La crisi di Volkswagen entra in una nuova fase. Il gruppo tedesco valuta un ulteriore piano di riduzione dei costi che potrebbe tradursi in circa 50 mila posti in meno nel mondo, mentre un quarto delle posizioni manageriali è destinato a scomparire. Il numero degli esuberi non è però definitivo e si aggiunge alle circa 50 mila uscite già concordate in Germania entro il 2030.
L’amministratore delegato del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume, ha indicato in circa 50 mila posti la dimensione teorica di un nuovo intervento sui costi, concentrato soprattutto nelle attività che non riguardano direttamente la produzione. Nel mirino ci sono funzioni centrali, amministrazione, sviluppo e vendite. Circa metà dell’eventuale adeguamento ricadrebbe sulla Germania e il resto sulle società internazionali del gruppo.
I 50 mila posti non sono ancora un obiettivo
Blume ha precisato davanti ai dipendenti che i 50 mila posti non rappresentano una soglia già decisa, ma una grandezza teorica ricavata dal livello di costi che Volkswagen dovrebbe raggiungere per avvicinarsi ai concorrenti. Il numero effettivo dipenderà dai risparmi ottenuti nelle singole società e dalle altre misure di efficienza. Il piano deve inoltre superare il confronto con il consiglio di sorveglianza, dove lavoratori e Land della Bassa Sassonia hanno già espresso una forte opposizione a licenziamenti e chiusure.
Altri 50 mila oltre alle uscite già concordate
La nuova ipotesi non va confusa con il piano già in corso. Dalla fine del 2024 Volkswagen, Audi, Porsche e Cariad hanno concordato una riduzione di circa 50 mila posti in Germania entro il 2030. Più di 35 mila riguardano Volkswagen AG e i suoi siti tedeschi. Blume ha riferito che sono già stati sottoscritti circa 37 mila accordi. La riduzione dovrebbe avvenire soprattutto attraverso pensionamenti parziali, uscite volontarie e mancata sostituzione del personale. Se il nuovo intervento venisse applicato nella dimensione oggi ipotizzata, il ridimensionamento complessivo potrebbe quindi avvicinarsi a 100 mila posizioni.
Via un quarto delle posizioni manageriali
Durante la visita allo stabilimento di Emden, Blume ha confermato l’intenzione di eliminare circa un quarto delle posizioni nel management. Il provvedimento rientra nel tentativo di ridurre strutture decisionali considerate troppo complesse e costose. Nel primo semestre 2026 il gruppo ha registrato 158,1 miliardi di euro di ricavi, sostanzialmente invariati, mentre il risultato operativo è sceso dell’11,6% a 5,9 miliardi. Le vendite di veicoli sono diminuite dell’8,4% a quattro milioni di unità.
Quattro stabilimenti senza certezze oltre il 2030
Emden, Hannover, Zwickau e lo stabilimento Audi di Neckarsulm non hanno ancora un programma produttivo competitivo definito per gli anni successivi al 2030. Blume ha escluso che una chiusura sia già stata decisa e continua a indicarla come l’ultima soluzione. Per Osnabrück la produzione automobilistica è invece destinata a terminare e Volkswagen sta cercando una nuova destinazione industriale per il sito.
La Germania resta il nodo centrale
Volkswagen deve affrontare margini ridotti, capacità produttiva superiore alla domanda, minore redditività in Cina e l’impatto dei dazi statunitensi. Il gruppo vuole ridurre capacità, modelli, varianti e livelli organizzativi. Quanto questa strategia si tradurrà davvero in altri 50 mila posti in meno resta però ancora da stabilire. La cifra indica oggi la scala del risparmio cercato dal management, non il numero definitivo dei lavoratori che lasceranno Volkswagen entro il 2030. Come già successo in passato, i numeri annunciati potrebbero essere decisamente lontani dai reali licenziamenti o uscite volontarie.