Sundance Film Festival 2020, non solo Oscar: i film da vedere assolutamente

Inserire immagine
Hilary Still

Una sguardo originale e attento, disincato e pronfondo sul Sundance 2020. Federico Buffa e Mauro Bevacqua vi raccontano cosa è successo ma soprattutto vi consigliano cosa guardare

Le foto del Sundance 2020

1. Tecnologia amica (?) | Due documentari — The Social Dilemma (Premiere) e Coded Bias (US Doc) raccontano la stessa, preoccupante realtà: la tecnologia da strumento di liberazione è sempre più spesso strumento di un nuovo dominio, quello esercitato dalle aziende “Big Tech”, nove multinazionali (sei statunitensi, tre cinesi) che hanno in mano la risorsa chiave del mercato globale: l’informazione. Sfilano come “pentiti” davanti alla telecamera di Jeff Orlowski (già al Sundance nel 2012 con Chasing Ice e nel 2017 con Chasing Coral, due documentari su un altro tema caldo, quello ambientale) tanti ex dirigenti di Facebook e Twitter, Pinterest e Instagram, disposti a svelare i meccanismi spesso oscuri che — dietro la gratuità del servizio finale (il social network) — portano queste aziende ad accumulare ricchezze spropositate, pari solo al potere che si ritrovano a poter gestire, senza alcun controllo esterno. Coded Bias fa un passo ancora ulteriore, e indaga — stesso tema della bellissima mostra attualmente visibile in Italia, Training Humans — l’uso dell’intelligenza artificiale (alimentata dall’acquisizione sempre più massiccia di immagini) nella frontiera del riconoscimento facciale, strumento di controllo totale e (potenzialmente) totalitario. A denunciarla nel bellissimo documento presentato al Sundance sono, tra gli altri, Joy Buolamwini e Cathy O’Neal, due tra le figure femminili più interessanti di un festival che come da tradizione di figure femminili ne ha messe sotto i riflettori tante.

2. Le grandi donne | A quelle meno note al grande pubblico come Buolamwini e O’Neal si sommano i volti conosciutissimi, interpreti o protagoniste di lavori presentati al festival. Si spazia molto, da Taylor Swift che racconta se stessa in Miss Americana (Doc Premieres) a Julianne Moore, una delle cinque attrici chiamate a indossare i panni di Gloria Steinam, storica icona femminista (The Glorias, Premieres), da Glenn Close (Four Good Days) a niente meno che Hillary Rodham Clinton, arrivata sulle nevi di Park City per presentare Hillary (Special Events), 253 minuti di racconto (quasi) senza filtri per tratteggiare uno dei personaggi più divisivi, fraintesi, amati ma anche odiati della scena politica USA.

3. Il fascino eterno dei Sixties/Seventies | Da una ex first lady a un’altra: pur senza presenziare nello Utah Michelle Obama al Sundance continua a far parlare di sé. Lo fa da produttrice — insieme al famoso marito — in quella fabbrica di storytelling (la loro società Higher Ground Productions da cui l’anno scorso era già uscito il miglior documentario premiato agli ultimi Oscar, American Factory) che quest’anno presenta Crip Camp (US Doc). Si tratta del racconto di un camp estivo definito “la Woodstock dei disabili”, girato da Jim LeBrecht (lui stesso uno degli entusiasti partecipanti a inizio anni ’70) insieme a Nicole Newnham, un lavoro che il pubblico dello Utah ha apprezzato tantissimo al punto da tributargli il premio di miglior documentario. Ancora più utopistico è il progetto portato sul grande schermo da Spaceship Earth (US Doc), un ecosistema pensato come mondo alternativo (ma anche possibile colonia spaziale in caso di collasso ecologico) alla biosfera attuale. Si chiama infatti proprio Biosphere 2 (2 perché la biosfera n°1 è la Terra che abitiamo attualmente) l’immaginifica soluzione costruita nel deserto dell’Arizona dove — nel 1991, ma ispirandosi a valori e visioni molto sixties — otto persone scelgono di rinchiudersi per due anni, sperimentando la possibilità di vita in una sorta di casa del Grande Fratello con scopi e ideologie ambientaliste.

