Carcere di Bollate, perché è il più richiesto dai detenuti (e chi non può entrarci)

Cronaca

Introduzione

Anche Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, ha scelto di costituirsi lì: "Mi è stato consigliato, è un buon carcere, probabilmente la scelta migliore", ha detto entrando. La casa di reclusione di Milano-Bollate è considerata l'istituto penitenziario più innovativo d'Italia, un modello di "carcere aperto" che punta sul lavoro e sul reinserimento più che sulla sola custodia. Ma non accetta tutti: l'ingresso è vincolato a requisiti precisi e a una condotta valutata caso per caso. Ecco come funziona, quanti detenuti ospita, chi resta fuori e perché la sua fama attraversa le carceri italiane.

Quello che devi sapere

Perché Bollate è considerato un carcere "modello"

Inaugurato nel dicembre 2000 dall'allora ministro della Giustizia Piero Fassino, l'istituto milanese è uno dei pochissimi esempi italiani di "carcere a celle aperte", una formula più diffusa nei Paesi scandinavi e nel Regno Unito. Fin dall'inizio è stato progettato per tenere insieme le esigenze di sicurezza e la valorizzazione di formazione e lavoro. Il suo approccio è diventato un marchio riconosciuto a livello nazionale, tanto che si parla di "trattamento Bollate": l'idea di fondo è trattare i detenuti come soggetti attivi del proprio percorso rieducativo, e non come destinatari passivi di una pena da subire.

La cella aperta: com'è la giornata di un detenuto

A Bollate le celle restano aperte per almeno dieci ore al giorno: la stanza serve essenzialmente per dormire, mentre nelle altre ore i detenuti possono muoversi liberamente all'interno dei reparti per studiare, lavorare o partecipare alle attività. La struttura è divisa in due zone, una accessibile anche a persone esterne che partecipano ad alcune iniziative e una riservata a detenuti e personale. Alcuni gruppi, che hanno costruito un rapporto di fiducia con la direzione, non sono sottoposti a sorveglianza costante. È questo grado di responsabilizzazione a distinguere Bollate dagli istituti tradizionali.

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Lavoro, studio e attività: cosa si può fare dentro

Il lavoro è il perno del modello. Su circa 1.300 detenuti, diverse centinaia svolgono un'attività retribuita, sia alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria sia per imprese esterne che operano dentro la struttura. Si affiancano corsi di studio, laboratori, un teatro, spazi per lo sport e una biblioteca con sale studio. Ai detenuti viene chiesto di aderire a un vero e proprio "patto trattamentale": in cambio di ampi margini di libertà e opportunità, si impegnano a partecipare attivamente ai percorsi e a rinunciare a ogni forma di discriminazione verso le altre categorie di reclusi.

Recidiva e reinserimento: il dato che misura l'efficacia

L'efficacia del reinserimento si misura soprattutto sulla recidiva, cioè sulla probabilità che chi esce torni a delinquere. Ed è qui che Bollate mostra il suo risultato più citato: secondo la relazione dell'Unione Camere Penali del 2025, su circa 1.288 detenuti ne lavorano 500 e il tasso di recidiva non supera il 18%, contro medie nazionali stimate molto più alte. Uno studio degli economisti Giovanni Mastrobuoni e Daniele Terlizzese ha quantificato l'effetto: sostituire un anno di detenzione ordinaria con un anno a Bollate riduce la probabilità di recidiva di circa 6-10 punti percentuali. Un dato che ha fatto scuola nel dibattito sulle politiche penitenziarie.

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Chi può entrare a Bollate: i requisiti di ammissione

L'accesso non è automatico. È riservato ai detenuti uomini appartenenti al circuito dei "comuni" e richiede una condizione psicofisica compatibile con la partecipazione alle attività lavorative. Un requisito indicato è il fine pena compreso tra i 4 e i 10 anni, sul quale però la direzione mantiene un margine di discrezionalità legato alla storia personale del richiedente. La domanda va inoltrata al Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria di Milano, per chi è detenuto in Lombardia, o al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di Roma per gli altri istituti.

Chi resta fuori: le categorie escluse e il peso della condotta

Sono esclusi in partenza i detenuti del regime del 41 bis, quelli dell'alta sicurezza e i collaboratori di giustizia: Bollate accoglie soltanto il circuito dei comuni. Ma non basta rientrare nella categoria giusta. L'ingresso è subordinato anche a criteri disciplinari legati alla condotta tenuta nell'istituto di provenienza, ed è la valutazione del comportamento a pesare in modo decisivo. Chi non rispetta il patto trattamentale rischia la revoca dei benefici e il ritrasferimento: l'accesso, in altre parole, va guadagnato e mantenuto, e non è mai definitivo.

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I detenuti "vip": i nomi noti passati da Bollate

Negli anni l'istituto ha ospitato diversi detenuti finiti sulle prime pagine. Alberto Stasi, condannato per l'omicidio di Chiara Poggi, vi ha lavorato come operatore di call center; Massimo Bossetti, condannato per l'omicidio di Yara Gambirasio, è stato impiegato nella rigenerazione di macchine da caffè. Tra i reclusi noti anche il boss della "mala" milanese Renato Vallanzasca. Il personale del carcere ha imparato a gestire l'attenzione mediatica che circonda questi ingressi, riportando alla quotidianità detentiva chi arriva con un nome già noto. La regola, per tutti, resta la stessa: il processo appartiene al passato, il lavoro deve guardare al futuro.

Curiosità: dal ristorante all'asilo nido

Dentro Bollate c'è InGalera, ristorante segnalato dalle guide Michelin e Gambero Rosso, dove dal 2015 i detenuti lavorano come camerieri accanto a uno chef e un maître professionisti. Dal 2017 è attivo un asilo nido che accoglie anche i figli delle detenute, oltre a quelli dei dipendenti e delle famiglie del territorio. C'è poi Cascina Bollate, un vivaio in cui detenuti e giardinieri liberi lavorano fianco a fianco, e la redazione di carteBollate, periodico scritto dagli stessi reclusi e registrato in tribunale dal 2005.

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Quanto costa un detenuto: il conto economico del modello

Tenere una persona in carcere costa allo Stato italiano circa 150 euro al giorno, mentre le misure alternative hanno un costo nettamente inferiore. È l'argomento economico a favore del modello Bollate: investire su lavoro e formazione riduce la recidiva e, con essa, i costi indiretti che un nuovo reato comporta, dai processi alle nuove detenzioni fino alle nuove vittime. Per i sostenitori del "trattamento Bollate", il reinserimento non è solo una scelta di civiltà ma anche una spesa che conviene, e per questo andrebbe esteso al resto del sistema penitenziario.

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