Vittorio De Sica – La vita in scena, recensione del doc con Wes Anderson e Coppola

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 22 al 24 giugno arriva nelle sale come evento speciale Vittorio De Sica – La vita in scena, il documentario scritto e diretto da Francesco Zippel e presentato al Festival di Cannes 2026. Attraverso materiali d'archivio inediti, testimonianze esclusive e il coinvolgimento diretto della famiglia De Sica, il film ripercorre la straordinaria parabola artistica del regista di Ladri di biciclette, Umberto D. e La ciociara. Con gli interventi di Wes Anderson, Francis Ford Coppola, i fratelli Dardenne, Ruben Östlund, Carlo Verdone e Isabella Rossellini, emerge il ritratto intimo di un autore che ha cambiato per sempre il cinema italiano e mondiale, trasformando la realtà in emozione universale. Un viaggio tra Neorealismo, memoria e passione che restituisce tutta l'attualità del suo sguardo.

Quello che devi sapere

Vittorio De Sica oltre il mito

«Se osserviamo il cielo, in realtà vediamo il passato.» Sulla Terra arriva la luce di stelle morte anche da migliaia di anni. Eppure l’incanto resta. Ci basta la cenere di ciò che illuminava l’universo per continuare a guardare in alto. Vittorio De Sica è morto il 13 novembre 1974 a Neuilly-sur-Seine, una cittadina parigina nota per le ville dei ricchi, i cui muri perimetrali sembrano fatti apposta per impedire alla realtà di entrare. E lui la realtà, invece, ci era vissuto dentro tutta la vita, con gli occhi aperti, senza mai smettere di guardarla.

Vittorio De Sica – La vita in scena di Francesco Zippel è al cinema il 22, 23 e 24 giugno come uscita evento distribuito da Fandango, unico film italiano al 79° Festival di Cannes nella sezione Classics. Una produzione Quoiat Films, Luce Cinecittà, Movimenti Production, Sky. Cento minuti. Colonna sonora originale di Rodrigo D’Erasmo e Calibro 35, montaggio di Michele Castelli. Un documentario che non celebra. Non commemora. Non costruisce monumenti. Fa qualcosa di molto più difficile e molto più raro: restituisce un uomo.

Da attore amatissimo a padre del Neorealismo

Nato a Sora nel 1901, Vittorio De Sica è stato tante cose che già elencarle pare impossibile. Attore di teatro, divo dei Telefoni Bianchi, seduttore seriale con la voce vellutata che canta Parlami d’amore Mariù in Gli uomini, che mascalzoni… di Mario Camerini nel 1932, uomo da frac e da risata facile, capace di entrare in qualsiasi salotto dell’Italia fascista e uscirne indenne e amato. E poi, quasi di colpo, le macerie. I bambini ci guardano, Sciuscà, Ladri di biciclette, Umberto D., La ciociara. Il Neorealismo come atto morale, per usare le parole precise di Isabella Rossellini nel film: «realizzare quei film fu un’esigenza morale, non stilistica». Non uno stile. Un’esigenza. La differenza è abissale e oggi, in un cinema dove tutto è stile e niente è esigenza, suona come un rimprovero.

Christian De Sica, il figlio, ricorda il padre con una frase che vale un’intera poetica: «Ogni volta che vedo un suo film negli attori rivedo papà». Non il maestro, non il genio, non il patrimonio dell’umanità. Papà. E dentro quel ‘papà’ c’è tutto: la complessità di un uomo che amava il gioco d’azzardo e i vestiti eleganti e le donne e il teatro e il cinema, che non riusciva a separarsi da nessuna delle sue vite, che le teneva insieme con la stessa naturalezza con cui teneva insieme il frac e le macerie.

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Francesco Zippel racconta De Sica senza retorica

Francesco Zippel non è nuovo a questo tipo di impresa. Ha dedicato documentari a Sergio Leone (presentato a Venezia nel 2022, Nastro d’Argento come miglior documentario), a Gian Maria Volontè, a William Friedkin, a Federico Fellini intervistato da Wes Anderson. Sa come si costruisce un ritratto senza trasformarlo in lapide. Sa che i grandi si raccontano meglio attraverso le contraddizioni che attraverso i trionfi. E De Sica di contraddizioni ne aveva quante bastano per tre vite intere, il che per un documentarista è una fortuna straordinaria.

Zippel ha avuto accesso esclusivo alla famiglia De Sica, a materiali d’archivio inediti, a filmati che non si erano mai visti. Lo storico francese Jean A. Gili e Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, costruiscono l’impalcatura critica. La famiglia, il figlio Christian, i nipoti Andrea, Brando, Maria Teresa ed Eleonora, oltre a Isabella Rossellini e Carlo Verdone che in quella famiglia sono entrati per vie diverse, costruiscono l’impalcatura umana. Il film tiene insieme entrambe senza che l’una schiacci l’altra. Non è poco.

Una delle scelte più coraggiose sono gli inserti di animazione, realizzati con Movimenti Production, la casa dietro alle serie di Zerocalcare. Zippel ha dichiarato di essersi ispirato a Sylvain Chomet, il regista de Le Triplette di Belleville: «l’eleganza di Chomet è molto in linea con De Sica, con la sua sensibilità e il suo tempo». L’intuizione funziona perché l’animazione non semplifica: amplia. Permette di andare dove le immagini d’archivio non arrivano, di evocare senza dover dimostrare. Come faceva De Sica, del resto.

