Brenno Placido: ”In Treatment per me è stata una vera palestra”.

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Brenno Placido nei panni di Luca Credits Antonello & Montesi

Sul set dell’ultima stagione di In Treatment, il giovane e talentuoso attore è Luca Bonacci, il paziente del mercoledì, un adolescente sfrontato che svelerà al dottor Mari il suo lato più sensibile. In attesa del prossimo appuntamento, su Sky Atlantic ogni sabato a partire dalle 21.15, leggi l’intervista.

di Barbara Ferrara

 

Gay dichiarato, Luca Bonacci è il paziente del mercoledì, sospeso a scuola per aver spacciato marijuana si ritrova in terapia per evitare l’espulsione. Sul divano del dottor Mari provoca, inveisce, divaga, a volte offende, poi si scusa. Piange, è aggressivo, mostra le difficoltà nel gestire il rapporto con i suoi genitori adottivi. Il fantasma dei suoi veri genitori fa il resto, soprattutto ora che la madre biologica ha dato segnali di vita. Luca è confuso, ha paura, mette alla prova Giovanni, e Giovanni non molla neanche all'ennesima provocazione, riesce al contrario a guadagnare la sua fiducia. Ed ecco svelato ai suoi occhi il lato più sensibile, del resto, come ha sottolineato lo stesso Brenno Placido: “Luca dice quello che sente. Non gliene frega niente se davanti a lui c’è un analista, si rivolge al dottor Mari come se stesse parlando a un suo amico. Può sembrare un ragazzetto qualunque a cui piace la fotografia, in realtà ha un grande segreto, e un grande dolore: chi lo può capire? “.

 

Leggi l’intervista e scopri cosa ci ha raccontato Brenno Placido di questo viaggio affascinante nei meandri della mente umana. Per la terza e ultima stagione di In Treatment, Brenno veste i panni del paziente del mercoledì, nella seconda stagione su quel divano, il mercoledì era il giorno di suo padre, Michele Palcido.

 

Cosa ha provato quando lo hanno chiamato per In Treatment?
Un misto di gioia e paura, non c’era solo la gioia per aver preso la parte ma la responsabilità di portarla fino in fondo. La sentivo addosso.
Aveva visto la serie?
Sì, ma non al completo, avevo seguito alcuni episodi della prima e della seconda stagione.
Il personaggio che l’ha colpita di più?
Ho seguito quello di mio padre (nella seconda stagione Michele Placido era Guido, l'amministratore delegato tutto d’un pezzo del mercoledì n.d.r.), e quello di Irene Casagrande, sul set l’adolescente Alice.
Che effetto le ha fatto vedere suo padre seduto sul quel divano?
La cosa che mi ha stupito di più, della recitazione e del prodotto, è che mi ha fatto emozionare, quella situazione così intima che si crea, è una rappresentazione credibile della realtà. Non sempre è così in tv, anzi, si vede che è fiction, con In treatment invece l’impatto emotivo è forte, diverso.
Suo padre le ha dato dei consigli sulla parte?
Il percorso che ho intrapreso sul personaggio e sul lavoro in generale, l’ho intrapreso da solo, non ho voluto chiedere consigli. Ricordo che qualche volta mio padre mi ascoltava leggere però anche lui forse non voleva dirmi nulla e io non gli ho chiesto nulla.
Lei ha debuttato in Romanzo Criminale accanto a suo padre, che ricordi ha?
Avevo tredici anni appena compiuti, è stata una esperienza bellissima, in quel periodo a scuola studiavo recitazione perché facevo i laboratori, mio padre mi diede questa possibilità, e io ero strafelice, per di più saltavo scuola.
La consapevolezza di quello che sarebbe stato il suo percorso era già chiara?
In realtà no, ma per il semplice fatto che a quell’età vivi tutto spontaneamente senza nessuna sovrastruttura, poi quando diventi maggiorenne capisci che il mondo funziona in un certo modo e devi scegliere una cosa. Dai diciotto anni ho voluto seriamente dedicarmi a questo.
Ha dichiarato che da In Treatment si può imparare qualcosa di se stessi: lei cos’ha imparato?
Il confronto con altre personalità ti da la possibilità di guardare anche dentro te stesso e la scoperta che fai è anche personale. Io credo che la cosa bella di questo lavoro è che ti apre gli occhi, vedi cose che prima non vedevi, qualcosa di te stesso o della vita degli altri. Adesso guardo le persone con più attenzione, bisogna guardare oltre le apparenze, una persona ha un mondo interiore talmente grande che non possiamo immaginare qual è la sua storia, che emozioni prova.
E’ stato questo l’approccio al suo personaggio?
Sì è stato così per me, Luca può sembrare un ragazzetto qualunque a cui piace la fotografia, in realtà ha un grande segreto e un grande dolore: chi lo può capire? Nessuno.
Pregi e difetti di Luca?
La sua impulsività lo porta ad agire in maniera troppo immediata, ma è anche il suo pregio, la sua verità. Luca dice quello che pensa, quello che sente. Non gliene frega niente se davanti a lui c’è un dottore, si rivolge al dottor Mari al suo pari, come se stesse parlando a un suo amico.
Ha qualcosa in comune con il suo personaggio?
Qualcosa sì, penso che nella vita e nei rapporti, è importante dire quello che si sente, anche se a volte può sembrare scomodo. “Meglio dire quello che si sente che quello che conviene”, questo lo dice Shakespeare. E sono d’accordo.
Come si sei sentito la prima volta su quel divano?
Sollevato. Ero più in ansia, più preoccupato prima, nell’attesa, durante le letture, l’ansia può essere molto creativa. Una volta su quel divano mi sono lasciato andare, è stata una bella sensazione.
Ne parla come di una liberazione.
Sì, come per uno sportivo quando scende in campo, mentre giochi la partita non pensi più e vai. Come quando stai per entrare in scena a teatro.
Una bella sfida attoriale questa di In Treatment, ciak infiniti e un carico emotivo molto intenso.
Esatto, è stato stremante, dovevamo fare un episodio in un giorno e lo dovevamo fare. Bisognava portare a casa il risultato e il materiale doveva essere buono. In questo c’è la paura di fallire, Saverio mi consigliava di non pensare a fare bene la prova, ma di concentrarmi sul personaggio. Questa cosa è stata fondamentale, è questione di attimi, tocchi dei momenti in cui sei il personaggio, e ti concedi, e non sei concentrato a farla bene. In Treatment per me è stata una vera palestra.
Cosa si porta a casa?
La disciplina, la concentrazione che questo lavoro richiede, la grande presenza, la massima apertura, la grande disponibilità.
Un aneddoto divertente da condividere?
Tagliavo sempre le battute a Sergio, lui faceva dei silenzi lunghi, pause meravigliose che io rovinavo tagliandogli le battute. Gli chiedevo scusa a fine ciak. E’ facile confondersi, siamo umani e possiamo sbagliare. Sergio però ti mette a tuo agio, io mi immaginavo una persona diversa, è molto generoso e l’ho apprezzato.

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