Giornate degli Autori 2026, l’edizione che non molla: il programma nel nome di Gosetti
CinemaIntroduzione
Dal 2 al 12 settembre 2026 le Giornate degli Autori tornano al Lido di Venezia per la 23ª edizione, dedicata al fondatore Giorgio Gosetti, scomparso lo scorso marzo. Dieci film in concorso e una giuria interamente femminile presieduta da Carla Simón. Ad aprire il concorso è My Notes on Mars di Lili Horvát; a chiuderlo, fuori concorso, Peau d’homme di Léa Domenach con Catherine Deneuve. Balcanica di Nicola Sorcinelli è l’unico titolo italiano in gara. Tra protagonisti e ospiti anche Mia Wasikowska, Matilda De Angelis e Robert Guédiguian, con gli omaggi a Carla Lonzi, Natalia Ginzburg e Fernanda Wittgens, il manifesto di Rinko Kawauchi e il No alla guerra con Emergency
Quello che devi sapere
Non mollate: le Giornate degli Autori 2026 nel segno di Giorgio Gosett
Dal 2 al 12 settembre 2026 le Giornate degli Autori tornano al Lido di Venezia con una 23ª edizione che porta un nome inciso in filigrana: quello di Giorgio Gosetti.
A fare da bussola è uno scatto della fotografa giapponese Rinko Kawauchi. Qualcuno cammina, alza gli occhi al cielo e, tra le foglie degli alberi, scorge d’improvviso un bagliore di luce. Niente di più ordinario, niente di più rivelatore. È la meraviglia del quotidiano, la stessa che la direttrice artistica Gaia Furrer chiama “epifania”. E in fondo serviva proprio una luce — non un riflettore — in un anno che per la sezione indipendente della Mostra del Cinema di Venezia era cominciato al buio.
La manifestazione, promossa da ANAC e 100autori nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è dedicata al suo fondatore, scomparso improvvisamente il 6 marzo 2026. Gosetti aveva dato vita alla sezione nel 2004 e per ventitré anni ne era stato testa, cuore e instancabile agitatore culturale.
Restava, di lui, un imperativo che negli ultimi giorni di festival era solito ripetere allo staff, tra il serio e il bonario: «Non mollate!». È diventato un ordine quasi morale. E questa edizione è, prima di tutto, la sua.
Un concorso di sradicati
Cosa accade quando il posto che credevamo di occupare nel mondo smette improvvisamente di esistere?
È la domanda che tiene insieme la selezione del 2026, nata da 1.036 candidature provenienti da 114 Paesi: 25 anteprime mondiali — 14 dirette da donne —, tra cui dieci film in concorso popolati da “déplacés”, figure sradicate chiamate a ridisegnare il proprio senso di appartenenza.
Non sempre attraversano una frontiera geografica. A volte il confine passa dentro la memoria, l’identità, il corpo, gli affetti. E anche il linguaggio cinematografico sembra perdere il passaporto: documentario e finzione si contaminano, gli autori mettono in scena se stessi, le biografie si concedono il lusso dell’invenzione e gli archivi smettono di essere cimiteri di immagini per dialogare con il presente.
Marte, Madrid e Sarajevo: l’identità senza domicilio
Ad aprire il concorso è My Notes on Mars dell’ungherese Lili Horvát, la sua prima opera in lingua inglese, interpretata da Mackenzie Davis e Rupert Friend.
Una giovane scienziata scompare durante un’escursione e ricompare settimane dopo, proprio nel giorno della propria commemorazione funebre, senza ricordare nulla della vita che aveva vissuto. La fantascienza non è una scialuppa per fuggire dal reale, ma un grimaldello con cui scassinare le nostre certezze: il nome, il passato, persino l’idea di essere ancora la stessa persona. A volte, per capire se siamo noi stessi, bisogna prima perdersi su Marte.
La perdita di coordinate assume una forma più quotidiana in A veces me entra tristeza, otras veces rebelión di María Aparicio. Eva, regista argentina di passaggio a Madrid, incontra quasi per caso Dante, storico e suo connazionale. Tra conversazioni, dubbi e complicità prende forma una possibile amicizia, ma anche il ritratto di una generazione costretta a vivere nella precarietà.