4. Musica: ieri, oggi, sempre | Ce n’è come sempre per tutti i gusti e per tutte le generazioni. The Go-Go’s (Doc Premieres) racconta l’incredibile storia del primo gruppo tutto femminile capace — scrivendosi la propria musica e i propri testi — di arrivare in cima alle classifiche di Billboard (spassoso il racconto di come Belinda Carlisle e compagne ottengano la posizione n°1 nella chart più famosa al mondo scalzando quei The Police di cui, proprio in quel momento, stanno aprendo il tour mondiale). C’è però anche il fascino eterno della musica (in questo caso nera) come riscatto sociale: in The 40-year old version (US Dramatic) Radha Blank è protagonista principale e regista (premiata) di un racconto in bianco&nero che testimonia la sua capacità di reinventarsi protagonista come rapper fuori tempo massimo — alla soglia dei 40 anni, appunto — dopo i successi da autrice teatrale di un decennio precedente. Più al passo con la scena musicale contemporanea (nella sezione Midnight) ecco anche The Nowhere Inn, il progetto che racconta a 360 gradi — destrutturando tanto l’immagine dell’artista pubblico quanto quella fintamente privata e/o autentica proiettata dai social — la persona Annie Clark, in arte St. Vincent, una delle artiste più interessanti del panorama attuale, al confine tra pop star musicale molto raffinata e icona di stile.

5. I titoli da Sundance | Proprio come The Nowhere Inn, firmato dalla stessa St. Vincent insieme a un’altra musicista, la leader delle Sleater-Kinney Carrie Brownstein (coppia che ha fatto impazzire Park City, tanto nel Q&A pomeridiano che nella proiezione culto di mezzanotte), altri titoli si meritano la classica definizione di “Sundancer”, quel tipo di opera che il pubblico che sfida neve e gelo per arrivare nello Utah sa di poter trovare solo qui. Ecco allora Kajillionnaire (Premieres), geniale e strampalato racconto firmato da Miranda July, già premiata al Sundance in passato per il suo bellissimo Me and You and Everyone We Know (pellicola, ma anche libro). Oppure Feels Good Man (US Doc), opera che — come Happy Happy Joy Joy — The Ren & Stimpy Story (Doc Premieres) — mette sotto i riflettori un altro genere di creativi, quegli illustratori che matita alla mano creano universi alternativi popolati da personaggi sì inventati ma spesso più reali del reale. Se Rem & Stimpy — un cane e un gatto capaci di interpretare uno spettro ampissimo di emozioni e stati d’animo — diventano parte di una certa cultura giovanile USA, quello che succede a Pepe The Frog e al suo autore Matt Furie è ancora più incredibile, quando la rana da lui disegnata con spirito dissacratorio assurge — tra meme virali in rete e un’indebita appropriazione culturale — a improbabile simbolo dei movimenti di estrema destra americani.

6. Auto-ironia | Ovvero: quando i liberals si prendono in giro. Perché un festival attentissimo (forse pure troppo) a quello che qui viene chiamato PC — sigla buona per “politically correct” ma anche, forse non a caso, per Park City — sviluppa già al suo interno gli anticorpi alle critiche che arrivano da più parti per una (troppo?) sbandierata attenzione a temi e valori minoritari. E allora l’assurdo Save Yourselves (US Drama) prende di mira una coppia hipster di base a Brooklyn, in gita fuori porta ma soprattutto in fuga dal dominio della tecnologia dominante nella propria vita. Jack e Su si disconnettono da tutto e da tutti, si isolano in una bella baita tra i monti, ma così facendo non vengono a sapere dell’invasione aliena che colonizza New York City e minaccia di prendere possesso del mondo intero. Quando lo scoprono sono chiamati a reagire — anche fucile in mano, in barba ai proclami da salotto anti-NRA (“We’re gun people” resta una delle battute più riuscite dell’intero film) — scendendo a patti con le loro convinzioni morali.

7. Le libertà costituzionali | Se la libertà di proteggersi individualmente, anche con l’uso delle armi, è sfiorata solo ironicamente in Save Yourselves (e viene invece affrontata di petto nella sua triste e tragica realtà da Us Kids — in competizione nella sezione US Doc — opera che racconta non tanto la strage della Marjory Stoneman Douglas High School del febbraio 2018 che ha ucciso 17 ragazzi quanto la straordinaria capacità di reazione dei sopravvissuti negli anni successivi) il tema della libertà di stampa è al centro di due bellissimi titoli: A Thousand Cuts (US Doc) e The Dissident (Doc Premieres). Il primo racconta il lavoro di opposizione alla violenza istituzionalizzata del presidente filippino Rodriguo Duterte da parte di Maria Ressa e della sua redazione di Rappler. Un esempio di giornalismo dalla schiena dritta, che non esita a contestare i metodi troppo sbrigativi impiegati da una polizia di stato giustificata (anzi, incoraggiata) a fare della violenza e dell’abuso della forza gli unici strumenti nella lotta alla droga voluta soprattutto a scopi propagandistici dal presidente Duterte. Al centro di The Dissident, invece, il caso Kashoggi, che tanto eco ha trovato anche nel dibattito internazionale senza però portare alla punizione dei responsabili dell’incredibile uccisione del corrispondente del Washington Post, consumatasi alla luce del soole il 2 ottobre 2018 nell’ambasciata saudita di Istanbul.

