Davide Van Sfroos racconta gli uomini e la natura dalla finestra del tempo in Maader Folk

Musica

Fabrizio Basso

Credit Fabrizio Cestari
DAVIDE VAN DE SFROOS 2

L'album è un’autentica istantanea del sentire odierno dell'artista, una benedizione alla sua terra, una finestra spalancata sulle atmosfere quotidiane di realtà senza tempo e di un mondo intriso di grande dignità e forza di volontà. L'INTERVISTA

Ritrovare Davide Van De Sfroos, seppure a distanza, è sempre un momento di crescita. Negli anni poche persone ho consciuto così legate al passato ma così abbracciate al futuro e sempre capaci di vivere il presente. E' la meridiana dell'umanità questo uomo formatosi tra lago e valle. Concupito anche dalla Mostra del Cinema di Venezia (GUARDA LO SPECIALE) dove è stato invitato a presentare il singolo Oh Lord, vaarda Gio, curato da Dario Tognocchi: una preghiera a due voci con protagonisti, oltre a Davide, Zucchero Sugar Fornaciari e Mauro Corona. E poi le chiacchiere di Van De Sfroos rimandano a un amico con quale si è condiviso del tempo, Gianpiero Canino, che tante cose ha contribuito a costruire di questo atipico uomo di musica e cultura.

Davide, partiamo dalla storia del disco.
Quando era pronto il mondo si è fermato ed è rimasto un disco di 14 canzoni a fermentare e tu ci torni sopra, pensi se aggiustare qualcosa ma le canzoni sono quelle e non devono essere cambiate.
Però qualcosa è mutato nella tua percezione dell'album.
Interessante è stato esaminare i titoli in base a quello che stava e sta accadendo. il brano che apre l'album è Fiaada che significa respiro; era già destinata a essere l’apertura del disco, col suo afflato morriconiano, ed è la sola che ha anche un'intro. Ma anche in altre canzoni ci sono simbologie del tempo attuale.
Ad esempio Oh Lord, Vaarda Gio?
Esatto. Era nel cassetto da dieci anni, scritta come liberazione spirituale per indicare sulla bussola dell’anima come muoversi: è stata aggiunta in un secondo tempo e mi ha fatto subito pensare a Zucchero. Gliela ho fatta sentire e lui, che era in giro con Sting, mi ha chiesto di aspettarlo, che la sentiva nelle sue corde: lui ci ha messo il dialetto e in un miscuglio linguistico è nata questa invocazione al Lord, al Signore di tutti.
Il titolo?
C'erano le canzoni ma il disco non aveva un titolo nonostante l’attesa. Avevamo elenchi di ogni tipo. Mi è venuto il covid, a me e a tutta la famiglia, eravamo in 5 con la sola variante della temperatura, e guardavamo Sanremo; la notte facevo fatica a dormire, lasciavo accesa la radio e partivano playlist lontane da me e quella notte sognai una donna multi-etnica che mi diceva di restare folk perché il folk è eterno: si è presentata, con beatitudine e compassione, come Madre Folk. La chitarra acustica di Phil Ochs mi ha risvegliato ed è venuto il titolo. Nel disco c’è il senso del viaggio che distingue chi è fatto per partire e chi per restare.
C'è anche un senso di sospensione che sfocia nel sorriso delle ferite che diventano amiche: come diventa amico il dolore?
Una ferita può essere anche un tatuaggio. E’ una ferita educata e artistica perché hai qualcosa di splendido o tremendo da ricordare, per appartenenza a un mondo o perché hai appartenuto a un mondo. L’ansia può anche essere una risorsa perché ti porta a fare qualcosa in un certo modo piuttosto che in un altro e a posteriori diventa una consigliera.
Quanto c’è di autobiografico in Maader Folk?
Tutto. Se non sono io il protagonista sono stato influenzato da un racconto, da una storia. E’ anche un modo per esorcizzare certe situazioni del passato.
Idee sul tour?
Appena ci saranno ancora... ripartiamo. Speriamo che il futuro teatrale ci dia la possibilità di viaggiare. Abbiamo già fissato il 28 febbraio e l’1 marzo che sono state rinviate già due volte.
In alcuni passaggi c'è quell'irrequietezza che ricorda Chatwin?
Il disco ha sulla cover la madre Folk ed è stata seminato nella valle e nei boschi, è nato immerso nelle questioni di Natura, è nato nelle valli e ha come caratteristica il mondo. Ho pensato a Mauro Corona e alla sua paura, perché lui sostiene, con le mani rovinate dalla roccia, che senza paura non si va in montagna. La preghiera nasce appoggiata a un albero. Sono canzoni nate nella natura e li devono ritornare.
Il filo rosso tra Manicomi del 1995 e Maader Folk del 2021 dove è?
Manicomi lo abbiamo analizzato a lungo dopo la sua ristampa: era un disco espresso con dentro il punk e le posse del tempo, il suono stava tornando in piazza. Andando poi avanti nel tempo da solo mi sono occupato anche delle mie ombre personali: cambiano spazio, tempo, luoghi che incontri, c'è una maggiore meditazione su certe cose, il coraggio di cambiare idea, il rallentare tipico di chi va avanti e l'apprezzare di più istanti che da giovane credevi perdita di tempo.
Come è cambiata la ricerca della solitudine?
La natura è quella che è sempre stata, è però pericoloso non accettare il progresso, chiudersi in una fotografia del passato che ti mette in naftalina; ma è anche sbagliato nel nome di un modus vivendi più veloce dimenticare come si è imparato a vivere. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio.
Durante il covid hai provato un senso di impotenza?
Mi domandavo se con la mia professione potevo dare una mano, molti primari d'ospedale mi dicevano di fare musica, che aiuta. Pensate di essere un guardiano del faro per sei mesi: siete tecnici pazzeschi ma senza la musica, un libro, senza nulla su cui scrivere ci si spegne. Consideriamo dunque la nostra arte. Ora diamoci da fare perché siamo capaci e vogliamo farlo presenza, è triste vedersi attraverso una finestra fatta di pixel. Il contatto non ha prezzo.
A proposito di contatto, riparti con gli instore.
Sì. Il primo è il 17 settembre a Como e poi sarò a Lecco, Milano, Varese, Torino, Roma, Bologna per chiudere il 29 settembre a Verona.

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