Secondo quanto ricostruito dalle indagini, nel corso degli anni la donna avrebbe ripetutamente insultato, minacciato e umiliato il marito: tutto ciò avrebbe causato nell'uomo "uno stato di profonda prostrazione psichica e di terrore" tanto da spingerlo a togliersi la vita
La Corte d'Appello di Bari ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per una 31enne egiziana, da tempo residente in Puglia, finita a processo per maltrattamenti aggravati ai danni del marito, con cui abitava in provincia di Bari, che nel 2024 si tolse la vita.
La sentenza
La Corte ha restituito alla donna la potestà genitoriale che era stata sospesa in primo grado. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, nel corso degli anni la donna avrebbe ripetutamente insultato, minacciato e umiliato il marito, chiedendogli denaro, una casa più grande e minacciandolo di non fargli vedere più la figlia, nata nel 2021. Fatti che, secondo quanto ricostruito dalle indagini, avrebbero causato
nell'uomo "uno stato di profonda prostrazione psichica e di terrore di non
poter più vedere la figlia minore", tanto da spingerlo al suicidio, avvenuto il 10 aprile 2024. In primo grado la donna era stata condannata, in abbreviato, a sette anni di reclusione, contro i quattro chiesti dall'accusa. Il gup, in quell'occasione, aveva però escluso l'aggravante della morte come conseguenza dei maltrattamenti. I due si erano conosciuti in Egitto, in un periodo in cui lui era a Sharm el Sheik per lavorare come animatore turistico, e si erano sposati al Cairo nel 2019. I presunti maltrattamenti sarebbero iniziati subito dopo la nascita della figlia: tra
le minacce che la donna gli avrebbe rivolto, anche quella di trasferirsi definitivamente in Egitto e di non tornare più in Italia. Costituiti parte civile nel processo i genitori del 34enne, assistiti dall'avvocato Giovanni Ladisi.