Wes Anderson, Coppola e i grandi registi omaggiano De Sica

Wes Anderson, che del film è anche produttore esecutivo, non è una presenza decorativa. La sua passione per De Sica è autentica, cinematograficamente precisa, dichiarata in ogni inquadratura simmetrica che ha mai firmato. Anderson è uno di quei registi che hanno costruito il proprio stile su fondamenta altrui, riconoscendole con la gratitudine di chi sa di non poter restituire il debito. Lo stesso vale per Francis Ford Coppola, per i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, per Ruben Östlund, per Asghar Farhadi, per Andrej Zvjagincev. Non è una lista di nomi. È una mappa del cinema mondiale che converge su un unico punto di origine.

Zippel li lascia parlare con la stessa attenzione con cui De Sica filmava i suoi attori non professionisti: cercando il momento in cui la guardia cade e la cosa vera emerge. E la cosa vera emerge, eccome. Il momento più emozionante del documentario, lo diciamo senza esitazione, è quando Zvjagincev e i fratelli Dardenne tornano sui finali di Umberto D. e Ladri di biciclette. Il cagnetto Flike che si divincola dall’abbraccio del padrone per distoglierlo dall’insano gesto. Il piccolo Bruno che dà la mano al padre dopo il furto scoperto. Li vedete commuoversi. E vi commuovete. Non per nostalgia. Per riconoscimento.

Arricchiscono il racconto Luciano De Ambrosis, che era bambino protagonista de I bambini ci guardano, ed Eleonora Brown, che era la figlia di Sophia Loren ne La ciociara. Due persone che erano bambini sul set di De Sica e portano ancora addosso il segno di quell’esperienza, visibile e permanente come una cicatrice felice. Sentirli parlare è aprire una finestra su un mondo che non esiste più. Il vento che entra è freddo e buono

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La colonna sonora di Rodrigo D’Erasmo e Calibro 35

La colonna sonora originale di Rodrigo D’Erasmo e Calibro 35 fa il resto, e non è poco. D’Erasmo, violinista degli Afterhours e collaboratore di Jovanotti e Vinicio Capossela tra gli altri, porta al progetto una sensibilità che oscilla tra il classico e il contemporaneo con la stessa naturalezza con cui De Sica oscillava tra la commedia brillante e il dramma più nudo. Calibro 35, band milanese specialista della rivisitazione delle colonne sonore italiane anni Sessanta e Settanta, chiude il cerchio: il passato non come museo ma come materia viva, esattamente la stessa scommessa del film.

Perché Vittorio De Sica parla ancora al presente

C’è una domanda implicita in ogni documentario su un grande del passato: perché adesso? La risposta nel caso di De Sica è più urgente di quanto ci si aspetti e più scomoda di quanto il film voglia dire esplicitamente.

Il cinema di De Sica nasce da una scelta di sguardo. Guardare in basso, non in alto. Guardare chi rimane indietro, non chi va avanti. Il bambino, il vecchio, la donna sola con la figlia in una guerra non sua. Uno sguardo che oggi chiameremmo politico ma che De Sica non avrebbe mai chiamato così perché per lui era semplicemente umano, la stessa cosa. «Realizzare quei film fu un’esigenza morale» ripete Rossellini. Ogni volta che la si sente si capisce quanto quella morale costi davvero. Quanto sia rara. Quanto manchi.

Zippel individua tra gli eredi contemporanei di De Sica Alice Rohrwacher, Matteo Garrone, Jonas Carpignano, Sean Baker. Nomi che lavorano ai margini del sistema, che scelgono storie scomode, che filmano corpi e luoghi ignorati. La linea è diretta, anche se non sempre dichiarata ad alta voce. Il cinema come esigenza morale non è mai finito. Si è solo spostato, come sempre fanno le cose necessarie quando diventano scomode.

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SCHEDA TECNICA

Titolo: Vittorio De Sica – La vita in scena

Regia e sceneggiatura: Francesco Zippel

Produzione: Quoiat Films, Luce Cinecittà, Movimenti Production, Sky

Produttore esecutivo: Wes Anderson

Distribuzione Italia: Fandango

Vendite estere: Fandango Sales

Fotografia: Marco Tomaselli

Montaggio: Michele Castelli

Musiche originali: Rodrigo D’Erasmo e Calibro 35

Durata: 100 minuti

Al cinema: 22, 23 e 24 giugno 2026 (uscita evento)

Se Vittorio De Sica – La vita in scena fosse un cocktail

«Bevo per la sete che avrò», diceva Rabelais, e De Sica probabilmente annuiva. Era fatto così: beveva, giocava, recitava, dirigeva, amava, perdeva al tavolo verde e ricominciava. Quindi il drink giusto non poteva che essere un Negroni, il cocktail più italiano che esista, nato a Firenze nel 1919 secondo la leggenda più accreditata per volontà del conte Camillo Negroni, che chiese al barman di rafforzargli l’Americano con il gin al posto del seltz. Gin, Campari, vermouth rosso. Tre ingredienti. Nessun compromesso.

Ha una superficie rossa e ambrata, bellissima nel bicchiere come una scena di Umberto D. nel sole pomeridiano. Il primo sorso è amaro. Il secondo è complesso. Il terzo è quello per cui si era venuti, quello che non si dimentica. È un drink che non finge di essere semplice, non promette dolcezza, non rassicura. La scorza d’arancia sul bordo del bicchiere è il dettaglio che cambia tutto: un tocco di eleganza su qualcosa di fondamentalmente ruvido. Un gesto inutile e necessario insieme. Esattamente come lui. Esattamente come il suo cinema.

Lo si beve lentamente, senza fretta, possibilmente in silenzio. E quando il bicchiere è vuoto si resta lì un momento. Come alla fine di Ladri di biciclette. Come alla fine di Umberto D. Come alla fine di qualsiasi cosa De Sica abbia girato quando aveva deciso di smettere di piacere a tutti e cominciare a dire la verità

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