Bulli contro bulli, ma alle istituzioni chiediamo competenza e misura

Cronaca
Domenico Barrilà

Domenico Barrilà

©IPA/Fotogramma

I rimedi al fenomeno del bullismo, evocati in queste ore dal ministro che si dovrebbe occupare di scuola, raccontano una visione pedagogica datata, emotiva, povera. Si sostiene che i bulli andrebbero rieducati attraverso il lavoro e l’umiliazione, ritenuti metodi pedagogici idonei

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Se vogliamo fare di un bambino, di un ragazzo, una persona responsabile, temo ci sia bisogno di altro. Innanzi tutto, di adulti che abbiano idea di com’è fatta una creatura, perché fuori da tale premessa si tira a indovinare, spesso dicendo o facendo cose sbagliate e il termine bullismo sembra fatto apposta per trarre in inganno. Entrato nel nostro lessico da meno di trent’anni, si è collocato ai primi posti nella lista di quelle che definirei “parole-esorcismo”, espressioni che si affermano per la facilità con cui paiono fotografare uno stato, trasformandolo, purtroppo, in un destino, in un marchio alla moda, senza però sfiorarne il senso, perché non basta dare un nome alle cose per coglierle o, addirittura, per aggiustarle. Per evitare tale strettoia, che somiglia a una sentenza, sarebbe innanzi tutto necessario che chi pretende di parlare di minori da postazioni impegnative, istituzionali, mostrasse sovrabbondanza di competenza e di senso della misura. In secondo luogo, dovrebbe sapere che i giovani non sono una categoria sociologica, omogenea, e ancora meno lo sono i cosiddetti bulli.

Dunque, non si possono educare “a grappolo”, ma vanno considerati uno alla volta, anche quando condividono gli stessi banchi, la stessa classe. A ciò bisognerebbe preparare gli insegnanti, invece di avventurarsi fuori dal seminato, perché proprio questa è la meraviglia della persona umana, la sua singolarità. Per averne contezza basterebbe dare un’occhiata alle ricerche di Gerard Edelman, che per i suoi studi sul cervello è stato insignito per ben due volte del premio Nobel. Lo scienziato americano, scomparso da otto anni, ricorda che le connessioni possibili tra i nostri neuroni, sono pari la numero uno seguito da 36 mila zeri, più numerose degli atomi presenti nell’universo. Ora, dal momento che ogni cervello ne attiva solo una minuscola parte, ed è impossibile che tutti i cervelli scelgano le stesse, significa che non esistono due persone uguali né mai esisteranno. Se parliamo di bambini e di ragazzi, miti o violenti che siano, da qui occorre partire. Un educatore degno di questo nome cercherà di assecondare tale unicità, mentre uno sbrigativo la troverà fastidiosa, molesta. Non è un caso se chi appartiene al filone “sbrigativo” cada in avvilenti scivoloni quando si parla di variabilità umana, a cominciare da quella sessuale. Tuttavia, l’unicità dell’individuo non dipende solo dai neuroni, sarà molto importante la stimolazione ambientale e il modo soggettivo in cui egli la elaborerà.

Questo è l’essere umano, la meraviglia che viene affidata a chi educa, sia a casa, sia a scuola, sia quando assume delicati compiti istituzionali, e vale anche quando il bambino oppure il ragazzo manifestano comportamenti violenti, perché noi non possiamo scegliere chi educare, dobbiamo farlo sempre e quando non siamo capaci dobbiamo avere il buon senso di dedicarsi ad altro. Occorre ammettere senza reticente che l’ambiente in cui sono immersi la gioventù e la scuola è esso stesso violento. Lo è la società, lo è il linguaggio, lo è la politica, ne abbiamo le prove tutti i giorni. Nessuno è innocente, nemmeno i ragazzi e la scuola, ma intestare loro la titolarità esclusiva del fenomeno etichettato come bullismo è un abbaglio, figlio di ignoranza e ipocrisia, ma soprattutto di derive culturali che negano la ricchezza che arriva dai minori, tutti i giorni, impedendo alla società di implodere. La scuola è la prima vera stazione di controllo delle attitudini sociali del bambino, chi ne è responsabile dovrebbe provare a trasformarla in una centrale di prevenzione di tutti i disagi, anche quello che si esprime in forme violente, ma forse è troppo complicato perché richiede genio, proposte, tenacia, continuità, mai liste di proscrizione o proposte pedagogiche che chissà da quali luoghi dello spirito arrivano. La scuola non è un posto qualunque, le strutture fondamentali della personalità si organizzano nelle sue aule, entro la fine delle elementari, e poi si consolidano negli altri livelli, lasciare soli gli insegnanti che si occupano prima di bambini e poi di ragazzi, invece di sostenerli con progetti sistematici e costanti, è un grave peccato di omissione. Ma ancora prima della scuola c’è la famiglia, alla quale non si può chiedere solo di fare più figli in cambio di mancette, lasciandola in balia di interlocuzioni ogni giorno più impegnative, a cominciare da quelle tecnologiche.

Nella primavera del 2019, in una cittadina del sud, alcuni ragazzini si sono accaniti contro un uomo solo, seviziandolo fino a ucciderlo. Nei giorni appena successivi a quei tragici eventi, la mamma di uno degli aggressori aveva detto che in quel luogo ci sono solo bar e nessuno di occupa dei ragazzi. Interi spaccati sociologici in abbandono, che aspettano risposte, non esibizioni muscolari. Noi adulti non possiamo sapere esattamente cosa succede nella testa di una ragazza o di un ragazzo quando percepiscono o credono di percepire, che non troveranno il posto che sperano di occupare tra i loro simili, quando temono che la partita per loro sia finita ancora prima di cominciare. Possiamo intuire che la rabbia e l’angoscia si possano impossessare di loro, nello stesso tempo possiamo immaginare che non avranno voglia di rendere il mondo migliore. Coloro che si sentono tagliati fuori non sono nemici, ma un compito per uno Stato che chiede rispetto. Chi vuole occuparsi di bambini e ragazzi, istituzioni incluse, non può decidere né l’avversario e neppure l’arma, deve accontentarsi del privilegio dell’ascolto, e da quello partire per cercare di immaginare soluzioni, assumendosi delle responsabilità, prima di invocarle dai cittadini, a cominciare da quelli difficili. Nel corso di una delle tante angherie subite a scuola, alcuni compagni prepotenti gli infilarono la testa nel water. Insieme ai genitori, il ragazzo si rivolse al coordinatore di classe, che si cavò d’impaccio rispondendo: “Ma signori era una turca, non un water, a scuola abbiamo solo turche!”. Come se il problema fosse la forma del cesso e non l’azione violenta. Una scuola consapevole del proprio ruolo non può balbettare risposte di questo genere, perché così affossa bulli e bullizzati, appesantendo la comunità questioni irrisolte. Il compito della politica comincia proprio dal punto in cui si è smarrita la grammatica elementare dell’educazione. Sempre che ne abbia le capacità. Il resto non serve a nessuno.

 

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia). 

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/

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