Qui lo sradicamento non ha il fragore delle frontiere chiuse: assomiglia piuttosto a una chiave che non apre più nessuna porta, alla sensazione di essere sempre di passaggio persino dentro la propria vita.
È invece una domanda scomoda ad attraversare Agata the Writer di Kuba Dorabialski: chi ha il diritto di raccontare una guerra che non ha vissuto?
Mia Wasikowska interpreta una scrittrice australiana arrivata a Sarajevo per lavorare a un romanzo sul conflitto bosniaco. Il confronto con le persone del luogo la obbliga a misurarsi con i limiti del proprio sguardo e con la responsabilità di trasformare il dolore degli altri in materia narrativa.
Tra cinema, letteratura e video sperimentale, il film si muove sul confine scivoloso tra testimonianza e appropriazione. Perché il dolore altrui non è un souvenir da infilare in valigia prima del volo di ritorno.
Balcanica, quando il silenzio diventa una frontiera
L’unico titolo italiano in gara è Balcanica, esordio nel lungometraggio di Nicola Sorcinelli.
Dopo che la musica viene proibita in Afghanistan, un direttore d’orchestra e suo figlio, suonatore di tuba, affrontano la rotta balcanica in cerca di un nuovo inizio. Il viaggio verso l’Europa passa attraverso frontiere, controlli, violenze e respingimenti, ma anche attraverso incontri capaci di deviare il destino.
Nel cast Babak Karimi e Matilda De Angelis, anche produttrice associata, nel ruolo della dottoressa italiana che incrocia il cammino dei due profughi. Quando un regime spegne la musica, il silenzio diventa una frontiera. Ma basta una nota, forse, per aprire un varco.
Un altro viaggio attraversa Les Indes di Pauline Julier e Nicolas Chapoulier, ma questa volta siamo nel Seicento. Tre uomini devono portare da Madrid a Versailles il ritratto dell’Infanta di Spagna dipinto da Velázquez, destinato a suggellare la pace tra Francia e Spagna con le nozze della principessa e Luigi XIV.
La missione solenne si rovescia in una specie di western antieroico, e il dipinto diventa il testimone muto di un ordine politico ed economico di cui il film osserva le fondamenta e, forse, il tramonto. La diplomazia viaggia dentro una cornice, e il ritratto finisce per pesare più della principessa che raffigura.
Famiglie, corpi e amori fuori posto
In I Plant My Hand in the Garden, la regista iraniana Hoda Taheri e il filmmaker serbo queer Boris Hadžija interpretano se stessi in un’opera sospesa tra documentario e finzione, dove la realtà e la sua ricostruzione finiscono per modificarsi a vicenda.
La loro storia d’amore e il desiderio di immaginare insieme un futuro permettono di parlare di migrazione, sessualità e della possibilità di scegliere la propria famiglia invece di limitarsi a ereditare quella prevista dalle convenzioni. L’amore, qui, non chiede il permesso all’anagrafe né alla geografia: pianta una mano nel giardino e spera che attecchisca.
La famiglia è anche il terreno di battaglia di Dear Ajayi di Damilola Orimogunje, ambientato nella Nigeria degli anni Novanta. Al centro ci sono due sorelle e il peso delle aspettative che la società affida loro.
Il melodramma familiare osserva il conflitto tra desiderio individuale e ruoli imposti, tra ciò che una generazione tramanda e ciò che la successiva prova finalmente a mettere in discussione. La famiglia non è necessariamente un rifugio: a volte è la prima istituzione che decide, al posto tuo, quali desideri abbiano diritto di esistere.
Con questo film, la Nigeria entra per la prima volta nel concorso delle Giornate degli Autori.
Robert Guédiguian torna invece con Une femme aujourd’hui, riunendo ancora una volta la sua storica famiglia cinematografica: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan, accanto alla giovane protagonista Marilou Aussilloux.
