Twin Peaks - La serie evento: la recensione dell'episodio 11

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Dal dramma intimamente personale di Shelly e Bobby, che scopriamo essere il padre di Becky, alle indagini di Gordon e Albert, che scoprono un ulteriore tassello, passando ovviamente per lo sceriffo Truman e Hawk, impegnati a interpretare la mappa del Maggiore Briggs. E poi ovviamente il mitico Dougie/Cooper, che scampa nuovamente, inconsapevolmente, alla morte, che questa volta ha il volto dei fratelli Mitchum. In attesa dei prossimi appuntamenti con la serie - ogni venerdì alle 21.15 per gli episodi doppiati in italiano, e ogni notte tra domenica e lunedì alle 04.00, subito dopo gli episodi della nuova stagione de Il Trono di Spade, per quelli in versione originale sottotitolata -, leggi la recensione dell'undicesimo episodio

 

di Gabriele Acerbo
(@gabace)

 

Bomba. Non c’è parola migliore per definire la parte 11 di Twin Peaks - La serie evento. Dopo la leggendaria n. 8 - che per struttura e stile è quasi un corpo estraneo all’interno della narrazione “lineare” dalle varie trame e sottotrame in cui si articola la serie – e le due interlocutorie parti successive, Lynch e Frost schiacciano il piede sull’acceleratore sia dal punto vista emozionale che sul fronte della progressione della storia. E la bomba scoppia!

 

 

Sono tre i punti forti della parte 11: nella prima parte il misterioso caso Ruth Davenport e le vicende interne della famiglia Briggs (dove si scopre che il padre di Becky alias Amanda Seyfried è Bobby); nella seconda le avventure di Dougie Jones. Il tono tra le due sezioni è completamente diverso: se l’atmosfera della prima è drammatica, bizzarra e horror, con sconfinamenti nel soprannaturale, stilisticamente molto simile a ‘Fuoco cammina con me’, la seconda sezione è decisamente comedy.

 

 

Nel primo tempo assistiamo a immagini di orrore puro: la donna sanguinante che si trascina per terra come fosse uno zombie, la misteriosa ragazzina che urla, rantola e sbava, la testa mozzata a metà del povero Hastings, il ributtante cadavere decapitato di Ruth Davenport, le apparizioni e sparizioni dei barbuti woodsmen. Ma anche a sequenze ad alta intensità drammatica in bilico tra il thriller adrenalinico e il grottesco, come tutto l’incipit, con una Amanda Seyfreid fuori controllo.

 

 

Dopo tutto questo pandemonio ci tranquillizziamo un attimo, diventando spettatori di soap opera, la crisi familiare tra babbo Bobby, mamma Shelly e figlia Becky. Ma appunto, è solo un attimo: complice una sparatoria lungo la strada che costeggia il Double R, tutto si ribalta, e si cade di nuovo nel caos: un clacson che perfora i timpani, personaggi assurdi che urlano, altri che pronunciano frasi senza senso. Una scena simile a un’altra insostenibile di Fuoco cammina con me (l’uomo senza un braccio che insegue in auto Leland Palmer), resa disturbante grazie al lavoro sull’audio.

 

 

Poi a metà episodio il registro cambia di nuovo: usciamo dall’inferno ed entriamo in una commedia alla Billy Wilder, al fianco di Dougie Jones, per capire se ce la farà davvero a sopravvivere ai fratelli criminali Mitchum. Grazie alla strepitosa verve comica di Jim Belushi e Robert Knepper e al grande ritorno della cherry pie, si ride, e tanto! Ascoltando al piano un nuovo, inedito brano di Angelo Badalamenti, ci si commuove anche parecchio!

 

 

E’ in episodi perfettamente riusciti come questo indiavolato numero11 che il cinema di Lynch si invera: essere sempre in bilico tra due estremi, sposare il diavolo e l’acqua santa - in fondo l’icona Laura Palmer questo è, santa e peccatrice al tempo stesso - ma restando sempre credibile e sempre autentico. Una schizofrenia stilistica che ad altri registi sarebbe stata imputata come una colpa a Lynch invece viene giustamente perdonata perché Lynch (con Frost), ben prima di Tarantino, questa altalena di toni e di stile ce l’ha nel sangue.

 

 

Ha il potere di passare con naturalezza dalla violenza all’orrore alla pura comicità e ha reso palatabile e popolare questo mix altrimenti indigeribile al grande pubblico grazie alle prime due stagioni di Twin Peaks e a un film cult come Cuore Selvaggio. Poi sono arrivati gli altri, in primis Tarantino con Pulp Fiction, hanno scosso l’albero piantato da David Lynch e ne hanno raccolto i tanti frutti.

 

 

 


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