Lo speciale sulla Festa del Cinema di Roma
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Festa Cinema Roma, Je so' pazzo il film sugli esordi di Pino Daniele. Recensione

Cinema
Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

Introduzione

Ci sono artisti che non smettono mai di farci compagnia, con una canzone capace di riportarci a casa e una voce che sembra conoscere anche le nostre malinconie. Pino Daniele è uno di loro, e il film Je so’ pazzo ci invita a incontrarlo prima che diventasse leggenda: ragazzo inquieto, musicista ostinato, figlio di Napoli e della sua anima più autentica e contraddittoria.

Nicola Prosatore racconta gli esordi, le ferite familiari, l'amore e la musica che ha trasformato la sua vita in qualcosa di straordinario. A interpretarlo è Massimiliano Caiazzo, chiamato a confrontarsi con un artista unico, impossibile da dimenticare.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Je so’ pazzo arriva nelle sale dal 15 ottobre, distribuito da 01 Distribution.

Un viaggio nelle radici di un talento che appartiene a Napoli, ma parla a tutti. 

Quello che devi sapere

Prima del successo, la musica come unica via di fuga

C’è un racconto che, tra i giornalisti delle testate e delle radio napoletane dei primi anni Ottanta, ha assunto quasi i contorni della leggenda. Quando Pino Daniele entrava in redazione o rispondeva a telefono per promuovere la sua musica, si presentava con un «Uè ciao buongiorno, so' Pinuccio» o «Pinotto». Un diminutivo affettuoso, che raccontava la sua natura schiva e il desiderio di non sentirsi una star: prima di tutto, Pino si considerava un musicista che cantava in lingua napoletana.

Dietro quel modo gentile di presentarsi c'era un carattere burbero, solitario, a volte malinconico. Je so’ pazzo, il film di Nicola Prosatore, parte da questa natura contraddittoria per raccontare gli esordi di un artista che ha rivoluzionato la musica italiana, senza mai recidere il legame con le proprie radici.

Un viaggio nella Napoli degli anni Settanta e dei primi Ottanta, tra sogni, difficoltà familiari, amicizie, amori e canzoni diventate immortali. Perché Pinuccio, per Napoli, non è mai stato soltanto un nome d'arte: è rimasto uno di famiglia.

Je so’ pazzo, diretto da Nicola Prosatore e interpretato da un credibilissimo Massimiliano Caiazzo nel ruolo di Pino Daniele, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. Il film è liberamente tratto dal libro Pino Daniele «Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce» di suo figlio, Alessandro Daniele, e ripercorre gli anni della formazione del musicista, dall'infanzia difficile ai primi passi nel mondo della musica, fino al concerto del 1981 che segna il legame profondo con la sua città.

La voglia di riscatto

La musica è anche il modo in cui Pino prova a emanciparsi da un'infanzia difficile, segnata dalle ristrettezze economiche, da una famiglia numerosa e da un rapporto complicato con il padre Gennaro, preoccupato soprattutto per il denaro.

A occuparsi della sua crescita e della sua istruzione erano state anche le "signorine", che gli avevano fatto praticamente da famiglia e immaginavano per lui un percorso più sicuro, proponendogli diversi concorsi pubblici, tra cui quello per entrare in Alitalia. Ma bastava accennare a quelle prospettive perché Pino si "intossicasse": non voleva un posto fisso né una vita già scritta, voleva soltanto suonare, comporre e scrivere musica.

È un conflitto che attraversa il film e che aiuta a comprendere la natura ribelle del protagonista. L'allontanamento dal nucleo familiare diventa una tappa dolorosa ma necessaria per trovare la propria identità.

Nella canzone Je so’ pazzo, la rivendicazione di libertà assume il significato di una dichiarazione personale: «Sono pure diplomato e non sono menomato», canta Pino, opponendosi a chi vorrebbe definirlo attraverso le sue origini o limitarne le possibilità, anche di fronte ai problemi alla vista con cui deve fare i conti.

Il desiderio di essere notato, di non passare inosservato, nasce da questa esigenza di riscatto. Il film racconta un uomo che cerca di liberarsi dal peso del proprio passato senza riuscire a cancellarlo del tutto. Perché le radici possono essere una prigione, ma anche la materia prima da cui nasce un'identità artistica irripetibile.