Juliette ha trentacinque anni, un lavoro di alto profilo nella finanza e una vita apparentemente libera. Dopo essere stata aggredita da un collega durante un evento aziendale, il suo mondo crolla e quella libertà rivela tutte le proprie crepe.
Guédiguian racconta la distanza tra l’emancipazione immaginata e un presente ancora attraversato dalla violenza e dalle disuguaglianze. Perché anche la libertà può avere il vetro blindato di un grattacielo finanziario e restare, nondimeno, fragilissima.
Un salone come rifugio e il mimetismo dell’esilio
Tra i film più radicali sulla carta c’è Salón de Belleza, esordio alla regia dell’attrice messicana Nathalia Acevedo e adattamento del romanzo di Mario Bellatin.
Quando un male sconosciuto comincia a decimare gli abitanti di una città, un parrucchiere gay trasforma il proprio salone di bellezza in un rifugio per i malati che non hanno più un luogo dove essere accolti né dove morire.
Quasi privo di dialoghi, il film affida ai corpi, ai suoni e ai gesti una meditazione sulla fragilità dell’esistenza. Quando il mondo espelle i corpi più deboli, un salone di bellezza può diventare l’ultima forma possibile di civiltà.
In Camouflage, opera prima di Mykyta Gibalenko, il ventiduenne Vitaly lascia l’Ucraina nel 2021 per una nuova vita a Monaco di Baviera. Poi arriva l’invasione russa e la distanza cambia segno: non più il prezzo di una partenza, ma una ferita e forse una colpa. Il titolo dice tutto: mimetizzarsi per sopravvivere, adattarsi a un mondo nuovo e rischiare, intanto, di non riconoscere più i colori di casa.
Peau d’homme, il Rinascimento cambia pelle
A chiudere le Giornate, fuori concorso, sarà Peau d’homme di Léa Domenach, tratto dall’omonima graphic novel di Hubert e Zanzim.
Nel 1480, o giù di lì, la giovane Blanche viene promessa in sposa dal padre al rozzo comandante Melchior. La sua madrina le consegna allora una pelle magica che le permette di trasformarsi in uomo e di conoscere in incognito il futuro marito.
Con Pomme, Karin Viard e Catherine Deneuve, il film è una commedia musicale queer e femminista in cui il fantastico manda in cortocircuito identità, desiderio e ruoli sociali. Il Rinascimento, a quanto pare, non aveva ancora finito di cambiare pelle.
Una giuria di sole donne e un premio da 20 mila euro
A incoronare il miglior film con il GdA Director’s Award, riconoscimento di 20 mila euro destinato al regista o alla regista e al distributore internazionale, sarà una giuria interamente femminile.
A presiederla è la regista spagnola Carla Simón, Orso d’Oro alla Berlinale con Alcarràs, affiancata dalla montatrice e regista Sara Fgaier e da Hania Mroué, direttrice del Metropolis, storica sala d’essai di Beirut e punto di riferimento della cultura cinematografica libanese.
Agli spettatori della Sala Perla spetterà il Premio del Pubblico, mentre la giuria di Europa Cinemas assegnerà il Label al miglior film europeo.
Da quest’anno SIAE è Main Sponsor della manifestazione e assegnerà, come di consueto, il Premio Andrea Purgatori alla Carriera e il Premio al talento creativo.
Tre donne del Novecento e una luce giapponese
Le Giornate rendono omaggio a tre donne che hanno piegato il proprio tempo.
Carla Lonzi, voce radicale del femminismo italiano, è al centro di Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo, documentario di Francesca Archibugi costruito attraverso testimonianze e materiali d’archivio. Non un santino, ma il ritratto pubblico e privato di una figura intransigente, fragile e contraddittoria, il cui pensiero continua a bussare alla porta del presente senza domandare permesso.
Natalia Ginzburg ispira liberamente Scarpe rotte di Roberta Torre, con Barbara Ronchi, film d’apertura delle Notti Veneziane.
Nella Roma della Seconda guerra mondiale, due donne trascorrono il tempo parlando, bevendo il tè e cercando nell’immaginazione una forma di resistenza alla durezza della Storia. Un paio di scarpe consumate diventa la traccia concreta di una memoria individuale e collettiva: la suola si stacca, ma il sogno continua ostinatamente a camminare.
