PizzaUp 2026, dalla Generazione Z ai consigli di Cooker Girl

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Nella foto, Aurora Cavallo in arte Cooker Girl - Ph Claudio Recchia

Si è chiuso a Venezia il 4 novembre, il simposio sulla pizza italiana contemporanea organizzato dalla storica azienda padovana Petra Molino Quaglia. Dedicata a come le pizzerie possano intercettare la Generazione Z, sia come clientela sia come forza lavoro, l'edizione di quest'anno, ha visto tra gli ospiti, Aurora Cavallo, in arte Cooker Girl

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Si è svolta nella suggestiva location di Ca’ Giustinian a Venezia, dal 2 al 4 novembre, l’edizione numero ventuno di PizzaUp, l’unico simposio internazionale sulla pizza italiana contemporanea. Organizzato da Petra Molino Quaglia, storica azienda familiare padovana di Santa Caterina d’Este e prima realtà italiana ad aver ottenuto la certificazione di sostenibilità Equiplanet, l'evento si riconferma un punto di riferimento per l'intero settore. L'edizione di quest'anno ha introdotto un format completamente rinnovato, focalizzato sulle nuove esigenze della Generazione Z. 


Attraverso il confronto tra due grafici radar, uno basato sulle risposte dei giovani a un'indagine condotta da SiamoZeta e l'altro compilato dai pizzaioli stessi, il simposio ha analizzato convergenze e distanze tra l'offerta attuale delle pizzerie e le aspettative dei consumatori e collaboratori di domani. Tra panel, laboratori e show cooking, a condurre la tre giorni veneziana, è stata la voce iconica di Guido Meda, e tra i momenti chiave, l'intervento di Aurora Cavallo, in arte Cooker Girl, oggi tra le creator under 30 più influenti sui social media con 1,7 milioni di follower su Instagram e ieri quattordicenne con in tasca il sogno di diventare cuoca. Un desiderio trasformato ben presto in mestiere, attraverso lo studio, l’impegno costante, il sacrificio, la dedizione e la gavetta in cucina, quella vera, senza retorica. Partendo dal suo personale e appasionante racconto, la creator di Saluzzo ha portato a PizzaUp una riflessione pragmatica sulla comunicazione digitale. Per conquistare la Generazione Z non serve seguire i trend del momento, utilizzare immagini perfette o ricorrere all'intelligienza artificiale, ma raccontare in maniera autentica la propria quotidianità, senza fronzoli, seguendo il caro vecchio motto less is more. 


Dalle sue esperienze nelle cucine di New York e nei forni di Copenhagen fino alla creazione del canale social, Aurora Cavallo ha sottolineato come la competenza e la costanza nel tempo siano gli unici strumenti validi per costruire una community solida. L'errore comune più grande oggi? Delegare all'esterno la narrazione del proprio lavoro, il professionista deve riappropriarsi della propria storia, esserne protagonista. “Io sono andata a Copenhagen per imparare a fare il pane e a New York per capire il business. In America la maggior parte dei ristoranti fa capo a grandi fondi d'investimento, dove le logiche di food cost sono completamente diverse. Ma cosa ho imparato davvero? Che ognuno deve fare il proprio mestiere, io facevo la cuoca, timbravo il cartellino, entravo, facevo il servizio e stop. Il vostro lavoro deve essere fare la miglior pizza possibile e offrire il miglior servizio possibile. Poi dovete trovare una persona nel vostro team, o occuparvene voi, ma serve qualcuno che sappia raccontarvi. Voi non siete solo pizzaioli, siete imprenditori; e un vero imprenditore sa trovare persone più brave di se a fare ciò che lui non può seguire direttamente. La comunicazione è fondamentale, l’obiettivo dev’essere raccontare in modo semplice”.

 

L'intervista ad Aurora Cavallo

 


Cosa ti ha spinto ad accettare l'invito a PizzaUp?
Per me è un onore essere qui, qualche anno fa, quello che facevo era visto in maniera molto diversa. Mi è capitato di ricevere risposte estremamente sminuenti rispetto al mio lavoro, come se fosse qualcosa di poco valore o addirittura denigratorio nei confronti della categoria professionale. Oggi, succede esattamente il contrario. Non ne ho mai fatto una questione personale, so quel che faccio e lo sanno anche le persone che mi conoscono. Quando qualcuno critica i miei contenuti, cerco sempre di spiegare che non bisogna giudicare il mio lavoro professionale soltanto sulla base di ciò che pubblico sui social. Io realizzo contenuti per la signora Giovanna che vuole imparare a preparare una focaccia, una pasta o una lasagna. Quando cucino altrove faccio una cucina completamente diversa, perché mi rivolgo a un altro pubblico. Potrei mostrare preparazioni molto più elaborate e tecniche professionali, ma non avrebbe senso rispetto alle persone a cui mi rivolgo. Il punto non è tanto che cosa comunichi, ma a chi lo comunichi. È in base al pubblico che devi scegliere il contenuto e il linguaggio più adatto. E questo vale anche quando si tratta di spiegare concetti tecnici. Per esempio, raccontare in maniera semplice che cosa accade quando l'acqua entra in contatto con la farina, come interagiscono le proteine o come si attivano gli enzimi non è affatto facile. Saper semplificare la complessità è un lavoro molto difficile. Ed è proprio questo che significa comunicare.


