Principio e Speranze accompagnano il Festival Aperto di Reggio Emilia

Spettacolo

Fabrizio Basso

Credit Anceschi
paolo cantu credit alfredo anceschi

Incertezze tante ma coraggio ancora di più. Paolo Cantù, direttore generale e artistico della Fondazione I Teatri, racconta come fa decollare questa (ancora) anomala stagione. L'INTERVISTA

Un settembre in odore di autunno accende il Festival Aperto dei Teatri di Reggio Emilia. Non è stato facile allestire un programma ma nel mondo dell'arte se c'è un concetto che non esiste si chiama rassegnazione. Paolo Cantù, direttore generale e artistico della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, insieme al suo team, ha fatto delle difficoltà e delle incertezze forza propulsiva creando un programma che è un viaggio in tutte le sfere artistiche. Il debutto è sabato 18 alle ore 20.30 al Teatro Valli con The End of The World, una multimedia performance di Melnik, SPIME.IM e Kent. E' il primo tassello di una prima parte di programmazione che terminerà il 24 novembre al Teatro Cavallerizza con una celebrazione dantesca, Inferno e Purgatorio a cura di Socìetas, Guidi e Guerri.

Direttore la definizione di Principio Speranza è perfetta per questa fase storica.
La abbiamo presa a prestito da Ernst Bloch, filosofo, utopista e marxista: il concetto è che la speranza è un atto di volontà. Professiamo l'ottimismo della volontà. La speranza la dobbiamo costruire. I momenti di crisi sono stati importanti per confrontarci con gli artisti e dare possibili direzioni al futuro e dunque capire come uscire dallo stallo.
Il 25 settembre proponete Un Teatro è un Teatro di OHT, Andreatta e Tomat: cosa rappresenta oggi il teatro?
E’ uno spazio di incontro e di vicinanza reale, con persone che ti raccontano storie. Il teatro è un atto collettivo, non si fa mai da soli, è sospinto da grandi artisti che danno la direzione a un gruppo di lavoro. La grande sfida è capire come far comprendere alle nuove generazioni che rimane una unicità assoluta, un luogo di bellezza. Per me il teatro è l'invenzione più straordinaria dell’umanità.
Oltre a inventare una programmazione avete dovuto anche raccogliere un po’ di cocci. Ci aggiungo che forse senza le tre partite degli Europei di calcio che hanno sdoganato una quota di pubblico oggi la macchina teatro potrebbe essere ancora ferma.
E' sempre fastidioso ricorrere a temi altri per spiegare una realtà. Quello che io posso dire è che i teatri saranno pieni neanche al 50 per cento e non si capisce perché quando treni e aerei ora viaggiano a pieno regime e sono contemplati anche assembramenti di un certo tipo. Come hai detto tu ci agganciamo a un altro terreno e dispiace, ma bisogna essere pragmatici e la realtà dice che siamo rimasti gli unici a non potere aprire al 100 per 100. Quindi ogni gesto che può contribuire a sbloccare una situazione è ben accetto.
Eccoci al Festival Aperto 2021. Tempi ristretti suppongo.
Lavoriamo con almeno due anni di anticipo sulla lirica, all’estero addirittura sono 4 o 5. Sul resto operiamo nell’arco di un anno, ora che parte il Festival Aperto 2021 iniziamo a costruire quello del 2022. Il Covid ci ha resi più elastici, ci siamo trovati tutti a fare un lavoro che non è il nostro. Rispetto alla normalità abbiamo avuto meno tempo e cambiato tanto in corsa. Tante cose sono state rinviate e altre saltate a tre mesi dal debutto. Lo scheletro del Festival Aperto c’era da tempo, ha un'anima forte e bei progetti, in questo tempo faticoso sono orgoglioso di quello che abbiamo costruito, riflette un lavoro molto importante condiviso con tantissime persone.
Credi che il Covid diventerà materia di piece teatrali?
Penso e spero che ci sarà un nucleo di progetti ma che poi il tema diventi l’astrazione rispetto a quello che abbiamo vissuto. Occorre ragionare sugli effetti indivuduali, sociali e collettivi, fare un ragionamento un po’ più alto sulle conseguenze di un percorso che la pandemia ha reso violento.
Il programma è davvero eterogeneo, è un Festival per tutti.
C’entra anche quello che è successo. Il teatro non si fa da soli e senza pubblico. Occorre mixare le idee e mettere insieme ricerca e progettualità con la leggibilità di un lavoro: se diventiamo auto-referenziali siamo destinati a scomparire e per questo spesso mi interrogo su come operare affinché quello che un artista (rap)presenta abbia un ritorno verso il pubblico. Il pubblico va compreso, il tema è capire se il progetto ha efficacia per qualcun altro.
Il 19 novembre ospiterete la prima nazionale de La Mia Patria Attuale, il nuovo progetto di Massimo Zamboni.
Lui è una risorsa personale del territorio. Ha interpretato il territorio e personalmente sono stato fan dei CCCP, quindi nutro per lui un affetto emozionale. E’ un intellettuale accogliente che cerca anche aspetti performativi miranti alla comprensione di un linguaggio complesso.
Sarete protagonisti anche all'Arena Reggio, quando aprirà?
Bisognerà interloquire e interrogarsi sulla funzione di quel luogo rispetto a ciò che accade in città. Ci faremo i conti. Faremo dei passi affinché non si percepisca come un oggetto estraneo.
Da dicembre che accadrà?
Tante cose. Ci saranno tre spettacoli di prosa, due opere, Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi e Werther di Jules Massenet. E molto altro. Insomma siamo pronti.

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