8. Il mistero coreano | La presenza delle telecamere di sorveglianza — e l’utilizzo sempre più massiccio delle immagini che se ne ricavano — fa di lavori come The Dissident ma ancor più di titoli come Assassins (Doc  Premieres) opere documentaristiche che confinano con il reportage. Le immagini dell’uccisione di Kim Jong-Nam, membro della famiglia reale della Corea del Nord, sono sotto gli occhi di tutti grazie alle telecamere a circuito chiuso dell’aeroporto di Kuala Lumpur dove l’avvelenamento è affidato alle mani di due ragazze — una indonesiana e una vietnamita — tanto inconsapevoli quanto magistralmente manovrate dall’alto. L’opera di Ryan White è un giallo dalle pericolose implicazioni globali che sfiora quasi il farsesco, dove il labile confine tra finzione (quella di uno show televisivo che organizza scherzi per strada) e realtà (quella dell’uccisione di un uomo in pieno giorno, in mezzo alla folla di un aeroporto) si assottiglia fino a scomparire.

9. Stand for storytelling | Da alcune edizioni è uno degli slogan che accompagnano il festival voluto da Robert Redford e diretto per l’ultima volta da John Cooper (al suo posto, a partire dall’edizione 2021, una donna: Tabitha Jackson). E a farsi paladini della necessità di costruire narrazioni alternative a quelle dominanti arrivano — a ogni edizione del Sundance Film Festival — alcuni nomi di attori e/o registi di fama mondiale che non retrocedono davanti a questa responsabilità, e per i quali la rassegna di Park City è stata magari trampolino di lancio e continua a essere palcoscenico privilegiato. è il caso di Ethan Hawke — che in Tesla (Premieres) è il famoso inventore serbo impegnato nella famosa “guerra delle correnti” contro Thomas Edison — o di Viggo Mortensen (regista e sceneggiatore di Falling, sempre nelle Premieres), che chiama “dichiarazione di interdipendenza” una sorta di appello perché il Sundance rimanga un luogo dove artisti di estrazione e cultura diverse possano collaborare e interagire a protezione di una capacità narrativa sempre più ricca e diversa.

10. I vincitori | Tradizionalmente sono considerati vincitori quei titoli che si aggiudicano, nella loro rispettiva categoria, il premio della giuria (e non tanto quello del pubblico, l’Audience Award). I titoli premiati allora sono stati Boys State per la sezione US Documentary e Minari per quella US Dramatic (film capace di bissare il successo anche tra il pubblico). Il primo racconta di un camp estivo solo maschile (ma ne esiste anche la versione tutta femminile) in cui la gioventù americana gioca — ma neppure troppo — a fare la politica, con finte elezioni e altrettante finte costituzioni del Senato. Tra i suoi celebri alumni si conta un giovanissimo Bill Clinton ma perfino l’ex superstar NBA Michael Jordan. Minari, invece, ha conquistato tutti — giuria e pubblico — raccontando la difficile sfida di integrazione al sogno americano di una famiglia coreana nell’Arkansas degli anni ’80. Tra le opere non americane (World Cinema) a spuntarla sono stati Epicentro per i documentari (reportage allo stesso tempo crudo e romantico di tre anni vissuti in una L’Avana magica e sognante, da parte di Hubert Sauper, filmmaker austriaco che fa base in Francia,) e Yalda: a night for forgiveness per la fiction, dove però la base del racconto è assolutamente reale: in Iran una donna che ha ucciso il proprio marito può scampare l’esecuzione sommaria solo ottenendo il perdono dalla famiglia della vittima, perdono che arriva (o meno) rigorosamente davanti alle telecamere al culmine di uno show televisivo che tieni incollati al video milioni di telespettatori.

Bonus track: un po’ di Italia | Dopo il successo ottenuto lo scorso anno da La scomparsa di mia madre, il documentario su Benedetta Barzini poi arrivato anche nelle sale italiane, la presenza tricolore sugli schermi del Sundance quest’anno è affidata a un film curioso, The Truffle Hunters (World Doc, co-produzione italiana-statunitense-greca), che racconta quella comunità di persone che ad Alba va a caccia del prelibato tartufo locale e che, così facendo, ne alimenta una tradizione e un business più vivo che mai. Un po’ di Italia poi anche per la presenza all’interno delle diverse giurie tanto di Isabella Rossellini (insieme a Ethan Hawke e Dee Rees chiamata a decidere nella sezione US Dramatic) quanto di Alba Rohrwacher (World Cinema Dramatic).