Giornata mondiale ictus cerebrale, come prevenirlo e come riconoscere i primi segnali
Salute e BenessereOgni anno in Italia circa 100 mila persone sono colpite da un ictus cerebrale e sono un milione quelle che convivono con gli esiti della malattia. Ma oggi l'ictus non è più una malattia senza possibilità di cura: ecco i campanelli d'allarme da imparare a identificare
Ogni anno in Italia circa 100mila persone sono colpite da un ictus cerebrale e sono un milione quelle che convivono con gli esiti della malattia. Su scala europea i casi salgono a 1,1 milioni e sono circa 460mila i decessi. Questi i numeri ricordati in vista della Giornata Mondiale dell'Ictus 2026, che si celebra il 29 ottobre, da A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all'Ictus Cerebrale), che rappresenta le persone colpite da ictus e i loro caregiver, e da ISA-AII (Italian Stroke Association-Associazione Italiana Ictus), società scientifica italiana dedicata alle malattie cerebrovascolari.
La Giornata, promossa dalla World Stroke Organization, richiama l'attenzione sull'importanza di riconoscere tempestivamente i sintomi e chiamare immediatamente il 112.
I campanelli d'allarme
"Troppi cittadini continuano a sottovalutare i sintomi dell'ictus o a pensare che possano risolversi da soli", dichiara Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia. "Conoscere i segnali di allarme significa offrire a chi viene colpito una possibilità concreta di arrivare in tempo alle cure". I campanelli d'allarme dell'ictus non sono difficili da identificare: il volto che si piega improvvisamente da un lato, un braccio che non si solleva più, parole che diventano confuse o incomprensibili, la perdita improvvisa dell'equilibrio o della vista. Riconoscerli e chiamare tempestivamente i soccorsi può cambiare la vita di una persona. Oggi l'ictus, infatti, non è più una malattia senza possibilità di cura. La disponibilità di trattamenti capaci di liberare il vaso sanguigno ostruito ha modificato la prognosi di molti pazienti, consentendo in molti casi di limitare il danno cerebrale e la disabilità. Tuttavia, l'efficacia di queste terapie dipende strettamente dalla rapidità con cui vengono somministrate.
"L'ictus è una patologia tempo-dipendente per definizione", afferma Paola Santalucia, presidente di ISA-AII. "Riconoscere rapidamente i sintomi, attivare il sistema di emergenza e raggiungere il centro più appropriato rappresentano il primo vero trattamento. Oggi disponiamo di terapie estremamente efficaci, ma funzionano solo se il paziente arriva in tempo", aggiunge. "Per questo è fondamentale non mettersi alla guida e non aspettare il parere del medico il giorno successivo: bisogna chiamare immediatamente il 112".
Troppo sale e ipertensione non controllata per gli italiani
Nonostante le numerose campagne di sensibilizzazione, gli italiani continuano ad avere livelli troppo alti di pressione arteriosa e a consumare troppo sale, due importanti fattori di rischio (strettamente interrelati) per l'ictus: lo ricorda l'Istituto Superiore di Sanità in vista della Giornata Mondiale.
I dati preliminari dell'Italian Health Examination Survey 2023-2025, realizzata nell'ambito del Progetto Cuore, spiega l'Iss, mostrano che nella popolazione tra i 35 e i 74 anni, i valori medi di pressione sistolica sono pari a 134 mmHg negli uomini e 125 mmHg nelle donne. Anche tra le persone in cura, la pressione non è sempre ottimale. Si stima che solo il 22% degli uomini e il 34% delle donne in trattamento presenti valori inferiori a 140/90 mmHg. Tra le criticità anche l'elevata quota di persone che non sa di avere valori elevati: nella fascia di età tra i 35 e i 44 anni, tra le persone con pressione arteriosa elevata non è consapevole della propria condizione il 72% degli uomini e il 53% delle donne.
Problematico anche il consumo di sale: i dati del Progetto Cuore indicano un consumo medio giornaliero di sale pari a 9,3 grammi negli uomini e 7,1 grammi nelle donne: valori superiori alla raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che suggerisce un consumo inferiore a 5 grammi al giorno. Solo l'11% degli uomini e il 24% delle donne rispetta questa indicazione.