Davide Mancini, album Effimeri, Erranti e Vagabondi esorcizza l'inquietudine contemporanea

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Il progetto, che accoglie anche brani in idioma valdostano, racconta il disagio emotivo e spirituale dell’uomo contemporaneo, tra inquietudine, fragilità e ricerca di equilibrio attraverso arte e natura. L'INTERVISTA

Davide Mancini, cantautore valdostano, ha pubblicato l'album Effimeri, Erranti e Vagabondi un progetto intenso e attuale che racconta il disagio emotivo e spirituale dell’uomo contemporaneo, tra inquietudine, fragilità e ricerca di equilibrio attraverso arte e natura. Il disco nasce da una precisa domanda: come si può vivere in maniera più serena possibile in un tempo così caotico ed effimero? La risposta di Davide Mancini passa attraverso l’arte, universo in cui la musica, la poesia, la lettura, l'umiltà e la natura diventano strumenti per ritrovare equilibrio e leggerezza.

 

Ad anticipare il disco il singolo “Sono un tipo problematico”, una provocazione ironica sul senso di smarrimento e complessità che caratterizza il nostro tempo.

L’album, che conclude una trilogia artistica iniziata con Madame Gerbelle, alterna brani in italiano e in dialetto valdostano, intrecciando identità contemporanea e radici territoriali con collaborazioni importanti come Massimo Spinosa, Irene Burratti ed Ezio Borghese.

Davide partiamo dalla storia di Effimeri, Erranti e Vagabondi, un titolo che trasmette un senso di vacuità: come è nato e come ci hai lavorato?
Ho lavorato molto sul titolo partendo dalla storia di uno che legge libri e cerca di capirli. I grandi pensatori umanistici e filosofici più li leggo e più capisco che il senso dell’effimero. Il mio progetto apre la strada all’umiltà e alla consapevolezza del momento e a quella dello sconforto che va avanti pensando al guadagno e alla frenesia dell’essere e dell’apparire. L’erranza è la capacità di mettersi in cammino e un qualcosa non stratificato sulle certezze. Il vagabondaggio e psicologico e culturale e non geografico.

In cosa l’idioma valdostano è stato determinante per rendere più efficace la tua narrazione?
Non è stata pianificato ma essendo un sostenitore delle teste coronate del cantautorato, un album  come Creuza de Mà di Fabrizio De André mi ha affascinato. La Liguria la porto nel cuore, ci ho suonato un sacco di volte, amo Eugenio Montale, la sua melanconia e questo lavoro mi affascina. Ho collaborato con Massimo Spinosa che ha lavorato tra gli altri con Faber e ho pensato al sapore delle mie proposte musicali col dialetto e ho fatto tutto un lavoro di studio. L’incastro funzionava e dunque è un sigillo di rappresentatività.

Dicono è una critica a una società che ha perso il senso della collettività e della fratellanza che però addolcisci col pensiero che rende più belli: è un germoglio di libertà? Sembra quasi una strofa gaberiana.
Mi colpisce e fa piacere questo riferimento. Fabrizio De André e Giorgio Gaber li ho amati, soprattutto il Gaber del teatro canzone. Il quando ti penso è la lampada del sé che non mi fa travolgere dal frastuono del posto dove tutti hanno la loro verità. Ma nella viaggio nessuno cerca un senso, il diritto alla parola crea un corto circuito agli esseri umani ma io so che quando penso a te quella è l’isola.

Visto che l’esperto ti definisce un “alieno apatico” ti senti un po’ un eretico in questa società che ci vuole sempre performanti e possibilmente anche poco onesti? O un Donchisciotte come nel tuo profilo WhatsApp?
Sono Donchisciotte, sono emarginato fieramente rispetto a tante situazioni che caratterizzano una realtà nella quale non mi riconosco.

Diventare un esperto del sapere ha un afflato enciclopedico, ricorda un po’ la memoria prodigiosa di Pico della Mirandola: quale è la tua idea di sapere?
Ha senso solo se è perennemente intrisa di umiltà, dubbio e perplessità, metto in dubbio anche le certezze se non diventa quel nozionismo auto-celebrativo che non lascia tracce. Nel mondo oggi si va a una velocità pazzesca dove non puoi rallentare per studiare e approfondire mentre dovresti investire sul sapere vero e non artificiale. Ma va inzuppato nell’umiltà. Come il Faust di Goethe vorrei sapere un po’ di tutto ma più vado avanti e meno so.

“Non ho mai preso la comunione in vita mia” canti in E Poi una Voce mi Spiega di Nuovo.
Mi riferisco a un rapporto forte e libero, la frase è provocatoria. E’ necessario possedere una spiritualità con l’invisibile forte, autentica e credibile. Io sono allergico ai dogmatismi. Amo la libertà di chi si approccia alle interpretazioni facendosene una sua idea sua, senza chi ti indichino la via perché quello mortifica o trasmette sensi di colpa. Sono per una religione laica e naturalistica.

Perché dopo una canzone ti senti sempre solo?

I francesi dicevano che dopo ogni atto d’amore è come una petit mort. In ambito artistico e creativo è corrispondente al vero. Amo suonare, creare ma alla fine del percorso subentra una morte creativa, al di là del successo e del consenso. E’ quella tonalità opaca che arriva dopo estasi creativa.

La tua Il Gigante mi ricorda Il Frate di Francesco Guccini, questa figura bohemienne e fuori dal tempo: il tuo barbone un po’ sognante è in ansia per il tempo che sfugge e che vive in maniera tutta sua?
Sì sia per il tempo che non sa gestire e poi per la non ha praticità. Vivo intorno a suoni utopistici e idealisti dove non vince la vita nella stagione del pragmatismo e dell’analitico, detto con simpatia. Vince quello che stronca l’estro e lì che il gigante si piega al lavoro.

C'è una versione in valdostani delle tue canzoni: mi affido a te sono la versione in valdostano di brani già proposti in italiano: quale è il valore aggiunto?
Ho pensato che i brani registrati in italiano potessero avere una luce e una dignità anche se proposti in un linguaggio non chiaro e comprensibile per tutti. Negli anni Ottanta e Novanta uscivano tante canzoni non comprensibili per tutti ma avevano una loro poesia. Nelle prove di registrazione funzionavano, arrivava lo stesso messaggio, cambiavano solo le assonanze. Sono un tipo Problematico in versione patois mi ha colpito che piacesse pur essendo una versione minimale e coraggiosa.

Insomma mescoli i linguaggi come gli eretici dolciniani.

Conosco Fra Dolcino. Il mio è non suggestionare ma mascherare un po’ le carte. Mi lusinga il riferimento.

Alla fine sei riuscito a ritrovare l’arte nella natura? Hai trovato equilibrio e leggerezza?
Il rapporto con la natura è peculiare, la natura qui ricorda quanto sei effimero e impermanente, questo panismo ha un valore educativo e formativo. Penso alla natura come una forma di ispirazione ma non è consolante. Io mi sento spaventato dal fatto che l’idea del futuro non è più luminosa e dilata come lo era un tempo. C’è una incapacità di riscatto del mondo che non è impaurito ma spaventato. Il mio aspetto naturalistico lo ho ma avere meno certezze ma non aiuta a uscirne corroborato e rafforzato, anzi acuisce ansie e timori.

Che accadrà nelle prossime settimane?
La mia vita artistica è complessa, lo spazio va verso il mainstream e a chi lo abbevera, c’è un doppio cappio. Per me difficile suonare dal vivo, negli anni Ottanta e Novanta c’era un mondo più fecondo, soddisfacente e libero.

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