Qual è il tuo punto di vista sull'utilizzo dei social network e dell'intelligenza artificiale?
Non sono contraria ai social network, anzi. Credo però che, come per tutte le cose, sia importante imparare a utilizzarli e adattarli alle proprie esigenze. Oggi si tende spesso a raccontare soprattutto gli aspetti negativi dei social, dimenticando che, se utilizzati in maniera consapevole, possono diventare strumenti molto preziosi e creare opportunità importanti. Il problema, secondo me, è anche generazionale. La mia generazione è cresciuta immersa nella tecnologia, praticamente con il cellulare in mano e ha quindi sviluppato una familiarità naturale con questi strumenti. Le generazioni precedenti, non sempre hanno gli stessi strumenti per comprendere le potenzialità e i limiti delle nuove tecnologie, ciò può portare a utilizzarle in maniera indiscriminata, anche in situazioni in cui non ce ne sarebbe bisogno. L'intelligienza artificiale non è necessariamente sempre una buona idea.


Cosa succede quando l'AI viene utilizzata nel mondo del food?
Un utilizzo eccessivo nella comunicazione rischia di creare distanza con il consumatore, se hai un'attività artigianale e vuoi raccontare l'autenticità di ciò che fai ma utilizzi contenuti generati artificialmente, rischi di trasmettere un messaggio diametralmente opposto. Oggi si parla moltissimo della rivoluzione dell'intelligenza artificiale, ma credo che qualcosa di simile sia già accaduto con l'arrivo di Internet. Anche allora si parlava di una tecnologia destinata a cambiare il mondo, accompagnata da grandi aspettative e timori. Non voglio banalizzare un tema così complesso, che coinvolge anche questioni sociali e antropologiche, ma credo sia importante distinguere questi grandi dibattiti dall'utilizzo concreto che facciamo dell'AI nella vita quotidiana e nelle nostre attività professionali. Da questo punto di vista, penso che possa essere uno strumento utile, può aiutare a organizzare un'azienda, semplificare i processi e migliorare la gestione del lavoro. In questi ambiti, ben venga il suo utilizzo. Ma se si tratta di raccontare il cibo, soprattutto quello artigianale, l'intelligenza artificiale dovrebbe rimanerne fuori. Se vuoi valorizzare qualcosa che nasce dalle mani, dalle competenze e dalla sensibilità di una persona, non puoi affidare quel racconto a uno strumento artificiale. Rischieresti di perdere proprio quell'autenticità che dovrebbe rappresentare il valore più importante della tua attività. Io stessa utilizzo ChatGPT e altri strumenti affini per attività legate alla grafica e alla creazione di contenuti. Ma c'è una differenza fondamentale tra utilizzarla come strumento di supporto e chiederle di creare qualcosa al posto nostro. Non le chiederei mai di inventare i miei prodotti, la mia identità o il contenuto che voglio comunicare. L'intelligenza artificiale può aiutarti a sviluppare e valorizzare un'idea, ma non dovrebbe sostituirsi alla creatività e all'autenticità di chi quell'idea l'ha avuta, mai.


La tua pizza preferita?
Mi piace tantissimo la pizza al padellino, riguardo ai gusti sono per le cose molto semplici, una margherita, oppure tonno e cipolla, e deve essere sempre rossa. Credo che per noi italiani abbia un valore particolare che spesso diamo per scontato. È anche una questione storica e culturale, pensiamo, ad esempio, alla cucina francese, che nasce come alta cucina nelle corti e che, dopo la Rivoluzione, si diffonde attraverso i ristoranti aperti dai cuochi che prima lavoravano per l'aristocrazia. In Italia il percorso è stato diverso: la nostra cucina ha una tradizione molto più domestica e popolare, mentre il riconoscimento dell'alta cucina è arrivato molto più tardi, anche attraverso figure come Gualtiero Marchesi. Ed è proprio questo che amo della pizza, il suo essere un cibo profondamente casalingo. Per me una delle cose più belle è l'idea di prepararla a casa. Dal punto di vista pratico non ne vale così tanto la pena, perché tra impasto, ingredienti e preparazione spesso è più semplice andare in pizzeria, ma il valore sta nel gesto, nel momento che si crea attorno alla pizza.


La pizza è condivisione innanzitutto.
Ricordo mio papà che la preparava la domenica sera. Lavorava tanto, era sempre fuori casa e aveva pochissime ore libere durante la settimana, ma la domenica faceva la pizza. Usava un cubetto intero di lievito, una quantità che oggi farebbe inorridire molti professionisti, ma per me quella rimane la pizza più buona del mondo. Credo che sia proprio questo a renderla così speciale. Non è soltanto un cibo, ma un rituale familiare, un ricordo, un momento di condivisione. Qualcosa che appartiene a tutti, anche a chi non sa cucinare.

