Intervistato da Un avvertimento prima di iniziare di Pablo Trincia, l'uomo, oggi 58 anni, ha perso moglie e due figli nell'incidente del 29 giugno 2009. Rimasto ustionato su più del 90% del corpo, Piagentini ha combattuto per 17 anni una battaglia legale per accertare le responsabilità delle ferrovie e degli enti coinvolti
Marco Piagentini porta sulla sua pelle il ricordo di quella notte di 17 anni fa, quando, il 29 giugno 2009 si salvò insieme al figlio Leonardo dalla strage di Viareggio: più del 90 % del suo corpo rimase ustionato. Nel disastro ferroviario, che ha avuto un iter giudiziario lungo 17 anni, Piagentini, però, è diventato anche famigliare delle vittime, tra cui la moglie e i due figli. Pablo Trincia ha incontrato l’uomo, oggi 58 anni, a Un Avvertimento prima di iniziare.
Il disastro di Viareggio
Alle 23.48 del 29 giugno 2009, un treno merci che trasportava 681 mila chilogrammi di GPL sulla tratta Trecate–Gricignano Teverola deragliò nei pressi della stazione di Viareggio. Il gas si diffuse velocissimamente nell'aria e in seguito a una scintilla scoppiò tutto, causando la morte immediata di 30 persone e ferendone altri. Marco si salvò insieme al figlio più piccolo, mentre la moglie Stefania e gli altri due figli, Lorenzo e Luca, di 2 e 4 anni, morirono: intervistato da Pablo Trincia, Piagentini racconta che Stefania arrivò in ospedale cosciente ma “era irriconoscibile”. Solo, con un figlio da crescere, Piagentini ha risposto alla malvagità del destino, concentrandosi sull’educazione di Leonardo, sulle cure e sulle battaglie legali per accertare le responsabilità della strage. In questi 17 anni, ha affrontato circa cinquanta operazioni, ha trascorso un mese e mezzo in coma e sei mesi in ospedale, un percorso di riabilitazione fisica, terapeutica e psicologica. Per non spaventare Leonardo, indossava una maschera protettiva giorno e notte, dicendogli che si stava trasformando in Spider-Man.
Approfondimento
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L’iter giudiziario
Il primo vero contatto tra Piagentini e gli altri famigliari delle vittime avvenne in aula, durante il processo di primo grado. È lì che iniziò ad affiancare Daniela Rombi, presidente dell’associazione Il mondo che vorrei, fondata dai familiari per intraprendere un impegno enorme. Nel tempo, incontrano avvocati, periti, amministratori locali, giornalistie investono oltre 600 mila euro in perizie fondamentali per dimostrare le responsabilità delle ferrovie e degli altri enti coinvolti nel processo. Marco ricorda bene la sproporzione di potere tra le parti: loro potevano contare su avvocati locali e periti “piccoli”, mentre le ferrovie schieravano i migliori professori del Politecnico, capaci di realizzare modellini e plastici per ricostruire la vicenda in modo da evitare l’attribuzione delle responsabilità ai propri assistiti.
Dopo 17 anni, l'iter giudiziario si è concluso con le condanne definitive: i giudici della quarta sezione penale della Cassazione hanno confermato le condanne di 5 anni per l'ex ad di Fs e Rfi Mauro Moretti e per gli altri 10 imputati. Le condanne, per Piagentini e i famigliari delle vittime, non sono mai state il vero obiettivo: non restituiscono i parenti ma ciò che conta davvero è l’accertamento delle responsabilità.