Milanesiana d’autunno, Hildegard De Stefano: "La musica è sempre stata anche un antidoto"
Spettacolo
Il 26 ottobre alle 18.30 al Teatro Franco Parenti di Milano la violinista e attrice chiude con un concerto la serata della Milanesiana d’autunno dedicata a La crepa di Charlotte Casiraghi, in dialogo con Ferruccio de Bortoli. Nell’intervista racconta il legame con Elisabetta Sgarbi, il debutto in La compagnia del Cigno, il Vivaldi di Primavera, la giovane Mina di Ripley e il lavoro a Berlino. E spiega perché Bach e la musica possono diventare un antidoto alle ferite, fino a un nuovo progetto su Ildegarda di Bingen
Un violino ha quattro corde. Non sono sufficienti a ricucire tutte le ferite, naturalmente. Ma qualche volta riescono a raggiungere luoghi dell'anima nei quali le parole si smarriscono. Lo sa bene Hildegard De Stefano, violinista, attrice e autrice, che lunedì 26 ottobre 2026 sarà protagonista del concerto conclusivo della prima serata della Milanesiana d'autunno, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.
L'appuntamento è alle 18.30 nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano. Al centro della serata, La crepa, il libro di Charlotte Casiraghi, protagonista di una lettura e di un dialogo con Ferruccio de Bortoli. Un'opera che prende le mosse anche da The Crack-Up di Francis Scott Fitzgerald, conosciuto in francese come La fêlure: l'incrinatura che attraversa un'esistenza, talvolta senza fare rumore, e ne rivela le fragilità. Non sempre ciò che si spezza coincide con ciò che finisce. A volte è proprio una frattura a mostrarci chi siamo.
A raccogliere il testimone delle parole sarà il violino di Hildegard De Stefano, in un ideale passaggio dalla letteratura alla musica. Un incontro tra discipline che è poi la ragione d'essere della Milanesiana, come raccontavamo già nell'articolo dedicato al programma autunnale della manifestazione.
Del resto, la carriera della giovane artista milanese sembra fatta apposta per abitare gli incroci. Diplomata al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, si è fatta conoscere dal grande pubblico interpretando Sara Loffredi nella serie Rai La compagnia del Cigno, diretta da Ivan Cotroneo. Poi sono arrivati il cinema, con L'isola degli idealisti di Elisabetta Sgarbi, Primavera di Damiano Michieletto e Come ti muovi, sbagli di Gianni Di Gregorio, e la televisione internazionale, con Ripley di Steven Zaillian, dove presta il volto a una giovane Mina sulle note di Il cielo in una stanza.
Senza dimenticare la scrittura, con Diario musicale, pubblicato da La nave di Teseo, e il lavoro nella programmazione artistica e produzione del Pierre Boulez Saal di Berlino.
Un percorso poco incline alle etichette, nel quale Bach incontra Netflix, il violino barocco dialoga con la macchina da presa e la curiosità diventa una forma di disciplina. Perché Hildegard De Stefano non ha mai desiderato scegliere una sola identità artistica. E forse è proprio questa la sua cifra più interessante.
Alla vigilia del concerto alla Milanesiana, racconta il rapporto con Elisabetta Sgarbi, la scoperta della recitazione, l'emozione del set di Ripley, la musica classica e le nuove generazioni. Fino a un progetto internazionale dedicato a Ildegarda di Bingen, mistica, compositrice e visionaria del Medioevo, alla quale deve anche il proprio nome.
Milanesiana e Charlotte Casiraghi: la musica come antidoto alle ferite
La Milanesiana per lei è ormai di casa. Che cosa rappresenta tornarci, questa volta in una serata dedicata a La crepa di Charlotte Casiraghi?
«Nella mia vita mi sono sempre mossa in maniera abbastanza interdisciplinare. Sono partita come violinista, poi ho recitato, ho avuto l'occasione di scrivere un libro e adesso lavoro anche nella parte manageriale della musica classica. Quando siamo stati invitati per la prima volta alla Milanesiana con La compagnia del Cigno, insieme a Ivan Cotroneo e agli altri protagonisti della serie, per me è stata una scoperta bellissima. Cercavo da tempo un luogo nel quale potessero incontrarsi persone provenienti da ambiti diversi e confrontarsi. Ne sono rimasta talmente affascinata che, durante quella stessa stagione, sono tornata a seguire un altro appuntamento, questa volta da semplice spettatrice, quasi in forma anonima. Elisabetta mi ha vista e mi ha invitata a cena. È stata anche l'occasione in cui è arrivata la proposta del libro. Per me è stato un regalo: alla Milanesiana ho incontrato persone che mi hanno arricchita e fatta crescere moltissimo».
Il tema della serata è la fragilità. Che cosa riesce a dire il violino dove le parole non arrivano?