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Gli esordi, quando il sogno della musica sembrava impossibile

Prima del successo, dei grandi concerti e delle canzoni cantate in tutta Italia, c’è un ragazzo che cerca la propria strada. Je so’ pazzo ripercorre gli esordi di Pino Daniele, dalle prime esperienze con i New Jet fino alla Batracomiomachia, il gruppo formato con Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile ed Enzo Ciervo. Il nome, scelto da Gianni Battelli, significa "battaglia delle rane e dei topi" ed è quello di un antico poemetto greco di carattere parodistico: decisamente poco immediato per una band in cerca di successo. Viene in mente Massimo Troisi, che in Ricomincio da tre (1981), il suo esordio alla regia con Lello Arena, scherzava sull'importanza di nomi semplici suggerendo "Ugo e Ciro" perché con nomi troppo lunghi, diceva Massimo, il figlio rischia di non obbedire e di "uscire scostumato". Con Troisi, Pino ha condiviso una profonda amicizia, nata nel 1977 negli studi Rai, e un sodalizio artistico culminato nelle musiche di tre film, da Ricomincio da tre a Pensavo fosse amore… invece era un calesse, con la celebre Quando. 

Due talenti immensi, accomunati da un legame viscerale con Napoli e da una scomparsa prematura che ha lasciato un vuoto incolmabile: per i napoletani, due figli della propria terra che non avrebbero dovuto andarsene così presto, due voci che, in modi diversi, continuano a vivere nella memoria e nel cuore della loro gente.

James Senese, il blues e la rivoluzione del suono napoletano

Tra i riferimenti fondamentali del percorso di Pino c'è James Senese, figura decisiva per comprendere la sua formazione musicale. Il poster del sassofonista, i Napoli Centrale e i locali vicino al porto restituiscono l'atmosfera di una Napoli in fermento, nella quale la tradizione partenopea incontra sonorità nuove.

Pino ha il blues nel sangue, assorbe il jazz e costruisce progressivamente un linguaggio personale, lontano dalle formule più convenzionali della canzone italiana. Il sodalizio con musicisti come Tullio De Piscopo e Tony Esposito contribuisce a dare forma a questa ricerca, fatta di contaminazioni, ritmi e sensibilità differenti.

La musica diventa così il luogo in cui Pino riesce a esprimere ciò che nella vita quotidiana fatica a comunicare. Non vuole necessariamente raccontarsi attraverso lunghe spiegazioni: preferisce suonare, cantare, lasciare che siano le note a parlare. È in questo intreccio che prende forma una musica capace di parlare napoletano e, contemporaneamente, di superare ogni confine geografico e culturale.

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Dorina, l’amore e una Napoli divisa in due

Nella vita di Pino c'è anche Dorina Giangrande, interpretata da Mariasole Pollio, compagna e presenza importante nel suo percorso personale. La loro relazione permette al film di raccontare un'altra dimensione della città, quella delle distanze sociali che separano quartieri appartenenti allo stesso territorio.

Dorina viene dal Vomero, dai cosiddetti quartieri alti, un mondo diverso da quello popolare in cui Pino è cresciuto. "Ci vuole il passaporto per vedere casa tua?", le dice lui, con una battuta che racchiude ironia e consapevolezza delle divisioni che attraversano Napoli. I

Lei è un rifugio affettivo, ma anche una presenza capace di misurarsi con il carattere difficile e inquieto di Pino. La crescita artistica, intanto, modifica gli equilibri e porta con sé nuove responsabilità. Il successo non risolve automaticamente i conflitti personali, né cancella le fragilità.

Nicola Prosatore prova a restituire proprio questa complessità, mostrando un uomo che cerca la propria libertà senza smettere di desiderare legami autentici. 

"Napule è", una città di contrasti raccontata senza sconti

In Je so’ pazzo hanno un ruolo centrale le canzoni, quelle che all'inizio faticano a imporsi e che poi conquistano prima le radio napoletane e successivamente il resto d'Italia.

