Festival di Venezia, Paolo Sorrentino: “Ridere è l’unico modo che conosco per dare amore”

Cinema
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L’intervista di Sky TG24 al regista, che alla mostra del Cinema presenta in concorso “È stata la mano di Dio”, e al giovane protagonista Filippo Scotti. Una pellicola dichiaratamente personale, intima, autobiografica. Riguardo alla vita racconta: “Si passa attraverso i cavalloni della sofferenza ma alla fine, non alla fine della vita ma durante, si tocca terra”. SEGUI LA DIRETTA

Paolo Sorrentino è sbarcato a Venezia per presentare il film È stata la mano di Dio, in concorso alla Mostra del cinema. Si tratta di una pellicola dichiaratamente personale, intima, autobiografica, in cui il regista ripercorre la sua adolescenza a Napoli fatta di tanto amore e altrettanto dolore, con la perdita dei genitori a 16 anni. Un film - diverso da tutti i suoi precedenti come storia, ambientazione, stile cinematografico - che ha avuto lunghi applausi e riscosso grande interesse con sale piene in tutte le proiezioni  (LA DIRETTA - LO SPECIALE VENEZIA 78). Ecco cosa hanno raccontato lui e il giovane protagonista Filippo Scotti ai microfoni di Denise Negri per Sky TG24 (guarda l'intervista video integrale - IL CAST SUL RED CARPET - LA RECENSIONE DEL FILM).

L'intervista a Paolo Sorrentino

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Festival di Venezia, il cast di È stata la mano di Dio sul red carpet

Quando e come hai sentito che era il momento di tornare a casa?
È un po’ come andare dal dentista, prima o poi bisogna andarci, anche se uno rimanda sempre. Quindi a un certo punto andava fatto. L’ho fatto a 50 anni, e avevo scioccamente rivestito di un’importanza sovradimensionata il fatto che fossi arrivato a 50 anni.

Ne è valsa la pena? Perché dal dentista si va di solito per farsi curare, si va perché c’è qualcosa che fa male.
Eh, e poi se ne esce magari gioiosi perché non hai più problemi. Speriamo che accada anche qua, esco ora dal dentista, il processo è ancora in atto .

Filippo, come è stato lavorare in questo film con Paolo? Che consigli ti ha dato lui?
Paolo è stato straordinario, sono onorato di aver preso parte a questo film. I consigli sono stati tanti, mi ha guidato costantemente, non mi sono mai sentito in balia delle onde, è stato un percorso naturale e consapevole, prima del set e durante. Dopo il set c’è stato un po’ il rilascio di questi mesi di riprese. È stata anche un po’ una crescita personale, posso dire.

Paolo, come lo hai scelto?
Col metodo classico dei provini. Si è rivelato subito bravo, giusto, perché aveva e ha la sufficiente dose di mistero e anche di inadeguatezza nello stare al mondo, che un po’ è la stessa che io ricordavo di avere alla sua età.

Facendo un micro bilancio, visto che hai ricordato di avere 50 anni...
Cinquantuno, adesso.

Cinquantuno, è vero. Possiamo dire che insomma la vita non è poi così deludente e noiosa o sei ancora di questa idea?
Non sono mai stato di questa idea e il film lo dice con una certa chiarezza. Si passa attraverso i cavalloni della sofferenza ma alla fine, non alla fine della vita ma durante, si tocca terra.

Un’ultima cosa che mi ha colpito. Non è la prima volta, perché una chiave ironica e leggera l’ho sempre trovata nei tuoi lavori, ma soprattutto in questa prima parte del film è proprio forte, godibile, gioiosa, questa famiglia che fa scherzi e questa mamma bellissima, dal mio punto di vista. Volevo una riflessione sulla leggerezza che possiamo trovare nella vita.
Sì, io sono cresciuto così. Alla fine questa famiglia esprimeva goffamente il suo modo di dare amore attraverso il ridere. Ed è stato molto bello finché è durato.

Una cosa bellissima
Sì, devo dire che avendo imparato da loro è l’unico modo che conosco per dare amore. Ridendo, altrimenti mi annoio.

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