«Per me la musica è sempre stata un'attività molto introspettiva, un modo per vedere e sentire innanzitutto queste crepe, queste fragilità che ci portiamo dentro. Allo stesso tempo è sempre stata anche un antidoto. Bach, per esempio, con le sue incredibili architetture musicali e quella genialità anche matematica che aveva, è sempre stato per me un modo per ritrovare un equilibrio, per riempire delle crepe o curare delle ferite».
Una risposta che fa pensare anche a Departures (Okuribito), il film giapponese di Yōjirō Takita, dove il violoncello del protagonista accompagna un percorso di riconciliazione con la perdita. Strumenti diversi, naturalmente, ma la medesima intuizione: la musica può diventare una lingua capace di attraversare ciò che sembra indicibile.
Elisabetta Sgarbi e il debutto ne La compagnia del Cigno
Con Elisabetta Sgarbi ha condiviso esperienze diverse, da Diario musicale a L'isola degli idealisti. Che cosa vi lega artisticamente?
«Una delle tante cose che ho sempre ammirato di Elisabetta è la sua apertura mentale. Lo si vede anche nella varietà dei libri pubblicati da La nave di Teseo. Spero che sia proprio questo ad accomunarci. Mi sono sempre mossa con grande curiosità verso ciò che non conosco, verso altre discipline artistiche. Spero che questa curiosità, questa energia e questa voglia di fare siano qualcosa che condividiamo».
Il suo debutto da attrice nasce al Conservatorio di Milano, con La compagnia del Cigno. Che cosa le ha lasciato il personaggio di Sara?
«Sara è molto diversa da me, per cui è stata un'esperienza davvero forte. Arrivavo dal mondo del Conservatorio, da un periodo di grande studio, anche molto solitario. Il fatto di recitare, di essere così visibile, non era mai stato nei miei piani. Confrontarmi con un personaggio tanto diverso da me mi ha fatto crescere e mi ha permesso di conoscere aspetti della mia personalità che ancora non conoscevo. E poi c'è stata l'esperienza della serie in generale: andare in prima serata sulla Rai, partecipare a due stagioni, affrontare le interviste e tutto quello che ne consegue. Ho dovuto superare molte insicurezze».
Primavera di Damiano Michieletto: il violino barocco e Vivaldi
In Primavera di Damiano Michieletto interpreta Laura, una violinista nella Venezia di Vivaldi. Che esperienza è stata?
«Un regalo, innanzitutto. Conoscevo già il lavoro operistico di Damiano Michieletto, anche se non personalmente. Avevo lavorato alla Scala e avevo visto, per esempio, una sua Salome che era stata spettacolare. Poter partecipare a un suo progetto era già un grande regalo. Ma soprattutto c'era Vivaldi, c'era la musica barocca, che per me è sempre stata fondamentale. È la musica con la quale ho imparato a studiare il violino, quella con cui sono cresciuta anche in casa. È la ragione per cui amo la musica classica e ho deciso di lavorare in questo mondo».
«Immergermi in quell'epoca, nella musica di Vivaldi e nella visione di Michieletto, è stata un'esperienza veramente preziosa. La fotografia era bellissima, i costumi spettacolari, tutto sembrava molto vero. Naturalmente la storia è romanzata, ma si basa anche su fatti reali. La realtà di quelle orfane dell'Ospedale della Pietà è molto poetica. Inoltre ho avuto l'occasione di studiare il violino barocco, cosa che non avevo mai fatto prima. Conoscere lo strumento dal quale si è evoluto il violino moderno permette di comprendere in maniera diversa anche quello che suoniamo oggi. È stata un'esperienza molto formativa».
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Ripley, Mina e Il cielo in una stanza: il ricordo del set
In Ripley di Steven Zaillian interpreta una giovane Mina, sulle note di Il cielo in una stanza. Che ricordo conserva di quell'esperienza?
«Un altro regalo della vita. Era un contesto di livello qualitativo altissimo, una produzione hollywoodiana con grandi risorse che venivano utilizzate molto bene. Tutti i reparti erano spettacolari, dai costumi alle scenografie. Ricordo il giorno in cui sono arrivata sul set ad Atrani. Avevano ricostruito degli ambienti degli anni Sessanta in maniera talmente realistica che, per un momento, ho pensato che fossero davvero rimasti così. Invece era tutto stato creato per la serie».
«Ero molto agitata. Mi ero preparata da sola, senza una guida specifica per imitare i movimenti di Mina. Inoltre mi trovavo a lavorare con attori di livello altissimo, come Andrew Scott, e questo mi preoccupava un po'. Ma Steven Zaillian mi ha accolta con una calma incredibile. Abbiamo dedicato praticamente un'intera giornata a girare quella scena. È stata un'esperienza magica. C'era una grande sintonia tra quello che voleva il regista, quello che riuscivo a fare io con la mia sensibilità e la visione artistica complessiva. E naturalmente la voce di Mina, che ci ha accompagnato durante tutta la giornata, ha contribuito a rendere quel momento ancora più speciale».
