Lucio Fontana - The Final Cut: il docufilm evento arriva al cinema per tre giorni

Cinema

Introduzione

Dal 25 al 27 maggio arriva al cinema Lucio Fontana, The Final Cut, il documentario diretto da Andrea Bettinetti e narrato dalla voce di Miriam Leone. Un viaggio tra materiali d’archivio inediti, opere custodite nei grandi musei internazionali e testimonianze di artisti come Antony Gormley e Michelangelo Pistoletto per raccontare il maestro che ha rivoluzionato l’arte contemporanea trasformando il taglio in una nuova dimensione dello spazio. 

Quello che devi sapere

Lucio Fontana torna al cinema con un documentario evento

Ci sono artisti che hanno dipinto il Novecento. E poi ci sono quelli che lo hanno letteralmente aperto. Lucio Fontana appartiene a questa seconda categoria. I suoi tagli sulla tela non sono soltanto immagini entrate nella storia dell’arte: sono ferite cosmiche, squarci nel visibile, gesti che hanno trasformato per sempre il rapporto tra materia, spazio e infinito.

Dal 25 al 27 maggio arriva nei cinema italiani Lucio Fontana, The Final Cut, documentario diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Good Day Films e Nexo Studios con la voce narrante di Miriam Leone. Il film fa parte della nuova stagione di “Nexo Studios La Grande Arte al Cinema” ed è realizzato con l’autorizzazione esclusiva della Fondazione Lucio Fontana

Un viaggio tra Milano, l’Argentina e i grandi musei del mondo

Il documentario costruisce un percorso internazionale dentro la vita e l’opera dell’artista italo-argentino, seguendone le tracce dai luoghi dell’infanzia a Rosario di Santa Fe fino alla Milano del dopoguerra, passando per Buenos Aires, New York, Londra e Amsterdam. Un viaggio che attraversa atelier, archivi, collezioni private e musei che custodiscono alcune delle sue opere più celebri.

Bettinetti sceglie di raccontare Fontana come una figura capace di attraversare discipline diverse: pittura, scultura, architettura, installazione, luce, filosofia e persino cosmologia. Non è un caso che il film ospiti le testimonianze di artisti e intellettuali provenienti da mondi differenti, da Antony Gormley a Norman Foster, da Alfredo Jaar a Michelangelo Pistoletto, fino al teologo ed esperto di intelligenza artificiale Padre Paolo Benanti.

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Il taglio come apertura verso l’infinito

“La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito. Allora buco questa tela”. È una delle frasi simbolo dell’artista e diventa quasi il manifesto teorico del documentario.

Negli anni Cinquanta, con i suoi celebri Concetti spaziali, Fontana distrugge la bidimensionalità del quadro e apre la pittura a una nuova dimensione fisica e mentale. I famosi buchi e tagli non sono atti vandalici né provocazioni decorative, ma il tentativo di andare oltre la superficie del visibile. Dietro quella tela squarciata c’è l’idea di uno spazio infinito, di una luce che continua oltre il limite materiale dell’opera.

Ed è forse qui che il documentario trova il suo nucleo più affascinante: nel mostrare come Fontana abbia intuito prima di molti altri la necessità di superare i confini tradizionali dell’arte, anticipando installazioni immersive, arte concettuale, ambienti luminosi e sperimentazioni multimediali. 

Andrea Bettinetti: “Un racconto evocativo più che descrittivo”

Nelle note di regia, Andrea Bettinetti spiega di aver voluto costruire un film “multidisciplinare”, capace di passare dall’arte alla fisica, dall’architettura alla spiritualità.

Il documentario evita infatti il tono accademico e preferisce una narrazione più emotiva e sensoriale. Le opere vengono riprese su sfondi neri, illuminate da neon mobili che ne enfatizzano i dettagli tridimensionali e la profondità materica. La colonna sonora elettronica e orchestrale accompagna il movimento delle immagini trasformando il film quasi in un’esperienza immersiva.

Interessante anche la scelta di utilizzare una voce narrante femminile — quella di Miriam Leone — come contrappunto alle registrazioni originali di Fontana e alla storica intervista rilasciata nel 1967 alla critica Carla Lonzi.

E qui c’è qualcosa di molto intelligente: Bettinetti capisce che raccontare Fontana oggi significa evitare il museo polveroso e restituire invece la vitalità di un uomo ironico, curioso, aperto al dialogo, quasi pop nel suo modo di stare al mondo. Un artista che parlava con forte cadenza argentina e che mescolava italiano e spagnolo con spontaneità.

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Un artista che continua a parlare al presente

Guardando il percorso raccontato nel documentario, colpisce quanto l’opera di Fontana sembri ancora contemporanea. In un’epoca ossessionata dagli schermi, dalla realtà virtuale e dalle esperienze immersive, quei tagli sembrano dialogare direttamente con il nostro presente digitale.

Fontana aveva intuito che la pittura non bastava più. Che il mondo stava cambiando velocemente, tra tecnologia, corsa allo spazio e trasformazioni scientifiche. E aveva capito che l’arte doveva diventare esperienza, ambiente, energia.

Per questo Lucio Fontana, The Final Cut non è soltanto un documentario biografico. È anche il ritratto di un uomo che ha avuto il coraggio di fare qualcosa di semplicissimo e radicale: tagliare una tela per immaginare ciò che esiste oltre.

E forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, quei tagli continuano a inquietare, dividere e affascinare. Perché non chiudono mai davvero l’immagine. La aprono.

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