Terra mia e Napule è rappresentano due passaggi fondamentali di questo percorso: brani nei quali l'amore per la propria città non esclude la denuncia delle sue contraddizioni.

Napoli, nella musica di Pino, non è soltanto una cartolina malinconica o una canzone d'amore. È una realtà complessa, attraversata da problemi sociali, ingiustizie e difficoltà, ma anche capace di resistere e rialzarsi. Pino guarda alla sua gente senza idealizzarla, consapevole che un popolo non può vivere aspettando sempre un Masaniello che risolva ogni problema. È uno sguardo che non cerca facili consolazioni e che proprio per questo riesce a essere profondamente affettuoso.

Pino non vuole raccontare Napoli attraverso parole estranee alla propria sensibilità: sceglie il dialetto, i ritmi, le sonorità che conosce e che sente sue. La sua è una rivoluzione musicale, ma anche un modo diverso di rappresentare la città e i suoi abitanti. E Je so’ pazzo non è certo l'unica canzone a restare nella memoria: da Apucundria a Che calore, fino a Na tazzulella ’e cafè, ogni brano restituisce un sentimento, un frammento di vita, una parte di quel mondo che Pino porta dentro di sé.

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Caiazzo e la trasformazione nel giovane Pino Daniele

A convincere è anche la prova di Massimiliano Caiazzo, che affronta la sfida di interpretare Pino Daniele attraverso una trasformazione fisica evidente: non c’è più il ragazzo aitante della serie Mare fuori, ma un giovane musicista che prende forma nei lineamenti, nella postura, negli sguardi e nei gesti. Lo stesso Pino, nel film, si descrive con ironia come "grasso e cecato". Caiazzo lavora anche sui silenzi e sull’atteggiamento schivo, restituendo il carattere burbero e malinconico del musicista, ma lasciando emergere, sotto quella scorza, le fragilità, la rabbia e la dolcezza di un uomo in cerca della propria strada.

Accanto a lui, Mariasole Pollio dà a Dorina una presenza forte e sensibile, mentre Giovanni Ludeno interpreta un Gennaro Daniele il padre, distante e severo, centrale nel conflitto familiare. Giuseppe Brunetti è Rosario Jermano, amico e compagno di musica; Giampiero De Concilio veste i panni di Claudio Poggi, tra i primi a credere nel talento di Pino. Completano il cast Leonardo Bianconi, nel ruolo del manager Willy David, e André Garofalo, Luca Chikovani e Yuri Pascale Langer, rispettivamente James Senese, Tony Esposito e Tullio De Piscopo.

Piazza Plebiscito, un concerto memorabile dopo il terremoto dell'80

Il racconto arriva fino al 1981, un anno dopo il devastante terremoto dell'Irpinia che sconvolse e distrusse un'ampia area dell'Appennino campano-lucano. Pino è ormai impegnato in un percorso che lo porta a esibirsi in tutta Italia, ma decide di tornare nella sua città per offrire alla popolazione un concerto gratuito in piazza del Plebiscito. La musica diventa, così, un abbraccio collettivo, un modo per stare vicino a una comunità ferita dal dolore e dalle perdite.

Un'esibizione davanti a oltre 200mila persone come uno dei momenti culminanti della sua ascesa. È anche il punto in cui la dimensione privata e quella pubblica di Pino sembrano ricongiungersi: il ragazzo che ha cercato di emanciparsi dal quartiere e dalle difficoltà familiari torna dalla propria gente, consapevole che il successo non può sostituire il legame con le proprie origini.

Anche dopo aver conquistato il pubblico nazionale, Pino ha bisogno di Napoli, della sua lingua e delle persone che hanno accompagnato i suoi primi passi. Je so’ pazzo si ferma a questo passaggio decisivo, senza voler raccontare l'intera vita dell'artista, ma concentrandosi sugli anni in cui si forma la sua identità.

Perché Pino è stato e resta molto più di un artista: è una voce che Napoli riconosce come propria. E per i napoletani, ieri come oggi, è sempre Pinuccio.

E quando si esce dalla sala, le canzoni continuano a risuonare: le conoscono tutti, indimenticate e indimenticabili. 

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