Sky Cinema contro le Discriminazioni Razziali

In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale che si celebra in tutto il mondo il 21 marzo, Sky Cinema Drama si unisce al coro di sensibilizzazione con una maratona a partire dalle 6.50 che comprende 7 film che trattano questa tematica. Appuntamento sabato 21 marzo dalle 9.00 alla seconda serata

il 21 marzo 1960 in Sudafrica, in pieno apartheid, la polizia apre il fuoco su un gruppo di dimostranti di colore provocando morti e feriti. Oggi, 60 anni dopo, Sky Cinema Drama celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale commemorando quel giorno infausto e tragico con una maratona antirazzista, che inizia all’alba e si conclude a notte fonda.

MALCOM X di Spike Lee

Si parte alle 6.50 con un capolavoro assoluto, sebbene non privo di alcuni eccessi, a partire dalla durata: 195 fiammeggianti minuti durante i quali il cantore hollywoodiano per antonomasia dei diritti dei neri d’America, Spike Lee, rilegge l’autobiografia del leggendario Malcolm Little, convertitosi all’Islam assumendo il nome di Malcom X, prima di venire assassinato da un gruppo di sicari e di assurgere al rango di mito, al pari dell’altro grande leader afroamericano, Martin Luther King, da cui però si distinse per aver predicato la giustezza della lotta del suo popolo “con ogni mezzo necessario”, dunque anche con la violenza. Il biopic è interpretato magnificamente da un somigliantissimo Denzel Washington, qui alla sua seconda prova in un film di Lee, dopo Mo' Better Blues. Grazie a una performance da applausi, l’attore nato a Mount Vernon si è aggiudicato l’Orso d'argento per il miglior attore e una nomination agli Oscar in un’edizione in cui a trionfare fu Al Pacino per Scent of a Woman - Profumo di donna.

MISSISSIPPI BURNING - LE RADICI DELL’ODIO di Alan Parker

Negli stessi giorni in cui Malcom X incendiava le piazze con le sue arringhe predicatorie, tre giovani attivisti per i diritti sociali dei neri venivano brutalmente assassinati in una piccola cittadina del Mississippi; in quell’America del sud nella quale il razzismo era ancora dilagante: basti pensare che a quei tempi gli afroamericani non avevano neppure il diritto di voto! A risolvere il caso si presentano due agenti dell’FBI col volto di Gene Hackman e Willem Dafoe, che devono tuttavia fronteggiare l’ostilità criminale della retriva popolazione indigena e del temibile Ku Klux Klan. Insomma una pagina vergognosa della storia contemporanea degli Stati Uniti, essendo il film ispirato a fatti realmente accaduti, che tuttavia proprio la stessa America ha avuto il coraggio di stigmatizzare con un’opera dal vasto richiamo commerciale. La crudezza indignata di questa sacrosanta denuncia civile colpì giustamente i giurati dell’Academy, che riconobbero al film del britannico Alan Parker ben sette nomination, anche se l’Oscar quell’anno lo vinse il solo direttore della fotografia, Peter Bizou. A Gene Hackman andò l’Orso d’argento come miglior attore protagonista al Festival di Berlino. 

FREEDOM WRITERS di Richard LaGravenese

Anch’esso tratto da una storia vera, Freedom Writers è non soltanto interpretato da un due volte premio Oscar come Hillary Swank (nel 2000 per Boys Don't Cry e nel 2005 per Million Dollar Baby) ma anche co-prodotto dall’attrice del Nebraska, la quale si appassionò a tal punto al libro The Freedom Writers Diary in cui un’insegnante californiana raccontava la sua difficile esperienza in un liceo dove teneva un corso di riabilitazione di ragazzi borderline, da volerne farci un film. Vedendolo si assiste alla dura e meritoria fatica di questa prof-coraggio che, nel clima incandescente della Los Angeles che era stata da poco teatro dei duri scontri razziali del 1992, tenta in tutti i modi di farsi accettare da una classe multirazziale, composta da giovani problematici altrimenti destinati alla deriva sociale, insegnando loro il potere salvifico della cultura. Un film doppiamente prezioso perché, oltre a contenere un’anima nobile ed educativa - è proprio il caso di dire - è stato ignorato dalla distribuzione italiana di allora, finendo per circolare esclusivamente nel mercato dell’home-video. Circostanza difficilmente spiegabile anche alla luce del fatto che, accanto alla bella e brava Swank, nel cast troviamo pure il fascinoso Patrick Dempsey, celebre all’epoca dei fatti (il film è del 2007) per aver interpretato Derek Shepherd nella serie-tv Grey's Anatomy, e oggi nelle vostre case con la miniserie targata Sky Diavoli, dal 17 aprile visibile su Sky Atlantic.