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La musica classica e i giovani: la qualità prima di tutto
La musica classica riesce ancora a parlare ai giovani? E come possono le istituzioni avvicinarli?
«È una domanda che ci poniamo continuamente nelle sale da concerto e nei teatri d'opera, perché si cerca sempre di raggiungere un pubblico più ampio, soprattutto giovane. Io però credo che l'interesse esista già. Per me la qualità è sempre stata la cosa più importante, quando studiavo il violino, quando suono, quando recito e in tutti i lavori che faccio. Credo che, quando c'è qualità, le persone riescano a percepirla, anche se non possiedono tutti gli strumenti per analizzare quello che stanno ascoltando».
«È come trovarsi davanti a un cielo notturno pieno di stelle. Non abbiamo necessariamente tutti gli strumenti per comprenderlo, ma sentiamo che dietro c'è qualcosa di eterno, di profondo, di complesso. Con la musica accade lo stesso. Penso, per esempio, a un'antifona di Ildegarda di Bingen. Parliamo del Medioevo, di un repertorio che potrebbe sembrare molto lontano dalla sensibilità contemporanea. Eppure mi è capitato di proporre questa musica a persone che non avevano alcun rapporto con la classica e di vedere una grande risonanza emotiva. Erano grate di essere entrate in contatto con qualcosa che immaginavano molto meno accessibile. In realtà queste musiche toccano corde profondissime dell'essere umano, che ci accomunano tutti».
Hildegard Commission: da New York a Ildegarda di Bingen
Violinista, attrice, autrice e professionista della musica. C'è qualcosa che oggi desidera approfondire particolarmente? Un sogno artistico ancora da realizzare?
«Negli ultimi anni mi sono interessata moltissimo alle figure femminili nella storia della musica. Ho tenuto diverse conferenze dedicate a donne che sono rimaste in parte nascoste, che hanno avuto maggiori difficoltà a costruirsi una carriera e le cui vicende sono spesso incredibili. Per me tutto è cominciato con Ildegarda di Bingen, alla quale devo anche il mio nome. È stata una figura storica straordinaria e, tra le tante cose, anche una musicista».
«Proprio in questo periodo sto lavorando a un progetto che mi sta particolarmente a cuore, in collaborazione con una sala da concerto di New York. Si tratta di una commissione chiamata Hildegard, attraverso la quale commissioniamo nuova musica in relazione alle straordinarie immagini contenute nei manoscritti di Ildegarda di Bingen. Lei cercava di descrivere le proprie esperienze mistiche, ma le parole non erano sufficienti. Così aggiungeva anche questi disegni meravigliosi. Durante le sue visioni sentiva anche la musica, le melodie e le armonie che poi scriveva e che sono arrivate fino a noi».
«Nel nostro progetto, quelle immagini vengono riportate in vita attraverso il lavoro di artisti visivi. È proprio questo che mi affascina: creare progetti nei quali discipline differenti possano entrare in contatto».
Il progetto al quale si riferisce è la Hildegard Commission 2026 del National Sawdust di New York, centro dedicato alla musica contemporanea e alla sperimentazione artistica. Il concerto, previsto per il 10 dicembre 2026, presenterà nuove composizioni ispirate alle illustrazioni dei manoscritti medievali, accompagnate da animazioni e proiezioni visive. Hildegard De Stefano ha contribuito al percorso di approfondimento sulla figura della compositrice medievale, mettendo a disposizione dei partecipanti le proprie conoscenze attraverso una conferenza e materiali di studio.
C'è qualcosa di sorprendentemente coerente in questa storia. Una giovane musicista che porta il nome di una donna vissuta nel XII secolo, un'artista medievale che affidava alle immagini quello che non riusciva a spiegare con le parole, una violinista contemporanea che passa dalla televisione al cinema, dalla scrittura alla progettazione culturale. Epoche e linguaggi lontanissimi, uniti dalla stessa necessità di esprimersi.
Lunedì 26 ottobre, alla Milanesiana d'autunno, sarà ancora una volta il violino a prendere la parola. Dopo Charlotte Casiraghi e Ferruccio de Bortoli, dopo le riflessioni sulle fragilità e sulle ferite dell'esistenza, Hildegard De Stefano porterà sul palco la propria musica.
Francis Scott Fitzgerald aveva trasformato la frattura interiore in materia letteraria. Ildegarda di Bingen cercava nei suoni e nelle immagini una lingua capace di raccontare le proprie visioni. Hildegard De Stefano, con quattro corde e un archetto, prova a percorrere la stessa strada.
Perché non tutte le crepe chiedono di essere nascoste. Alcune, forse, hanno soltanto bisogno di essere ascoltate.