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Blocco licenziamenti, Inps: salvati 330mila posti di lavoro

Economia

Simone Spina

L’Istituto di Previdenza ha distribuito oltre 44 miliardi a più di 15 milioni di italiani per arginare gli effetti della pandemia. Ma, nonostante gli aiuti, l’occupazione è scesa e i redditi sono diminuiti

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La pandemia ha dato una dura batosta al lavoro nel nostro Paese. Ma le cose sarebbero andate molto peggio senza il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione. E’ questo il senso delle parole di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, che nell’illustrare la Relazione Annuale appare ottimista ma avverte: “Oggi i segnali di ripresa sono incoraggianti, robusti, sta a noi trasformarli in elementi strutturali di crescita e di vero rilancio”.

Il divieto di lasciare a casa i dipendenti, finito per le grandi imprese il primo luglio, in un anno ha salvato circa 330mila posti, di cui due terzi nelle piccole aziende. L’occupazione si è tuttavia ridotta (-2,8%) e a pagarne il prezzo sono stati soprattutto i precari, le donne e gli autonomi. Le nuove assunzioni sono scese di quasi un terzo rispetto al 2019. E chi ha mantenuto l’impiego ha visto calare le proprie entrate – circa mille euro in meno, in media – a causa della riduzione dei giorni di lavoro.

La Cassa Integrazione ha sostenuto i redditi con un boom mai visto: ha riguardato 6,7 milioni di lavoratori ed è costata 18,7 miliardi di soldi pubblici; nel 2019 – prima del Covid – si era speso meno di un miliardo e mezzo.

Questi non sono stati gli unici aiuti erogati dall’Istituto di previdenza: si superano infatti i 44 miliardi, e i 18 milioni di italiani beneficiari, se consideriamo tutte le altre misure, dal reddito di cittadinanza a quello d’emergenza, passando per i congedi per i figli e gli altri bonus.  

Un impegno gigantesco per l’Inps, ma Tridico ritiene che nel corso di quest’anno la ripresa economica permetterà di superare gli effetti finanziari negativi. Un capitolo caldo quello dei conti dell’Istituto che tocca il tema pensioni: Quota 100 finirà a dicembre e in ballo ci sono diverse proposte di anticipo.

L’ipotesi più costosa, stima l’Inps, è quella con 41 anni di contributi a prescindere dai requisiti anagrafici. Servirebbero 4,3 miliardi nel 2022, arrivando a 9,2 miliardi a fine decennio, pari allo 0,4% del prodotto interno lordo.

La seconda proposta è quella dei 64 anni di età e 36 di contributi. In questo caso la spesa iniziale sarebbe di 1,2 miliardi, con un picco nel 2027 di 4,7 miliardi. Scrive l’Inps che questa formula sarebbe “più equa in termini intergenerazionali, con risparmi già poco prima del 2035 per effetto della minor quota di pensione dovuta all’anticipo, ma soprattutto per i risparmi generati dal calcolo contributivo”.

Infine, il meccanismo che consentirebbe di andare in pensione a 63 anni con la sola quota contributiva, rimanendo ferma a 67 anni quella retributiva. I costi partirebbero da meno di 500 milioni nel 2022 e si raggiungerebbe il massimo costo nel 2029 con 2,4 miliardi di euro.