Fernanda Wittgens, prima donna alla guida della Pinacoteca di Brera, rivive in Anatomia di un ritratto di Francesco Clerici e Mattia Colombo.
La quasi totale assenza di immagini della storica dell’arte diventa il dispositivo del film: attraverso le sue lettere, la voce e il corpo di Sara Drago e il confronto con Giovanna Ginex, il cinema restituisce presenza a una figura pionieristica rimasta troppo a lungo nell’ombra. È un ritratto costruito proprio a partire dal vuoto della cornice.
A firmare il manifesto è Rinko Kawauchi, mentre i nuovi cortometraggi di Miu Miu Women’s Tales — progetto giunto al quindicesimo anno — portano le firme di Mona Fastvold e Claire Denis.
La prima dirige Amanda Seyfried in Discipline; la seconda riunisce Suzanne Lindon e Kim Gordon in Avec Kim. Ancora donne, ancora corpi e immagini decisi a sottrarsi alle gabbie nelle quali qualcuno vorrebbe rinchiuderli.
La Casa, la Laguna e il No alla guerra
Cuore pulsante restano la Casa degli Autori e la Sala Laguna, luoghi in cui il festival rifiuta di restare seduto composto e allarga il cinema verso altri linguaggi.
Il fumetto entra in scena con Venezia Cult e i suoi ospiti Leo Ortolani e Dave McKean, al quale è dedicata la mostra Pictures that dream. La Golden Age del cinema italiano risuona invece nella colonna sonora curata da Four Flies Records, composta da una selezione di brani capaci di trasformare la Casa in un set immaginario, con il Lido al posto di Cinecittà.
Bookciak, Azione! festeggia la quindicesima edizione con Luciana Castellina presidente onoraria. Lo scambio tra generazioni è il filo conduttore del premio cineletterario, che torna a mettere in comunicazione libri e immagini in movimento, due arti che da sempre si corteggiano, litigano e finiscono spesso nello stesso letto.
Per il secondo anno consecutivo le Giornate aderiscono con Emergency alla campagna R1PUD1A, ribadendo il No alla guerra sancito dall’Articolo 11 della Costituzione italiana.
Non soltanto una dichiarazione da appuntare all’occhiello: il festival si impegna anche a rifiutare collaborazioni con aziende legate al sistema bellico. Perché certe parole, se non producono conseguenze, rischiano di diventare soltanto sottotitoli.
Laguna Film Lab cresce e si trasforma nella Residenza Artistica Giorgio Gosetti: un percorso annuale che porterà quattro giovani autori e autrici a lavorare tra Chioggia e il Lido alla realizzazione di un unico film collettivo.
Non più soltanto il tempo breve di un laboratorio estivo, ma le stagioni intere della Laguna. Perché anche le immagini, come l’acqua, hanno bisogno di tempo per cambiare forma.
Se fosse un cocktail
Se questa edizione fosse un cocktail, non l’avrei pescato da nessun ricettario: l’avrei inventato su misura e l’avrei chiamato Controluce.
Perché nasce da un’immagine — il bagliore tra le foglie — e da un gesto: alzare il calice verso la luce, per vederci attraverso.
In un calice ghiacciato verso un dito di gin, secco e affilato come uno sguardo in macchina; lo ammorbidisco con mezzo dito di Italicus, il rosolio di bergamotto che ha dentro tutto il sole del Mediterraneo, e una goccia di limone. Poi lascio salire il Prosecco di Valdobbiadene, che in Laguna è di casa.
Sul pelo dell’acqua adagio una foglia — di salvia o, in omaggio a Rinko Kawauchi, di shiso — perché resti a galleggiare come quel raggio tra i rami.
Dorato e appena amaro, effervescente e malinconico a un tempo, ma con la spina dorsale giusta per reggere il colpo: un brindisi che non consola, ma rianima.
Alla salute, Giorgio. E, va da sé, non mollate.