Roberto Colella, album Ce Sta Sempre Na via: "Oggi la libertà è una conquista"
Musica Credit Robbie McIntosh
Tra ballate intime e brani energici, il disco intreccia emozione e analisi sociale, fragilità e speranza, in un percorso sonoro che si apre al dialogo con l’ascoltatore. L'INTERVISTA
Ce Sta Sempe Na Via è il primo album solista di Roberto Colella. Autore, compositore e polistrumentista, per 12 anni frontman della band napoletana La Maschera, pubblica un lavoro sincero, denso di immagini e riflessioni, che prova ad analizzare ansie e paure per trasformarle in nuovi stimoli. Un modo per ricordare che “ce sta sempe na via pe’ nunn’ essere sulo a stu munno”. Il Maestro Battiato cantava: “Si sente il bisogno di una propria evoluzione”. Si potrebbe dire che il cuore narrativo stia proprio nel tema della rinascita e dell’evoluzione. Rinascita che passa dalla solitudine come stato d’animo individuale a quella collettiva di un popolo abbandonato a sé stesso. Evoluzione che spazia dalla passione che isola e consuma, a quella che accende nuove visioni e risveglia lo spirito. Come un guerriero…come Muhammad Ali.
Il nuovo progetto discografico di Roberto Colella raccoglie canzoni che raccontano questo tema universale attraverso una pluralità di prospettive, suoni ed atmosfere.
Roberto partiamo dalla storia di Ce Sta Sempe Na Via un progetto narrativo in musica che accompagna una evoluzione interiore ed esteriore: come è nato? Come ci hai lavorato?
E’ nato come nascono i miei dischi in generale, non mi pongo mai filone narrativo da seguire, non so forzare le canzoni per poi racchiuderle in uno schema, sono legato a quello che mi accade intorno; tanti spunti per le canzoni sono venuti in maniera inconsapevole da persone che non si accorgevano della magia che trasmettevano. Pe’ fà ammore na volta me la ha ispirata un signore di 93 anni che mi ha portato a fare in giro in Panda e si lamentava della vita moderna: l’idea di una vita di per fare fare l’amore una volta mi è sembrata teatro. L’esigenza narrativa viene dalla strada.
La casa sull’Albero mi ha ricordato Il Barone Rampante di Italo Calvino: è un fuga dalla realtà o è un punto privilegiato per vederla meglio?
Io penso alla fuga dalla realtà, è la mia fuga di evasione: siamo soggetti agli urti della vita e la mia casa sull’albero è protezione.
Tutt’’o Core mio trasmette un senso di spaesamento, il protagonista è disorientato: quel “bona fortuna core mio” è la resa?
No, assolutamente no, per me è il momento di rilassamento, è la tenacia, è attaccamento alla vita ma in quell’attimo diventa libertà e conforto.
Mi racconti la storia che è dietro Saul & Isabella? E perché a trent’anni di piange per niente: è un confine anagrafico e umano che porta a una maggiore durezza d’animo?
Questa frase è uno schiaffo alla disillusione degli adulti ma tu non crederci perché le lacrime hanno il peso giusto a tutte le età. Un adulto che ti dice che non conosci dolore e preoccupazione passa un messaggio sbagliato, l’età e la storia fanno la differenza. Trentinara c’è leggenda della preta ‘ncatenata: Saul era un brigante, la peggio razza degli uomini, entrando nel palazzo vede Isabella, la figlia del marchese, quell’amore viene ostacolato, sono braccati dalle truppe e si lanciano dal dirupo e diventa scelta estrema, quasi mitologica. Il loro amore è tutt’oggi testimoniato da quella suggestiva formazione rocciosa che si trova nel Cilento.
Cosa è oggi un amore proibito come fu il loro?
Io sono parte di una generazione di confine, non capisco le app di incontri a livello mentale. Sono nato nel 1991, dopo di me dono arrivati i nativi digitali con il modo assurdo di incontrarsi. Toglie un sacco di cose non solo all’amore ma anche a una storia di sesso, disumanizza, è freddezza.
Canto dei Soli è un doloroso inno alla nostalgia, con quella mamma che ogni mattina si fa il segno della croce. Stare dall’altra parte del mare è una scelta solo geografica?
In realtà abbiamo la fortuna di essere nati dalla parte fortunata del mondo, anche se i problemi altrui saranno sempre più nostri. Starci è una scelta obbligata perché tutti gli uomini non hanno la stessa libertà. Dieci anni fa ero in Senegal con un musicista locale e sono stato accolto e trattato come uno di loro: sfido l’Italia ad accogliere così bene un senegalese sconosciuto di 25 anni.
Cosa ti ha portato a includere un brano come Sozinho nel tuo album?
La mia malattia per tutti i generi musicali. Ascolto Stromae e amo follemente la musica africana e sudamericana. Quella canzone la ho conosciuta grazie alla versione di Caetano Veloso e la ho subito sentita molto napoletana.
Per chi ha qualche anno Aly Bomaye riporta al 30 ottobre 1974 a Kinshasa quando si sfidarono sul ring Muhammad Ali e George Foreman. Per te, oggi, che significato ha?
Sono amante di boxe e arti marziali, lì si va oltre lo sport, c’era una importanza sociale gigantesca, era l’America contro l’Africa, il colonizzatore contro lo schiavo. Parliamo di genocidio del Congo e della brutalità di re Leopoldo II. La vittoria si deve a un popolo che voleva ribellarsi, si era in piena siccità l’arrivo della pioggia alla fine era una necessità, era liberazione, quelle sono immagini fortissime. Penso a un ragazzo di periferia che si tira su prima del countdown.
Come si difendono oggi i diritti di una comunità in questo mondo dove “gnuno crede ‘e sapé ‘a verità e ppó va tutt’ ‘o cuntrario”?
E’ la cosa più importante del disco, smonta tutto. Non ho una risposta ma l’importanza di prendere posizione è fondamentale. Il mondo va in una direzione complicata, io sono pronto a stare in prima linea, difendo l’ideale umano e non quello di un partito, sono prima di una ipotesi comunista che non esiste e di una fascista che purtroppo esiste. Uno come Bruce Springsteen è determinante oggi.
Tiempo Perz’: che rapporto hai col tempo? Riesci a viverlo nel presente oppure essere on time è impossibile in questa società iper veloce?
Viverlo il più possibile, due anni fa ho perso amico che è morto nel sonno, era il mio compagno di banco, è stato uno shock. Non mi faccio fagocitare dalla mentalità fast food, faccio la musica che voglio. La libertà è la mia più grande conquista.
In Canto della Memoria dici Libera Non a Malo e che è un anno che non credi in Dio: che rapporto hai con la fede?
Bello con spiritualità, meno bello con le istituzione religiose. Non credo in un dio che è uno e in una religione che prevarica. Il Vaticano crea complicazioni. In Cina ogni luogo è spiritualità che ti fa vivere bene il tempo che hai e non ha la megalomania di prometterti la vita eterna.
Quando guardi un telegiornale o senti racconti di migrazioni, di femminicidi cosa ti convince che ce sta sempre na via?
E’ la speranza cui mi aggrappo, se no si rinuncia a vivere, se quella via non la vedi più rimane il buio totale. Di fronte all’orrore che viviamo se pensassimo che non c’è più una via ci sarebbero suicidi di massima. Di quello che accade in Sudan, in Congo o dell’Ebola non se ne parla, in questa situazione serve un motore che ci spinga a vivere.
Che accadrà nelle prossime settimane?
C’è la stagione dei concerti, spero di farne tanti, l’estate è lavoro.