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Foibe, il "Giorno del ricordo": manifestazioni in tutta Italia

4' di lettura

Istituito nel 2004, ha l'obiettivo di tenere viva la memoria delle vittime nel secondo dopoguerra sul confine orientale, e dell'esodo degli istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre in seguito all'avanzata dell'esercito di Tito

"La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale 'Giorno del ricordo' al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale". Con queste parole la legge 92 del 30 marzo 2004 istituisce il ricordo di uno degli avvenimenti più dolorosi, e spesso divisivi, della storia italiana. Per l'occasione, come previsto dal comma 1, sono state organizzate una serie di "iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado", oltre ad una serie di commemorazioni a cui prenderanno parte le più alte cariche dello Stato.

Le due ondate

Dopo la sconfitta dell'Italia nella seconda guerra mondiale, Istria, Fiume e Zara, allora territorio italiano, vengono cedute alla Jugoslavia. Il passaggio comporta una serie lunghissima di violenze perpetrate dai partigiani comunisti guidati da Josip Broz, conosciuto come 'Tito', nei confronti di tutti coloro che considerano nemici della costituzione di una federazione comunista jugoslava sotto la leadership di gruppi dirigenti di origine serba. Per quanto riguarda gli ex territori italiani, la "pianificata volontà di epurazione su base etnica e nazionalistica", come l'ha definita nel 2018 il presidente delle Repubblica Sergio Mattarella, si svolge in due distinte ondate. La prima, nell'autunno del 1943, interessa principalmente l'Istria, dove accanto a squadristi e gerarchi fascisti vengono prelevati i possidenti e chiunque potesse far ricordare l’amministrazione italiana, che nei decenni precedenti aveva creato non pochi problemi. Questi territori, infatti, erano stati teatro di una politica di italianizzazione forzata per mano del regime fascista. La seconda ondata di violenze, invece, ha inizio nel maggio 1945 con l'arrivo delle truppe jugoslave in Venezia Giulia. In questo caso le rappresaglie colpiscono soprattutto i soldati della neonata Repubblica Sociale ma anche tutti coloro che vengono accusati di collaborazionismo con i regimi nazifascisti, e alcuni partigiani italiani, rei di non accettare l'egemonia jugoslava.

Le foibe

Le proporzioni esatte della tragedia, ancora oggi, non hanno confini certi ma si stima che nel periodo tra il 1943 e il 1947 gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case siano stati almeno 250mila con circa 20mila vittime. Diverse migliaia tra queste, tra le 4mila e le 6mila, hanno perso la vita all’interno delle foibe: profonde cavità naturali tipiche delle aree carsiche, dove venivano abbandonati i corpi dei giustiziati. Alcune delle più tristemente famose sono quelle di Vines, in Istria, nelle quali vennero recuperati, nel 1943, 84 corpi, e il pozzo di Basovizza, nei pressi di Trieste. Secondo le ricostruzioni, i condannati venivano legati l'uno all'altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi e disposti lungo gli argini delle foibe. A quel punto i membri delle milizie titine erano soliti sparare solo ad alcuni di loro, che una volta colpiti cadevano nelle grotte portandosi dietro l'intera fila. In molti sono morti, tra crudeli sofferenze, dopo giorni ammassati sui cadaveri degli altri condannati.

"Non dimenticare diventa un imperativo"

Per ricordare questi terribili avvenimenti, il 10 febbraio verranno organizzati incontri e commemorazioni in tutta Italia. Al Sacrario di Basovizza, ad esempio, alla presenza del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, si terrà una cerimonia solenne. Presentando l'evento, l'assessore comunale all'educazione, Angela Brandi ha voluto ricordare che: "La foiba di Basovizza è diventata luogo simbolo come d'altronde la città di Trieste, città martire delle vicende del confine orientale". Una memoria che, secondo Brandi, è giusto preservare: "Negli ultimi giorni abbiamo sentito polemiche da parte di sedicenti storici che hanno espresso tesi negazioniste. Anche per questa ragione è giusto continuare a ricordare e trasmettere ai giovani il senso di quello che è stata la tragedia". Posizione condivisa anche dal presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che lo scorso 7 febbraio ha dichiarato: "Non dimenticare diventa un imperativo che supera i confini materiali e ci supporta nella costruzione di un Paese sempre più liberale e democratico, di un'Europa sempre più solidale e pacificata, di un mondo sempre più dialogante e multilaterale".

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