Ho lasciato ogni posto, il fumetto sugli anni berlinesi di David Bowie
LifestyleLa fuga da Los Angeles, la creazione di Low, Heroes e Lodger, le ossessioni e le manie. L'era post Ziggy Stardust raccontata nel volume di Lorenzo Coltellacci e Mattia Tassaro
Raccontare un artista più grande della vita, come direbbero gli americani, non è impresa semplice. E la storia del cinema, per esempio, è piena zeppa di biopic poco riusciti. Così, forse, l’idea migliore per farlo è quella di zoomare su un momento specifico di una vita e una carriera, di lasciare da parte ogni velleità enciclopedica, di concentrarsi sui piccoli episodi senza nemmeno troppo preoccuparsi di metterli in fila uno dietro l’altro. È questa la strada scelta da Lorenzo Coltellacci in Ho lasciato ogni posto. David Bowie a Berlino in tre atti, fumetto pubblicato da Feltrinelli Comics (128 pagine, 20 euro) che rinnova per la terza volta la collaborazione in ambito musicale con il disegnatore Mattia Tassaro, dopo È mia la colpa e Morire non importa, dedicati rispettivamente ai Joy Division e a The Cure.
La Berlino di Bowie
Ho lasciato ogni posto racconta, appunto, un momento specifico della immensa carriera di David Robert Jones, i suoi tre anni berlinesi, tra i più prolifici e interessanti della sua vita. Bowie arriva a Berlino nel 1977, spremuto dalla frenesia di Los Angeles e da un’America che aveva iniziato a inghiottirlo, desideroso di un po’ di pace, di poter tornare a uscire di casa senza essere assalito dai fan, di dedicarsi a nuova musica, di trovare nuove ispirazioni e provare nuove sperimentazioni sonore. Ci riesce sfornando tre album destinati a lasciare il segno Low, Heroes, Lodger. E lo fa attraversando una fase di vita decisamente complessa, tra dipendenze e problemi personali, relazioni che si sfaldano e collaborazioni bruciate.
Un racconto che procede a strappi
Coltellacci racconta tutto questo senza alcuna ambizione di voler dare al suo fumetto un aspetto enciclopedico. Procede con una narrazione episodica e a strappi, che intreccia piccoli momenti di quotidianità alla genesi di brani rimasti iconici. Il processo creativo di Bowie non viene analizzato in maniera meticolosa, la musica è presente come una colonna sonora, non c’è l’intenzione di scomporla ed esaminarla. Il tecnicismo lascia spazio alla suggestione, al ricordo, all’emozione che quei brani hanno suscitato in chi li ha ascoltati, alla nostalgia di un grande artista scomparso troppo presto. Intorno a Bowie fanno la loro comparsa personaggi come Iggy Pop e Brian Eno, la moglie Angela e il figlio Zowie, l’assistente Corinne “Coco” Schwab e la ballerina e amante Romy Haag.
I disegni e i colori
I disegni di Mattia Tassaro rifuggono qualsiasi tentazione di realismo, giocando piuttosto su uno stile cartoonesco e caricaturale, che accentua le caratteristiche dei volti, spingendo sugli spigoli così come sulle rotondità. La composizione della pagina è tutt’altro che scolastica, con una gabbia che spesso e volentieri viene rotta da spettacolari splash e doppie che seguono un andamento sinuoso e a tratti caotico, capace di restituire il disordine e il movimento estremo della vita del protagonista e della sua arte. Le scelte cromatiche appaiono particolarmente interessanti, con i colori riservati esclusivamente alla parte iniziale, ancora ambientata a Los Angeles, per poi virare su grigi e monocromie capaci di rendere l’atmosfera di una Berlino divisa in due dal Muro, viva ma allo stesso tempo sofferente e piena di contraddizioni.
Un uomo e le sue contraddizioni
A emergere, in Ho lasciato ogni posto è tutta l’ossessione di David Bowie, tutta la sua passione, la sua sofferenze, le sue contraddizioni di essere umano, persino la sua ambigua e controversa fascinazione per le vestigia della Germania nazista. Non l’agiografia di un mito incrollabile ma il ritratto impressionistico di un uomo dal talento straordinario, un innovatore irrequieto, costantemente in lotta con se stesso e i propri fantasmi.