Albasax, il singolo Hiroshima: "Una storia d’amore attraverso la tragedia dell'atomica"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

La copertina del singolo "Hiroshima" di Albasax

Il cantautore e sassofonista romano, al secolo Daniele Dominici, trasforma la fine di una relazione in una tragedia musicale e visiva, ispirandosi al bombardamento atomico del 1945. Il singolo è il secondo capitolo di ACTVS PRIMVS, progetto che intreccia musica, teatro, danza e cinema. L’artista ci racconta la genesi del brano, il significato dei suoi riferimenti storici e la ricerca di un linguaggio personale, il Dramatic Pop, con cui ambisce a portare la propria opera sui palcoscenici internazionali. L'INTERVISTA

Che cosa succede quando ci si accorge di aver distrutto qualcosa che non potrà più essere ricostruito? È da questa domanda che prende forma Hiroshima, il nuovo singolo di Albasax, nome d’arte del musicista e performer romano Daniele Dominici. Disponibile dal 20 ottobre, il brano utilizza la tragedia della bomba atomica sganciata sulla città giapponese il 6 agosto 1945 come metafora della fine di una relazione sentimentale, segnata da errori ripetuti, silenzi e tentativi di riconciliazione ormai tardivi. Un accostamento forte, che l’artista affronta attraverso una narrazione in cui il dolore privato incontra il tema della responsabilità individuale e dell’impossibilità di tornare indietro dopo aver superato un limite.

 

Il riferimento storico è presente anche nel testo, dove compare il numero di 140mila vittime, la stima delle persone morte a Hiroshima entro la fine del 1945. Una cifra che assume un significato preciso nella costruzione narrativa del singolo: le scuse ripetute all’infinito non bastano a cancellare le conseguenze delle proprie azioni.

Nel videoclip (che potete guardare in fondo a questo articolo), concepito come un cortometraggio in bianco e nero dalle atmosfere dark-noir, Albasax interpreta il fisico statunitense J. Robert Oppenheimer, mentre Giorgia Carletti dà corpo alla città di Hiroshima. Due figure attraverso cui l’artista mette in scena il rapporto tra chi provoca una distruzione e chi ne subisce le conseguenze.

 

Il progetto si inserisce in una ricerca che supera i confini della canzone tradizionale. Sassofonista diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia, cantante, autore e produttore, Dominici integra nella propria musica recitazione, coreografia, trucco teatrale e costruzione cinematografica. È il linguaggio che definisce Dramatic Pop, alla base di ACTVS PRIMVS, un’opera articolata in capitoli che ha preso avvio con Follie di Joker e prosegue ora con Hiroshima. L’obiettivo è costruire un universo narrativo riconoscibile, in cui ogni brano contribuisca a una storia più ampia.

 

Abbiamo incontrato Albasax per chiedergli di raccontarci quali scelte hanno portato alla nascita del singolo. Ci ha parlato così del delicato rapporto tra memoria storica e rappresentazione artistica, oltre che del ruolo del teatro nella sua formazione e delle ambizioni internazionali di un progetto che punta a trasformare la musica in un’esperienza scenica completa. Ecco cosa il musicista ha raccontato ai microfoni di Sky TG24.

L’intervista ad Albasax

Hiroshima è il tuo nuovo singolo e racconta una storia d’amore attraverso il riferimento alla bomba atomica. Come è nata l’idea di unire una vicenda sentimentale a una tragedia storica?

Ho scelto proprio Hiroshima perché è il simbolo assoluto del "punto di non ritorno", quel momento esatto della storia in cui ciò che viene distrutto non potrà mai più essere ricostruito come prima. Quando un amore importante finisce a causa di egoismi e silenzi, accade la stessa cosa: c’è un’esplosione invisibile che rade al suolo tutto. Volevo un’immagine storica potente, che non lasciasse spazio alle mezze misure della solita canzone d’amore. Hiroshima mi serviva per raccontare la devastazione definitiva di chi si guarda intorno e capisce che ormai non resta più nulla da salvare, se non le ceneri.

 

Nel brano citi il numero di 140 mila vittime di Hiroshima. Perché hai scelto proprio questa cifra e quale significato volevi darle all’interno della canzone?

Quel numero, nella canzone, rappresenta il fardello straziante delle scuse chieste e negate all’infinito. Chiedere scusa centoquarantamila volte non serve a redimersi: dimostra solo che l’errore è stato ripetuto così tante volte da svuotare le parole di ogni valore. Ho voluto unire il numero delle vittime della storia al logoramento di una coppia per far capire quanto l’insensibilità umana sappia distruggere tutto ciò che incontra.

 

Nel videoclip interpreti J. Robert Oppenheimer, mentre Giorgia Carletti dà un volto alla città di Hiroshima. Come hai lavorato sulla costruzione di questi due personaggi?

Ho lavorato togliendo di mezzo qualsiasi filtro moderno, affidandomi completamente alla recitazione e al teatro. Io vesto i panni di chi ha acceso la miccia, l’architetto di una distruzione emotiva, mentre Giorgia dà voce e corpo alla città, che subisce senza potersi difendere. È un dialogo fatto di sguardi, di silenzi e di corpi in movimento in un bianco e nero severo, dove la recitazione, in svariati punti, arriva molto prima della musica.

