al futuro con occhi diversi. Kasia Smutniak trasforma un viaggio compiuto nel 2003 con Pietro Taricone in un racconto che attraversa oltre vent'anni di vita, intrecciando memoria personale, legami familiari e il destino di una comunità himalayana.
Le immagini del passato diventano il punto di partenza per riflettere sul tempo, sulla perdita e sulla possibilità di dare continuità a una promessa.
Il documentario cerca nella cultura del Mustang una prospettiva diversa sulla felicità e sul valore di ciò che lasciamo agli altri. Attraverso lo sguardo della figlia Sophie, la storia privata si apre così a una dimensione collettiva, in cui il ricordo può trasformarsi in un gesto concreto di cura e speranza.
Presentato in concorso nella sezione Progressive Cinema della 21esima Festa del Cinema di Roma, Mustang arriverà nelle sale italiane a novembre 2026, distribuito da Fandango.
Quello che devi sapere
Un viaggio lungo vent'anni
Presentato alla 21esima Festa del Cinema di Roma, Mustang segna il ritorno dietro la macchina da presa di Kasia Smutniak dopo Mur. Il documentario, in arrivo prossimamente nelle sale italiane distribuito da Fandango, nasce da un viaggio compiuto nel 2003 insieme a Pietro Taricone, nel remoto Alto Mustang, in Nepal.
A distanza di oltre vent'anni, la regista torna in quei luoghi e alle immagini girate allora, ritrovando un mondo che nel frattempo è cambiato, così come è cambiata la sua vita. Il film attraversa il tempo, la memoria e la perdita senza limitarsi a custodire il ricordo di un amore: cerca piuttosto di capire che cosa rimane di un'esperienza quando le persone crescono, scompaiono e i paesaggi stessi si trasformano.
Tutto ruota attorno alla riflessione sulla felicità e su ciò che dà valore alla nostra esistenza.
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Una videocamera e gli occhi di Pietro
Il punto di partenza è una piccola videocamera, con cui Kasia e Pietro avevano documentato il loro primo viaggio in Mustang. Quelle immagini, ritrovate dalla figlia Sophie, riaprono una finestra su un tempo che non esiste più, ma che continua a vivere nei gesti, nei volti e nei luoghi filmati.
Sophie sembra aver ereditato dal padre non soltanto il sorriso, ma anche quello sguardo intenso e curioso con cui osservare il mondo. La sua presenza dà al documentario una prospettiva diversa: non è soltanto la madre a tornare sui propri ricordi, è anche una figlia che scopre una parte della storia familiare e la fa propria.
La memoria, così, non rimane una faccenda privata, custodita nel dolore, ma diventa un ponte tra generazioni. E le immagini di ieri acquistano un significato nuovo proprio perché vengono guardate con occhi diversi.
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Il Mustang, un paesaggio che non fa da semplice sfondo
Le montagne dalle tonalità ocra, i colori terrosi, le vallate e i villaggi dell'Alto Mustang costruiscono un universo visivo lontano dai ritmi e dalle abitudini occidentali. Smutniak non usa il Nepal come una cartolina esotica: lascia che il paesaggio racconti il rapporto profondo tra una comunità e la propria terra. Anche un saluto, Tashi delek, diventa una porta d'ingresso in un mondo da conoscere senza pretendere di possederlo.
Qui il tempo sembra avere un passo diverso, ma non è immobile: la modernità arriva, le abitudini cambiano e ciò che sembrava destinato a durare per sempre si trasforma. La bellezza delle immagini non cancella le domande sul futuro di una cultura, ma le rende ancora più urgenti.
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La promessa della scuola di Ghami
Al centro della storia c'è anche la scuola di Ghami, inaugurata nel 2016 e nata da una promessa fatta durante quel primo viaggio. L'obiettivo era permettere ai bambini della regione di studiare senza essere costretti a lasciare le proprie famiglie per proseguire la formazione altrove.
Il ricordo di Pietro non resta soltanto nelle immagini, ma si traduce in qualcosa che continua a incidere sulla vita degli altri. Eppure il tempo porta con sé nuove trasformazioni. I bambini sono meno numerosi, anche perché alcune famiglie si trasferiscono all'estero, verso Paesi come gli Stati Uniti e la Francia.
La scuola, dunque, non è un finale rassicurante, ma un progetto vivo, che deve fare i conti con una realtà in movimento. La promessa è stata mantenuta, ma prendersi cura di ciò che si è costruito richiede di continuare a esserci.
Un gesto antico per dare continuità alla vita
Tra le immagini più suggestive ci sono le pietre che vengono deposte sui muri sacri e che continueranno a essere aggiunte da chi passerà di lì. È un gesto semplice, ripetuto nel tempo, che nel documentario assume un significato particolare: ogni pietra si somma alle precedenti, senza cancellarle, proprio come le esperienze e le persone che si depositano nella nostra vita.
La perdita non coincide necessariamente con la fine e il passato non resta confinato a ciò che è stato. La prospettiva buddhista del samsara, il ciclo continuo di trasformazione, accompagna questo sguardo senza diventare una spiegazione imposta allo spettatore.
Smutniak non cerca formule per risolvere il dolore: prova piuttosto a trovare un modo per attraversarlo. Il ricordo si fa allora presenza, responsabilità e possibilità di costruire qualcosa che sopravviva a chi lo ha immaginato.
Come un manuale sulla felicità, ma senza ricette facili
"Che cosa dobbiamo fare per essere felici?", si chiede Kasia Smutniak, spiegando il desiderio di raccontare una comunità che studia la felicità. È un'idea a cui la regista stessa aveva bisogno di aggrapparsi, una ricerca capace di restituirle speranza per il futuro.
Mustang diventa così una sorta di manuale, ma non offre istruzioni da seguire né pretende di trasformare il dolore in una lezione edificante. La felicità emerge piuttosto dal legame con gli altri, dalla possibilità di mantenere una promessa e dalla cura che si sceglie di dedicare a ciò che ci circonda.
Anche il richiamo musicale a Lotus Flower dei Radiohead si inserisce in questo movimento, evocando un cambiamento che non cancella ciò che è venuto prima. Il brano accompagna idealmente il passaggio tra passato e presente, in sintonia con un film in cui i ricordi non restano fermi, ma acquistano nuovi significati con il trascorrere degli anni. Come un fiore di loto che affonda le radici nell'acqua e continua a crescere, anche la memoria può trasformarsi in una spinta verso il futuro, senza perdere il legame con le proprie origini.
Dopo Mur, Smutniak firma un documentario personale, nel quale la storia di una famiglia incontra quella di una comunità. Il risultato è un film che guarda in faccia l'assenza, ma non le concede l'ultima parola. Anche quando la vita cambia direzione, qualcosa può ancora mettere radici.