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Pompei, che cos’è la Schola Armaturarum

(Ansa)
3' di lettura

Nota come la Casa dei Gladiatori, la struttura era un edificio militare in cui i giovani venivano addestrati e le armi venivano costruite. Crollata il 6 novembre 2010, è stata riaperta al pubblico nel gennaio 2019

È conosciuta dai turisti come la Casa dei Gladiatori, ma il suo nome classico è Schola Armaturarum Juventis Pompeiani. L’edificio che fa parte del complesso archeologico di Pompei è crollato il 6 novembre del 2010 e, dopo oltre otto anni, ha riaperto al pubblico il 3 gennaio 2019 (le foto). La Schola sorge sulla strada principale della città, la via dell'Abbondanza, quella che viene maggiormente percorsa dai turisti in direzione Porta Anfiteatro. Prima del crollo, la dimora non era visitabile, ma l'esterno, con le pitture di trofei e armi, richiamava l'attenzione dei visitatori.

Edificio militare e deposito di armi

Costruita negli ultimi anni di vita della città distrutta dal Vesuvio, la Schola era un edificio che fungeva da luogo di riunione di un'associazione di stampo militare, in cui i giovani venivano addestrati alla lotta e alle arti gladiatorie. Altra funzione era quella di deposito per le armi, come testimoniano le numerose armature rinvenute al suo interno dopo la scoperta. Prima di diventare una struttura militare, la Schola era adibita a casa.

Gli elementi architettonici

Secondo gli studiosi, gli allenamenti si svolgevano nell'ampia sala che sia apriva sulla strada in tutta la sua ampiezza. Calchi di impronte lasciate sulla cenere testimoniano che forse era chiusa da una transenna, mentre una parete mostra ancora gli incassi che contenevano le scaffalature dove venivano riposte le armi, quelle stesse riemerse negli scavi. La struttura presentava inoltre particolari decorazioni in stile militare come rami di palma, vittorie alate e candelabri con aquile: ornamenti però andati distrutti a seguito del crollo del 6 novembre 2010.

Il crollo del 2010

Il crollo del 2010 fu causato dal dissesto idrogeologico: la quantità di pioggia caduta sulla copertura in cemento armato della struttura (realizzata negli anni ’50 dopo che l’edificio venne colpito da un bombardamento alleato nel ’43) costituì un peso eccessivo che provocò il crollo. All’epoca, la vicenda scatenò indignazione internazionale tanto che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la definì una “vergogna per l’Italia” e il governo Berlusconi varò un piano per la messa in sicurezza degli scavi, dando il via al grande progetto per Pompei da oltre 100 milioni. Il processo che seguì, in cui venne imputata Paola Rispoli, responsabile delle verifiche sull'area della città antica dove si verificò il crollo e accusata di scarsa manutenzione, si concluse con un’assoluzione.

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