 

Il ritornello contiene il grido "Mayday, Mayday", una richiesta di soccorso. È un tentativo di salvare una relazione oppure il segnale che ormai è troppo tardi?

È quell’istante di terrore puro che precede lo schianto definitivo, ma sa già che non c’è più nulla da fare. Quando in una coppia si arriva a urlare "Mayday", significa che si è aspettato troppo a lungo, cullandosi nella comoda illusione che l’altra persona ci sarebbe stata per sempre. Quel grido non serve a salvare il volo ormai precipitato, ma fotografa il momento esatto in cui l’impatto ci travolge.

 

Hiroshima è il secondo capitolo di ACTVS PRIMVS, dopo Follie di Joker. Che cosa lega questi due singoli e quale storia stai costruendo attraverso di loro?

Questi brani sono legati da un’unica, grande urgenza: mostrare l’instabilità e le fragilità dell’essere umano attraverso grandi icone tragiche. Se con il Joker ho esplorato la follia e la maschera che la società ci impone, con Hiroshima analizzo la colpa, la responsabilità in amore e la fine dei sentimenti. Sto costruendo un’opera in atti che rifiuta la superficialità di oggi per poter dare al mio Dramatic Pop una sua vera identità teatrale e cinematografica al 100%.

 

Ti definisci un artista Dramatic Pop, un progetto che unisce musica, recitazione, danza e immagini. Perché hai sentito l’esigenza di andare oltre la canzone tradizionale?

Volevo creare un’esperienza immersiva a trecentosessanta gradi, un viaggio visivo e sonoro che avvolga completamente il pubblico. Il Dramatic Pop nasce proprio dall’urgenza di unire la musica e la severità dei miei studi al Conservatorio alla recitazione, alla danza e al trucco che curo personalmente in maniera maniacale insieme alla mia make-up artist Ester Lo Bianco. Non voglio creare semplici canzoni da ascoltare, ma un’opera audiovisiva totale divisa in atti e saghe che prende per mano chi la incontra, portandolo dentro la scena.

 

Il videoclip è girato interamente in bianco e nero e ha un’estetica dark-noir. Quanto è importante la componente visiva per raccontare la tua musica e quanto contribuisce a definire la tua identità artistica?

Per me la musica non può esistere senza la sua parte visiva, viaggiano insieme. Baso tutto il mio progetto sul teatro e sul cinema. Ho scelto il bianco e nero perché mi rende riconoscibile, ma soprattutto elimina tutto il superfluo e riduce la vita a chiaro e scuro, a colpa e innocenza, proprio come accade nelle tragedie classiche. Nei miei video, totalmente cinematografici, si potrà notare ripetutamente che è presente di base il bianco e nero in cui viene isolato un colore alla volta, spesso dato dalle mie giacche — in Follie di Joker il rosso, in Hiroshima l’arancione — che è quello che dà la caratteristica principale al videoclip stesso. Il trucco teatrale e le luci taglienti sono l’armatura con cui do un volto visibile al dramma interiore che racconto nei brani.

 

Sei sassofonista, cantante, autore, compositore e produttore. Hai studiato al Conservatorio di Santa Cecilia e approfondito la drammaturgia. In che modo la tua formazione musicale e teatrale influenza il processo creativo?

La disciplina rigorosa del Conservatorio e lo studio dei miei sei sassofoni non sono una gabbia, ma gli strumenti con cui dipingo le emozioni insieme all’amore viscerale per la drammaturgia. Tratto ogni strumento come se fosse un attore su un palcoscenico: i sassofoni passano da un urlo acuto a un sussurro doloroso, a seconda della tensione della storia. Quando scrivo un brano, per me è esattamente come scrivere un copione teatrale, dove ogni nota e ogni silenzio seguono un copione ben preciso.

 

In Hiroshima accosti una crisi sentimentale a una catastrofe dalle conseguenze irreversibili. Come si affronta artisticamente un riferimento storico così delicato senza rischiare di banalizzarne la tragedia?

Ci si avvicina sempre con un rispetto profondo, stando lontani da qualsiasi spettacolo a buon mercato e puntando invece sull’universale dolore dell’uomo. La distruzione di una bomba atomica e la fine di un grande amore hanno in comune una cosa: l’impossibilità assoluta di tornare indietro dopo aver superato il limite. Usare questa metafora, ovviamente estremizzata nel brano, serve a ricordarci che le nostre mancanze possono davvero radere al suolo chi non c’entra assolutamente niente.

 

Con ACTVS PRIMVS stai costruendo un universo narrativo che comprende personaggi, musica e immagini. Dove vorresti arrivare con questo progetto e che cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi capitoli?

Il mio sogno più grande, l’obiettivo per cui lotto ogni singolo giorno, è portare questo progetto fuori dall’Italia, cantando e recitando questa drammaturgia in tutto il mondo in altre lingue: l’obiettivo è sempre stato quello. Il mio Dramatic Pop non ha confini perché parla la lingua universale delle emozioni forti e dei sentimenti estremi. Il mio sogno nel cassetto, in questo momento diventato un obiettivo, è poter portare un giorno questo teatro totale direttamente nelle grandi arene nel mondo. I prossimi capitoli solleveranno ancora di più il sipario su questo viaggio, quindi ci rivedremo molto presto nel mio Teatro dell’assurdo.

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