Zucchero a Venezia, il concerto e l’intervista

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Dopo 7 anni Piazza San Marco torna ad ospitare musica. Per due sere Zucchero ha portato il suo Blues e la sua storia a Venezia . Oltre tre ore di concerto in uno scenario unico. Noi c’eravamo, vi raccontiamo il CONCERTO e poi l’INTERVISTA.

di Fabrizio Basso
(Inviato a Venezia)


Il mondo sì, ma prima Venezia. Dopo sette anni la musica torna a echeggiare in Piazza San Marco a Venezia e quella del 3 luglio, cui abbiamo assistito, e quella del 4 sono le sole date italiane del tour estivo di Zucchero Sugar Fornaciari. Girerà le piazze più belle del mondo e non poteva che iniziare dalla più bella, la piazza simbolo della città lagunare, trasformata per una sera in un salotto, anche se è stato difficile mantenere la gente seduta in quanto tanta parte della musica di Zucchero invita a ballare. E così è stato, e lui non è stato da meno, incitando la gente a liberare l’energia. San Marco protetta ma accogliente, non abbiamo subito il senso di ansia che spesso si genera nei luoghi dove la musica è protagonista a seguito di controlli e limitazioni. Ad accogliere l’artista e la sua straordinaria band qualche tuono e un po’ di pioggia, ma solo per i primi minuti, poi il cielo si è placato e si è alzato un piacevole vento. Come ha precisato il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro a fine serata all’amministrazione non è costata un euro l’organizzazione dei due eventi, si sono fatti carico di tutto Zucchero e Ferdinando Salzano, che con la sua Friends & Partner ha curato le serate “e in più –aggiunge il primo cittadino- sono stati lasciati 80mila euro per la pulizia e il riordino della Piazza”.

IL CONCERTO


L’inizio non poteva che essere Partigiano Reggiano, una canzone che scalda subito il cuore e sottolinea le radici di Zucchero, come ognuno ha le sue radici, dal Collio alla Liguria fino alla verde Valpolicella e alla Puglia. Un attacco rock e potente cui sono seguite 13 Buone Ragioni e Il Mare. Per questa parte di tour Zucchero ha abbandonato la liturgia dei tre atti di live e ha costruito una scaletta meno rigida, spaziando nella sua lunga storia. Ha mescolato le carte senza togliere nulla alle aspettative del pubblico. Si continua con Ci si arrende e Hey Lord, poi Voci e Con le mani: il ritmo è frenetico, pochissime parole, qualche ringraziamento…sembra di essere in un acceleratore musicale, altro che quello del Cern. Si va avanti con Non ti sopporto più, con l’emozionante Dune Mosse e poi Pane e Sale e Vedo nero. Tutti in piedi a ballare con Baila e poi commozione per Iruben Me. Suggestioni con Menta e Rosmarino, con Never is a moment e L’urlo. Si vola alle sue radici con Chocabeck, accompagnata dal video, e si vola così verso il finale della prima parte con Madre Dolcissima, Così Celeste e un medley che comprende Soffio caldo (“una canzone che parla di libertà, che ho composto insieme al mio amico Francesco Guccini"), Il suono della domenica, Hey man, riconosciuta già dalle prime note, Occhi e I tempi cambieranno: “Ma non chiamatelo medley, è una sintesi”, sentenzia Zucchero. Qualche lacrima scende su Miserere con Luciano Pavarotti che compare nei video e rende sempre unico questo brano. Zucchero esce qualche minuto e lascia spazio alla sua big band con Freedom Jazz Dance e Wake me up. Ritorna per un gran finale che è un caleidoscopio di hit: Overdose d’amore, The Letter, Libidine e Diamante, tutte eseguite con alle spalle un portentoso coro Gospel, poi chiude col trittico Il Volo, X colpa di chi e Diavolo in me. Le sue parole di saluto sono “il Blues non morirà mai, crediamo nell’amore della gente comune”. Il pubblico lo invoca e lui torna per A Whiter shade of Pale, grande brano dei Procol Harum e saluta piazza San Marco sul suono delle campane di mezzanotte con A Wonderful Word.


ZUCCHERO E PIAZZA SAN MARCO:  UN SOGNO CHE SI AVVERA


E’ tranquillo Zucchero a un tavolino del Caffé Florian. Il concerto, il primo dei due che terrà in Piazza San Marco, è finito da poco e lui allarga il sorriso: “Ho coronato un sogno, da sette anni mancava la musica in San Marco. Ho suonato in luoghi magici, dalla Valle dei templi al Cremlino ma qui è il massimo. Tutti vorrebbero suonare qua, non a caso i Pink Floyd ci hanno pensato anni fa. Qui si unisce arte all’arte”. Nelle due date di Venezia c’è molta improvvisazione perché l’idea è nata “mentre ero in America con la mia famiglia. Eric Clapton mi ha invitato a suonare a Hyde Park. Mi sono detto: non posso mettere in piedi un baraccone così imponente per una sola data…e così siamo arrivati a Venezia”. Per altro non tutti sanno che Zucchero ha un legame speciale con la città lagunare, da qualche anno ha una casa che frequenta qualche volta, sempre meno di quello che vorrebbe: “Qui mi sento libero. La gente parla dialetto, nelle osterie il vino esce dalle damigiane e il pesce te lo servono in cartocci. Ogni tanto penso che sarebbe bello invecchiare qui. C’è il turismo ma c’è anche tanta genuinità”. Poi ci parla di musica, lui che nella sua avventura artistica ha realizzato decine di importanti collaborazioni dice che “i duetti non sono da asilo. Fanno paura e per questo spesso gli artisti italiani ne soffrono. Io ho sempre investito sui musicisti, sono certo di avere la band più forte in Italia e vorrei che si facesse un contest per dimostrarlo. Siamo essenziali: gli orpelli sono per chi non si sente sicuro”. Infine una riflessione sul futuro che nell’immediato prevede un tour europeo e la sua opera monumentale Wanted (da poco uscita, raccoglie la sua storia e ospita tre brani inediti): “Ho fatto più di quello che mi aspettavo, mai avrei immaginato di arrivare così in alto. Non mi piace scendere, se avverto segnali di declino smetterò”.

 

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Zucchero durante l'intervista insieme a Riccardo Vitanza, responsabile della sua comunicazione