Totò Riina, il boss di Cosa nostra stava scontando 26 ergastoli

Cronaca

Il “capo dei capi” si è spento nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Malato da anni e operato due volte nelle scorse settimane, dopo l'ultimo intervento era entrato in coma

Alla moglie, qualche tempo fa, ha detto: “Io sono Salvatore Riina e resterò nella storia”. Alle 3.37 del 17 novembre  2017 si è spento nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma il boss Salvatore Riina. Detto “Totò u Curtu”, per la sua altezza di 1 metro e 58, o la “belva”, per la sua crudeltà, o il “capo dei capi”, per il suo potere nella mafia. Aveva compiuto 87 anni il giorno prima. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l'ultimo intervento era entrato in coma. Stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi. E, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, per gli inquirenti era ancora il capo di Cosa nostra.

In carcere per la prima volta a 18 anni

Riina è nato a Corleone il 16 novembre del 1930 da un famiglia di contadini. Ha perso presto il padre e il fratello, morti mentre cercavano di estrarre della polvere da sparo da una bomba inesplosa. È Luciano Leggio, suo compaesano che per un errore di trascrizione di un brigadiere è passato alla storia come Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. Prima di quell’incontro Riina aveva alle spalle solo qualche furto, poca roba. Poi il “battesimo” criminale e un'accusa grave: l'omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a 12 anni. Così Riina, poco dopo aver compiuto 18 anni, finisce in carcere per la prima volta.

L’inizio della latitanza

“Totò u curtu” esce dall'Ucciardone nel 1956, a pena scontata solo in parte, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio, che dietro di sé lascia una lunga scia di sangue. La lotta per il potere di “Lucianeddu” e dei suoi comincia nel 1958 con l'eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone. Leggio ne azzera il clan e ne prende il posto. Riina diventa il suo vice. Nella banda c'è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all'Ucciardone e ne esce, dopo un'assoluzione per insufficienza di prove, nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l'Isola, scegliendo una latitanza durata oltre 20 anni.

La scalata a Cosa nostra

Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d'onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L'ascesa in Cosa nostra, ottenuta col sangue e la violenza - sarebbero oltre 100 gli omicidi in cui è coinvolto e 26 gli ergastoli a cui è stato condannato - è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l'ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Leggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Farà poi allontanare quest'ultimo, accusandolo falsamente dell'omicidio di un capomafia nisseno.

Gli anni ‘80

Ma è negli anni ‘80 che il ruolo suo e dei suoi, i “viddani”, i villani di Corleone che hanno sfidato la mafia della città, diventa indiscusso. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche. È la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri.

Il maxiprocesso e la guerra allo Stato

Riina “la belva”, come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all'ergastolo durante il “maxiprocesso”, viene inchiodato dalle rivelazioni del primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Riina si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxiprocesso diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d'onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di resa dei conti: con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti. È la stagione delle stragi, che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d'accordo. Il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia.Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’arresto nel 1993

Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo 24 anni di latitanza. La moglie Ninetta Bagarella, che ha trascorso con lui tutta la vita, torna a Corleone con i quattro figli: Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo. Gli ultimi periodi della latitanza, la famiglia li trascorre in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. I carabinieri ammanettano Riina poco lontano da casa: un arresto su cui restano molti punti oscuri. La versione ufficiale lo vuole “consegnato” da un suo ex fedelissimo, Baldassare Di Maggio, il pentito che poi avrebbe raccontato del bacio tra Riina e Andreotti. Ma sulla cattura del capo dei capi gravano ombre pesanti: a tratteggiarle sono gli stessi magistrati, che dal 2012 lo processano per la cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il boss avrebbe avuto, almeno inizialmente, un ruolo. Sarebbe stato il compaesano, l'amico di una vita, Bernardo Provenzano - più cauto e, dicono i pentiti, contrario all'attacco frontale allo Stato - a venderlo ai carabinieri barattando in cambio l'impunità.

Nessun cedimento

Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione, di cedimento. Nessun passo indietro. Fino alla fine. Tre anni fa, conversando durante l'ora d'aria con un compagno di detenzione, ha continuato a rivendicare le stragi, a minacciare di morte magistrati, a ricordare quando fece fare a Falcone “la fine del tonno”. Al processo trattativa, citato dalla Procura, è rimasto in silenzio. “Io non mi pento, a me non mi piegheranno”, ha detto qualche mese fa parlando con la moglie nel carcere di Parma. “Io non voglio chiedere niente a nessuno – le diceva riferendosi alle istanze che il suo legale avrebbe voluto presentare – mi posso fare anche 3mila anni non 30 anni”. Una conversazione, quella dei due coniugi, che ha confermato ai giudici, chiamati a decidere sulla compatibilità col carcere delle condizioni di salute del boss, che il capo dei capi era ancora vigile e lucido. E consapevole del suo ruolo. Parlando del direttore del carcere – annota il tribunale che ha respinto la richiesta di differimento pena per il padrino – “ha toccato il proprio petto a indicare se stesso e ha sostenuto di essere anche lui un capo”.

Era ancora il capo di Cosa nostra

E che il capo di Cosa nostra fosse ancora lui l'ha scritto, a luglio, anche la Dia nella sua relazione semestrale sulla criminalità organizzata. “Il boss corleonese continuerebbe a essere alla guida di Cosa nostra – si leggeva nel documento –, a conferma dello stato di crisi di un'organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un'ingombrante icona simbolica”. Con la morte di Riina restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui cosiddetti delitti eccellenti, sulle trame che avrebbero visto Cosa nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione.

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