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Nel corso della tre giorni abbiamo chiesto a Piero Gabrieli – Direttore Marketing di Petra Molino Quaglia e Ideatore di PizzaUp (insieme a Chiara Quaglia - a sua volta Amministratrice Delegata dell’azienda), come nasce la loro visione e cosa offre di diverso ogni anno il simposio. Ecco cosa ci ha raccontato.


PizzaUp è arrivato alla sua ventunesima edizione, qual è l'obiettivo del format e cosa cambia ogni anno?
Cambia che cresciamo tutti, noi, i pizzaioli, gli stessi relatori. Molti professionisti che accettano il nostro invito arrivano immaginando un evento incentrato prevalentemente sulla gastronomia. Ci sono sempre stati momenti tecnici, dedicati agli impasti, alle ricette e alla sperimentazione, ma non sono mai stati il cuore dell'evento. Per questo tipo di formazione abbiamo già una scuola e dei corsi specifici. In realtà, fin dalla prima edizione, PizzaUp ha avuto un obiettivo diverso: stimolare i professionisti del settore, spesso impegnati nella gestione quotidiana di piccole imprese, a guardare oltre il quotidiano, oltre il presente. Vogliamo offrire loro l'occasione di fermarsi, riflettere su ciò che potrebbe accadere in futuro, per comprendere come far evolvere il proprio lavoro ancor prima che i cambiamenti si manifestino. Questo è stato il tratto distintivo dell'evento fin dalla sua prima edizione, aprire nuove prospettive, far usare il pensiero oltre alle mani, incoraggiare i pizzaioli a immaginare scenari diversi, anche quando possono sembrare lontani dalla realtà. Nel tempo ci siamo resi conto che questo approccio produce risultati concreti. Abbiamo sempre cercato di guardare avanti, talvolta anche con un pizzico di fantasia. Negli ultimi anni, però, la realtà ha quasi superato l'immaginazione, perché l'accelerazione delle innovazioni è talmente forte che diventa difficile persino prevedere come cambierà il nostro lavoro.


Ripercorrendo la vostra storia, colpisce la volontà di valorizzare un'eredità familiare importante. Da dove nasce questa visione e qual è stato il primo passo per realizzarla?
Tutto nasce dal desiderio di affermare che anche dietro una farina ci sono ricerca, competenze tecniche, sensibilità ed emozioni, esattamente come in qualsiasi altro settore d'impresa. Storicamente la farina è stata considerata una commodity, un ingrediente senz’anima, spesso percepito come un prodotto privo di una propria identità, una materia prima che viene commercializzata e utilizzata da pizzaioli e pasticceri, ma il cui valore raramente viene raccontato. Soprattutto vent'anni fa, quando abbiamo iniziato questo percorso, la farina era vista semplicemente come la base necessaria per preparare una pizza o un dolce, senza riconoscerne pienamente il contributo dal punto di vista nutrizionale e del gusto. Il suo ruolo veniva quasi nascosto dagli altri ingredienti, considerati più nobili. Ancora oggi, quando si racconta una pizza, si parla dell'origine del pomodoro, della mozzarella e degli altri ingredienti, ma quasi nessuno spiega perché sia stata scelta una determinata farina. Quando io e mia moglie ci siamo conosciuti, abbiamo iniziato a riflettere proprio su questo aspetto. L'azienda apparteneva alla sua famiglia e io mi sono inserito in una realtà già consolidata, che funzionava bene e aveva clienti soddisfatti. La farina, essendo un prodotto di base, non aveva neppure bisogno di grandi investimenti pubblicitari per essere venduta. Ci siamo però posti una domanda: perché non dedicare parte delle nostre energie, anziché alla semplice vendita del prodotto, a informare le persone e a lanciare dei messaggi culturali? Abbiamo deciso quindi di cambiare prospettiva. Invece di limitarci a proporre le nostre farine, volevamo suscitare curiosità, creare occasioni di approfondimento e fare in modo che fossero le persone a cercarci, perché interessate a ciò che avevamo da raccontare. Da questa visione sono nati la nostra scuola, PizzaUp e successivamente un progetto analogo dedicato al mondo della pasticceria. L'idea di fondo era semplice: contribuire a diffondere una cultura attorno a quel prodotto, valorizzando il lavoro, la ricerca e le conoscenze che ci sono dietro. Abbiamo creato un team che per il 60% si occupa di contenuti e di far crescere una cultura della comunicazione. Per noi è un patrimonio, abbiamo dato al lavoro un’impronta personale in perfetto equilibrio tra vita privata e lavorativa e le persone apprezzano. 

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Piero Gabrieli Ph Claudio Recchia
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