WHERE HANDS TOUCH di Amma Asante

Scritto e diretto nel 2018 dalla regista e sceneggiatrice londinese, Amma Asante (che si era distinta un paio di anni prima con una pellicola sul medesimo tema interraziale come A United Kingdom - L'amore che ha cambiato la storia), Where hands touch narra una vicenda così estrema da apparire quasi paradossale: l’amore tra una ragazza mulatta vessata dal nazismo proprio a causa del colore della sua pelle (anzi, per evitare la mescolanza razziale, il regime vorrebbe addirittura che la ragazza venisse sterilizzata) e il figlio di un ufficiale delle SS. I due amanti impossibili sono interpretati rispettivamente dalla splendida Amandla Stenberg, divenuta celebre per aver interpretato Rue in Hunger Games e da George MacKay, balzato agli onori della più recente cronaca cinematografica per aver dato vita ad uno dei due caporali protagonisti del capolavoro di Sam Mendes, 1917.

BLACKKLANSMAN di Spike Lee

Presentato in concorso al Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria, BlacKkKlansman è l’ultima fatica di Spike Lee (il 22° lungometraggio di una carriera cominciata nel lontano 1986!), che ha ottenuto ben sei candidature agli Oscar dell’anno scorso, vincendo quello per la miglior sceneggiatura non originale, essendo la pellicola un adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall'ex poliziotto Ron Stallworth. È la vera storia dello stesso Stallworth, che negli anni settanta fu il primo afroamericano a diventare poliziotto a Colorado Springs. Ma non è solo questo il tratto più originale di questa storia: l’assunto tragicomico da cui si dipana la vicenda narrata è che il poliziotto nero - peraltro interpretato da un sardonico John David Washington (il figlio di Denzel),  con tanto di vistosa acconciatura afro - decide di spacciarsi per un bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan! Pur essendo un film su commissione, il regista di Atlanta lo trasforma in un’opera personalissima in cui mescola citazioni della blaxploitation e rimandi all’anima razzista di capolavori immortali come Nascita di una nazione e Via col vento, fino ad inserire in un finale strepitoso le immagini documentarie degli scontri provocati nel 2017 a Charlottesville dai suprematisti bianchi con tanto di commento finale dell’attuale presidente degli Stati uniti, Donald Trump. Nel cast c’è anche Adam Driver, nei panni di un poliziotto ebreo, una sorta di alter-ego del protagonista.

GREEN BOOK di Peter Farrelly

In prima serata arriva uno dei film più amati dell’intero 2019: Green Book di Peter Farrelly, che in coppia col fratello Bobby in passato ci aveva regalato delle autentiche perle di geniale comicità demenziale come Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo. Stavolta, invece, Peter il suo genio lo applica a una vicenda decisamente drammatica, legata ai tempi – gli anni ’60 - in cui gli afroamericani erano ancora costretti a consultare una guida (il “green book” del titolo) per scegliere le strade da percorrere e i locali da frequentare. Un film al tempo stesso politico e mainstream, che è riuscito a metter d’accordo critica e botteghino aggiudicandosi il meglio del palmares stagionale, a partire dal premio Oscar come miglior film. Molto del merito di questi esiti va alla coppia di interpreti, in autentico stato di grazia: un irriconoscibile e perciò bravissimo Viggo Mortensen nei panni di un rozzo autista italo-americano dal cuore tenero e Mahershala Ali in quelli di un sofisticato pianista afroamericano, il quale bissa per questa interpretazione la vittoria del premio Oscar come miglior attore non protagonista, titolo che aveva già vinto due anni prima interpretando Moonlight di Barry Jenkins.

SE LA STRADA POTESSE PARLARE di Barry Jenkins

E proprio con l’ultima fatica di Barry Jenkins, il regista che nel 2017 strappò a sorpresa la vittoria dell’Oscar più importante a La La Land, appunto con Moonlight, (in un indimenticabile finale clamoroso che vide loro malgrado protagonisti Warren Beatty e Faye Dunaway), si conclude la rassegna di Sky Cinema Drama. Il film in questione è Se la strada potesse parlare, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo (in originale: If Beale Street Could Talk), scritto nel 1974 da James Baldwin. E proprio negli anni ’70 si svolgono i fatti narrati: la disperata lotta di una giovanissima donna afroamericana per far scagionare il padre del bambino che sta aspettando, ingiustamente accusato di aver violentato una donna bianca. Regina King, che interpreta la madre della protagonista, per questa performance vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Il romanzo da cui il film è tratto è stato scritto sull’onda lunga della rabbia e dello sconforto seguito all’uccisione di Malcom X. E così, in qualche modo, il cerchio del nostro ciclo si chiude, ricordandoci che, se non si mantiene alta la guardia, la Storia rischia di ripetersi sempre identica, anche nelle sue pagine peggiori.