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La stretta Usa sul greggio di Teheran: e l'Italia?

1' di lettura

Finanza & Dintorni

Quali conseguenze avrà sul nostro paese la stretta sul greggio di Teheran da parte degli USA? E' una partita che si gioca su più fronti. Per tutti. 

Quali conseguenze avrà sul nostro Paese la stretta sul greggio di Teheran da parte degli Usa?

Il diktat di Washington è chiaro: tutti i paesi compratori di petrolio dall'Iran dovranno smettere di farlo a partire dagli inizi di maggio. Pena, l'introduzione di sanzioni.

Tra gli otto paesi che finora potevano ancora importare greggio da Teheran c'era anche l'Italia. Che però, stando ad alcune fonti del Dipartimento di Stato Americano,  con la Grecia e Taiwan  ha ridotto drasticamente le importazioni di petrolio da oltre sei mesi, azzerandole praticamente da inizio anno. La stessa Eni spiega in una nota di non essere presente in Iran e non avere effettuato importazioni di greggio durante il periodo oggetto dell'esenzione. 

C'è però un effetto sul prezzo del greggio, già cresciuto del 44% da inizio anno e che si trova sui massimi da sei mesi proprio per il timore che il giro di vite americano riduca di molto l'offerta. Del resto l'Iran prima dell'embargo Usa era il 4° per importanza nell'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio  la cosiddetta OPEC  con una produzione di oltre 3 milioni di barili al giorno. La situazione è cambiata però e lo si vede dai dati di aprile sulle esportazioni, crollate sotto il milione di barili al giorno (fonte: Refinitiv). 

E mentre Quotidiano Energia sottolinea come prosegua il ritocco al rialzo dei prezzi dei carburanti, il timore è che a cascata il rialzo delle quotazioni del greggio abbia un impatto sui consumatori. 

In un paese come l'Italia dove l'85% dei trasporti commerciali avviene su strada un eventuale aumento dei prezzi del carburante ha un effetto valanga sulla spesa con in primis un aumento dei costi di trasporto e di produzione che incide su tutti i settori anche quello agroalimentare: un pasto secondo Coldiretti percorre in media quasi 2mila chilometri prima di giungere sulle tavole. 

Vale la pena ricordare che, petrolio a parte,  la decisione di Trump si inserisce in un contesto che rende sempre più difficile operare nel paese. Negli ultimi tre anni sono 30 i miliardi di accordi  siglati da aziende italiane e iraniane. Dal gruppo Danieli e Ferrovie dello Stato alle nostre piccole e medie imprese, che hanno visto nell'Iran un'opportunità. L'Italia era diventata il primo partner commerciale di Teheran in Europa e, quanto ad esportazioni, è seconda solo alla Germania. Ma ora è tutto bloccato. Le società italiane non vorranno certo correre il rischio di essere inserite in una lista nera americana a causa delle loro relazioni con l'Iran. O no?

 

 

 

 

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